Tra abbracci incompiuti e sguardi vuoti: la pittura inquieta di Krizia Galfo Marco Salvario
Tra abbracci incompiuti e sguardi vuoti: la pittura inquieta di Krizia Galfo
Marco Salvario
Un racconto visivo fatto di tensione e sospensione, in complicato equilibrio tra tinte rossastre e bluastre, tra desiderio e distacco. Lo sguardo si ferma su particolari a volte inattesi, su gesti che sembrano teneri - come un abbraccio – ma privi di vero abbandono.
Figure umane, maschili e femminili, colte nel momento in cui i loro movimenti, sebbene in apparenza spontanei, si bloccano in una freddezza dolorosa. Una sorta di gelo emotivo attraversa la scena: nessuna empatia, nessun brivido autentico nel contatto fisico.
Cuore e mente non riescono a comunicare; la scintilla magica che dovrebbe creare un sentimento - fatto di abbandono, gioia, apertura all'altro e alla natura - non si accende.
Tutto resta sospeso in un silenzio visivo, carico di impotenza affettiva.
Krizia Galfo, nata a Ragusa nel 1987, si laurea in Lettere moderne a Catania, si avvicina alla pittura durante un lungo soggiorno a Londra e si perfeziona a Roma, dove attualmente vive e lavora.
La sua tecnica prediletta è la pittura ad olio, ma la sua originalità risiede nel modo di approcciarsi alla tela: non come un pittore tradizionale, bensì come un fotografo o un regista cinematografico. Ogni immagine sembra una scena estratta da una narrazione più ampia, carica di attesa e non completamente definita.
Nel 2024, presso la galleria Curva Pura di Roma, Galfo ha presentato le sue opere in una mostra personale dal titolo eloquente: “We Need to Talk”.
Un titolo che è già un messaggio fondamentale: quello di cui si sottolinea la mancanza in molti dei sui dipinti è proprio il confronto, il dialogo.
Un bisogno di parlare che si estende a tutti i livelli: da uomo a uomo, da artista a pubblico, tra amici, in famiglia, con la persona amata. Ma anche un bisogno di riflessione intima, un monologo silenzioso che attraversa le tele.
È come se la pittura cercasse di riempire un'assenza, di creare un canale tra l'interiorità e il mondo esterno.
Mani che si sfiorano, abbracci interrotti, gesti semplici - come il sorreggere un bicchiere – diventano metafore di un contatto incerto.
I movimenti sembrano incompleti, esitanti. Lo sguardo, quando visibile, è sfuggente e passivo; potrebbe suggerire consolazione, ma è più facile leggerlo come l'amarezza per un tradimento, per una ferita ancora aperta.
In
ogni tela, l’individuo resta solo, pur nel sofferto tentativo di
condividere il proprio sentire.
Il desiderio di comunicare si
trasforma così nella consapevolezza di un limite, nella presa d’atto
di una distanza incolmabile.
È una pittura che racconta non tanto l’incontro, quanto il suo fallimento; non tanto l’abbraccio, quanto il vuoto che lo precede o lo segue.
Eppure, proprio in questa tensione non risolta, Krizia Galfo trova il nucleo della sua poetica: descrivere un'umanità fragile, sospesa tra desiderio e disincanto.
Nota:
le foto che accompagnano l'articolo sono state scattate alla Riccordo
Costantini Contemporary di Torino, durante la mostra “Same as it
ever was”, dove esponevano, oltre a Krizia Galfo, anche gli artisti
Carlo Galfione e Giuseppe Gallace.
© Marco Salvario


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