ATLANTE DELLE FERITE DI STEFANO CALEMME a cura di Vincenzo Capodiferro

 


ATLANTE DELLE FERITE DI STEFANO CALEMME

Raccolta innervata da una lingua poetica musicale e solenne


“Atlante delle ferite” è un’opera poetica di Stefano Calemme, classificata prima al Faraexcelsior, pubblicata da Fara, Rimini 2025: «raccolta innervata da una lingua poetica solidissima, musicale, solenne, un flusso dal passo lento che non concede mai nulla al superfluo e che anzi fa di uno stile sorvegliatissimo ed elegante la sua cifra definitoria,» si legge in una motivazione del poeta Davide Valecchi. L’opera è suddivisa in quattro sezioni che corrispondono appunto alle coordinate dei quattro punti cardinali, proprio come in un atlante.


Gli alberi cadono in disgrazia

quando smettono di essere amati.

Diventano rovine di un tempio sacro,

ogni foglia una reliquia devota al buio.


Bellissima questa immagine della natura oltraggiata. Le ferite dell’animo umano si riflettono in tutto l’universo. Le foreste sono templi sacri, come ai tempi degli antichi druidi. Le foreste sono naturali cattedrali gotiche. Stefano ci propone una topica di una dimensione psico-cosmica offesa, violata. Ogni uomo passa inevitabilmente dalle forche Caudine di traumi più o meno forti e psico-fisici. Come peste la ferita è la regina indisturbata del mondo per tanti lustri, basta seguirne con animo sbigottito, il suo corso sterminatore, più o meno cruento, ad intervalli più o meno estesi. Poesia è frutto di questo dolore e dolore è frutto di amore ferito. Dolore e amore nell’uomo hanno una natura intenzionale: si riferiscono sempre a qualcosa, o a qualcuno. La perdita è perdita di qualcuno o di qualcosa. La ferita indica esistenzialmente uno sconquasso, una lesione traumatica, ma parimenti un’intima esperienza dolorosa.


Il richiamo di chi si disannuncia

ha il valore di un inno cantato

da una frontiera senza il peso

della gravità, l’argine

dove le cose senza nome vanno

insieme per cieli.


Anche qui notiamo il valore del silenzio e dell’assenza che è più forte a volte della semplice presenza. Questo è il profondo significato dell’esistente. Euripide strepitava: - Gridi chi ha voce più forte del silenzio! Il silenzio, il vuoto danno senso alla voce, all’essenza ed all’esistenza. La morte paradossalmente dà senso alla vita: quel “vivere-per-la-morte”.


Passeggiando tra le tue ossa,

ho visitato le rovine di una città

come in pellegrinaggio per la pace,

c’erano mura spoglie del calore umano

battiti conservati nel vetro

e un mucchio di acerbe ansie.

Fitta questa metafora delle città necropoli, ove vagano anime dannate e morte, spente del calore vitale e della luce estra-fisica. Munchiani personaggi senza volto, pirandelliane maschere, spettri s’agitano in uno schermo teatrale, che oggi ancor più si è trasferito sui quadretti che si portano appresso notte e giorno, platoniche caverne, cellulari appesi a invisibili catene che imprigionano l’umanità osservante. Magari fosse “lo spettro che s’aggira per l’Europa” che turbava Marx. Sono spettri informi, incolori, inodori, insapori. Come è brutto sentirsi insipidi. Il sale della terra dove è finito? La luce del mondo dove è finita? Ci sono sempre quei gramsciani chiaroscuri, pericolosi, infide come fiumare sordomute. Con il tabu della morte, della sofferenza, della malattia svaniscono i labili confini tra regno dei viventi e dei morti: non c’è più differenziazione, ma negazione, semplice negazione, senza superamento.

La poesia di Stefano Calemme non è di facile lettura, è una poesia filosofica, dissonante, fuori coro. Bisogna rileggerla più volte per cogliere un non-senso, tipico del nichilismo giovanile in atto. Non è più il petrarchesco “giovenile errore”. Si riflette quel luogo dello smarrimento tipico della società liquida, del disagio giovanile. Però questo groviglio di versi intrecciati in trame più disparate rivela un mondo fatto di assurdità e di sconforto, ma anche di superamento o, meglio, di esistenzialistico oltrepassamento. La coscienza ferisce: il prendere coscienza, ma questo passaggio è necessario e la poesia, in questo caso, come logos farmaco si propone come unguento risanatore. Sicuramente Stefano con questi presupposti sarà un ottimo insegnante.

Stefano Calemme è nato nel 1999 a Napoli, dove ha vissuto fino al 2005, indi si è trasferito a Rimini. Ha conseguito il diploma scientifico nel 2018 al liceo Serpieri di Rimini e la Laurea Triennale in Lettere Moderne nel 2022 all’Università di Bologna. Scrive poesie dalle scuole medie e il suo sogno è quello di diventare insegnante.

Vincenzo Capodiferro

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