L’ARTISTA JONATHAN VINCENT “Quando creo, mi lascio ispirare da ciò che vedo... Tutto accade in modo spontaneo”! a cura di Vincenzo Capodiferro


L’ARTISTA JONATHAN VINCENT

Quando creo, mi lascio ispirare da ciò che vedo... Tutto accade in modo spontaneo”!


Jonathan Vincent, che si fa chiamare anche JSV, è un artista nato a Manta, in Ecuador. Fin da bambino ha nutrito una profonda passione per l’arte e per la musica. A 12 anni ha composto la sua prima canzone. Faceva, infatti, il cantante in due band: la prima rock, la Ratta Bianca, e la seconda metal, Municion. Ha avuto un grande successo in Ecuador. Purtroppo a 17 anni, per un grave incidente, ha dovuto interrompere la carriera musicale. Così ha iniziato ad esplorare altre sue passioni, tra cui lo skateboard. Dal 2012 vive in Italia. Oggi JSV esprime la sua creatività attraverso la pittura. La sua arte si fa portatrice di esperienze cariche di emozioni, come afferma egli stesso: “Quando creo, mi lascio ispirare da ciò che vedo e osservo durante la giornata. Tutto accade in modo spontaneo”. Trai progetti interessanti di JSV vi è “L’arte in movimento”. Si deve uscire dalle gallerie e toccare il cuore della gente. Così i tocchi, le pennellate magistrali, s’imprimono su magliette e scarpe. L’arte deve andare in giro per le strade e soprattutto oggi. L’artista non ha più un ruolo sociale, è vox clamantis in deserto. Come la musica, che per Schopenhauer è la suprema forma di arte e di espressione istantanea della Volontà di vivere, così la pittura, anche se in forme diverse, trae il reale e assurge a ruolo catartico. La realtà sta dietro le quinte, ama nascondersi. A JSV piace ritrarre in diversissimi modi una maschera. L’esperienza esotica, la cultura d’origine, latino-americana, si fonde con il vissuto europeo, filtrato attraverso il vissuto del viaggio del moderno Odisseo. Pirandello diceva: «Nella vita incontrerai tante maschere e pochi volti». La maschera diventa il punto d’incontro di un neoespressionismo, tipo munchiano, e di un primitivismo che proviene da un sostrato millenario, come la civiltà incaica. JSV usa colori sgargianti in cui prevale l’arancio e il giallo. La maschera riflette come in uno specchio l’aspetto fenomenologico dell’individuo. Da dopo Kant il fenomeno è tutto. L’essere è crollato. Gli antichi chiamavano questa maschera “persona”, che serviva anche da amplificatore. Oggi più che mai i piani di vita e sogno, come sempre, si intersecano. L’uomo è alla continua ricerca di una forma. L’uomo è fatto di istinti, di pulsioni, di materia, di dionisiaco nietzschiano, di es freudiano. Questa materia cerca incessantemente la sua forma. Dicevamo dei volti di Munch che paiono irriconoscibili, sono amorfi, cioè senza una forma ben definita: sono molto simili alle maschere di Jonathan. Lo stile di JSV potremmo definirlo aerodinamico: figure dai contorni lisci, lucenti, arrotondati, slanciati. Tra l’altro possiamo chiaramente intravedere la musicalità, che è una forma d’arte, sentita dal nostro valente giovane, anche nelle sue opere d’arte: come i pittori si servono del colore per comunicare agli altri i propri sentimenti e le proprie idee, così gli scrittori e i poeti del verbo, i musicisti e i compositori del suono. Colore e suono hanno in comune una cosa: l’intensità. La bravura del pittore sta proprio in ciò: di ridurre la realtà che è tridimensionale, o meglio, dopo Einstein quadridimensionale, a bidimensionale. Questa è anche la differenza tra euclideo e non-euclideo. Nell’arte di JSV si fondono magia e ritualismo. Come la musica rimanda alla danza corporea, così la pittura ripropone queste ancestrali e junghiane figure archetipiche, maschere che si intravedono nella fluidità dell’insieme, data dal flusso tonico dei colori e delle linee, come dicevamo, aerodinamiche. Il tutto è più della somma delle parti: ripetevano i gestaltisti. La maschera è la pura espressione della forma antica. La maschera e la danza, collegata alla musica, rimandano alle società arcaiche, ai riti cosmici e non solo carnascialeschi: ciò che è rimasto di quel mondo perduto.




Qui la maschera s’innesta così al totemismo e non rimanda unicamente ad un pirandelliano tabu psicosociale. Questa arte-magia cerca di imprigionare eternamente le ombre, i colori, i chiaroscuri della vita. Potremmo paragonare queste maschere di JSV, ad esempio, allo stregone dei Trois-Frères, che indossa pelli di animali e porta corna di cervo maschio, mentre dirigeva le cerimonie con cui si iniziavano i ragazzi della tribù alla virilità e con cui si cercava di garantire che il cibo e la continuità della vita e della specie umana sarebbero stati salvaguardati. La maschera rimanda poi certamente al teatro, le cui origini affondano nel ritualismo magico dionisiaco. L’artista è un uomo che non smette mai di giocare. Il suo lavoro è una continua esplorazione delle proprie capacità creative. JSV ha fatto varie mostre, tra cui a Lugano e a Varese. Ma potete trovare qualche bella raffigurazione di JSV su qualche maglietta, o su scarpe da ginnastica.


Vincenzo Capodiferro

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