Friedrich Dürrenmatt La promessa a cura di Marcello Sgarbi


Friedrich Dürrenmatt

La promessa (Edizioni Feltrinelli)

Formato: Brossura

ISBN: 8885988873

Pagine: 352

La letteratura d’evasione è un territorio più cólto di quanto si possa pensare. Lo dimostra Leonardo Sciascia, uno dei più grandi narratori italiani, autore già nel 1972 di quella Breve storia del romanzo poliziesco che ha rappresentato un contributo fondamentale sia per un giusto riconoscimento del giallo, sia per lo sviluppo e per la diffusione di quel genere.

Sciascia, tra l’altro, è stato anche uno scrittore determinato nel mettere in luce temi ancora oggi scottanti come la mafia, l’omertà, il sistema della corruzione, i giochi di potere, la denuncia sociale, in romanzi quali A ciascuno il suo, Il giorno della civetta, Il contesto, Una storia semplice e Todo modo, da cui sono stati tratti gli omonimi film.

Nel 1958, però, a un’altra latitudine europea molto prossima al nostro Paese, lo svizzero Friedrich Dürrenmatt mandava per la prima volta in stampa La promessa, quello che è forse il suo capolavoro: un piccolo grande gioiello di narrativa.

Così come nel caso di Sciascia anche il giallo di Dürrenmatt, che in modo coraggioso già in quel periodo smontava i meccanismi dell’indagine poliziesca tradizionale, La promessa ha conosciuto poi nel 2001 una trasposizione cinematografica diretta da Sean Penn che aveva per protagonista uno stellare Jack Nicholson nei panni dell’ex commissario MatthäiAnche se, a dirla tutta, il film ha come antecedente Il mostro di Mägendorfuna pellicola sempre diretta nel 1958 da Ladislao Vajda su sceneggiatura di Dürrenmatt, che nello stesso anno ne ricavò il romanzo.   

Il funzionario di polizia creato dallo scrittore elvetico per La promessa si dimette dal suo ruolo perché, alle soglie di un’importante promozione che gli arriva al termine di una brillante carriera, rinuncia all’incarico propostogli per dedicarsi a un’indagine che fin dai suoi inizi sembra rivelarsi pazzesca, senza possibilità di riuscita.

Il punto di vista narrativo è singolare, a partire dall’incipit, nel quale la prospettiva della vicenda viene osservata dallo sguardo di un giallista. All’uscita da una conferenza a Coira sull’arte di scrivere romanzi polizieschi, lo scrittore l’Io narrante - accetta un passaggio in macchina da un ex comandante della polizia di Zurigo e inizia a raccontare.

Singolare è anche il seguito. Durante il tragitto, infatti, i due confrontano le loro opinioni sul fatto che i gialli presentino una visione distorta della realtà: un argomento che forse a Sciascia sarebbe piaciuto. Per sostenere il proprio parere, il poliziotto prende a ricordare un vecchio caso di omicidio che era stato affidato proprio al commissario Matthäi.

Cinquantenne, solitario, vestito con ricercatezza, impersonale, formale, senza relazioni – così come viene descritto dall’ex comandante zurighese – non fuma, non beve, ma padroneggia il suo mestiere da uomo duro e spietato. Tanto da meritarsi l’appellativo di Matthäi “mattatutti”.

Viene però sconfitto dalle circostanze, e in un modo tutto sommato abbastanza ironico. Senza anticiparvi niente, lascio a voi il piacere di scoprire come.

Il commissario Matthäi decide di mollare il suo trasferimento dal momento in cui riceve la telefonata di un venditore ambulante di Mägendorf, tale Von Gunten. L’uomo gli dice che a Moosbach, nelle vicinanze di Mägendorf, ha rinvenuto in un bosco il cadavere di Gritli Moser - una bambina di circa otto anni - uccisa con un rasoio.

Matthäi, recatosi sul luogo del delitto, fedele alla promessa fatta ai genitori di Gritli di trovare l’assassino - da qui il titolo del giallo di Dürrenmatt - ormai libero da impegni ufficiali si trasforma in detective privato, e in quella località rileva una stazione di rifornimento.

Mentre soggiorna in casa della signora Keller, madre di una bambina coetanea della piccola vittima, dal distributore di benzina adiacente all’abitazione – dove svolge il suo lavoro di gestore di carburante – l’ex commissario annota con scrupolo maniacale l’andirivieni di automobili, soprattutto dal cantone dei Grigioni, informandosi sui modelli delle macchine, sui proprietari e sulla loro provenienza.

La figlia della Keller, infatti, gli mostra un disegno che ritrae una grande macchina nera e un uomo alto, che le offre quelli che lei chiama “porcospini” (in realtà cioccolatini contornati da punte).

I primi sospetti su un probabile colpevole si concentrano sul venditore ambulante, e per più di una ragione. Von Gunten ha alle spalle un precedente reato sessuale nei confronti di una quattordicenne, si sposta spesso in quelle zone per lavoro e fra gli articoli da mercato che vende sono compresi dei rasoi.

Anche l’omicidio ha degli antecedenti: cinque anni prima una bambina era stata uccisa nel cantone di San Gallo e da lì a due anni, in quello di Schwyz, la stessa sorte era toccata a un’altra piccola vittima, ammazzata ancora una volta con un rasoio.

Mosso da una pervicace caparbietà Matthäi si persuade sempre di più che l’assassino sia una persona che transita nei cantoni, sceglie le sue vittime, le adesca e poi le uccide. Per questo escogita un folle tentativo, usando come esca la figlia della signora Keller.

Con il concorso degli agenti Henzi e Feller e di altri quattro poliziotti l’ex commissario ordisce un agguato all’omicida, portando la bambina nel bosco dove è stata uccisa Gritli Moser.

La perfetta orchestrazione, però, non serve a niente: il criminale seriale non si fa vivo. Al di là della cocente delusione, Matthäi riceve gli insulti della Keller per avere – a insaputa della donna – prelevato sua figlia da scuola il giorno del fallito agguato.

Anche i colleghi dell’ex commissario si distaccano sempre di più dalla sua linea di indagine, e così Matthäi si trova da solo a combattere contro un fantasma.

La sua cieca ostinazione, simile a quella di un don Chisciotte contro i mulini a vento, arriverà a compromettere il suo equilibrio psichico fino a portarlo sull’orlo della pazzia.

Scritto con la precisione e l’essenzialità caratteristiche dello stile di Friedrich Dürrenmatt, La promessa tiene fede al suo titolo anche in termini di soddisfazione del lettore. Il coinvolgimento nel seguire le indagini dell’ex commissario Matthäi è garantito.

Le auto della polizia stavano in mezzo alla marea di gente come grosse bestie scure. Cercavano sempre di liberarsi, i motori urlavano, poi i poliziotti li riportavano al minimo, scoraggiati. Era assurdo. Ogni cosa era carica di un’incertezza pesante per ciò che era successo quel giorno, i comignoli oscuri del villaggio, la piazza, l’assembramento della gente, come se l’assassino avesse avvelenato il mondo”.

La bambina non aveva altro che favole in mente; ora aspettava una fata, ora un mago. Era quasi una caricatura dell’attesa di Matthäi. Gli ricadde addosso la disperazione, la coscienza dell’inutilità di quel che faceva e la consapevolezza paralizzante di dover aspettare nonostante tutto perché non poteva più fare nient’altro che aspettare, aspettare, aspettare”.

Niente è più crudele di un genio che inciampa in qualcosa di idiota. Tuttavia in circostanze simili tutto dipende dal modo in cui il genio affronta il ridicolo in cui è caduto, dal fatto che lo posso accettare o no. Matthäi non poteva accettarlo. Voleva che i suoi calcoli tornassero anche nella realtà. Perciò dovette rinnegare la realtà e sboccare nel vuoto. La conclusione del mio racconto è dunque estremamente malinconica, quella che si è verificata è addirittura la più banale di tutte le ‘soluzioni’ possibili. Ebbene, son cose che succedono talvolta. Anche il peggiore dei casi si avvera di quando in quando. Siamo uomini, dobbiamo tenerne conto, armarci contro questa realtà, e soprattutto avere ben chiaro in mente che riusciremo a evitare il naufragio dell’assurdo, che per forza di cose risulta sempre più netto e schiacciante, e a costruirci su questa terra un’esistenza abbastanza confortevole, solo incorporandolo tacitamente nel nostro pensiero. La nostra ragione rischiara il mondo non più dello stretto necessario. Nel bagliore incerto che regna ai suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale. Dobbiamo guardarci dal considerare questi fantasmi come fossero qualcosa ‘in sé’, come se si trovassero fuori dello spirito umano, o, peggio ancora: non commettiamo lo sbaglio di considerarli come un errore evitabile, sbaglio che ci potrebbe indurre a condannare il mondo in una sorte di morale caparbia e dispettosa, qualora tentassimo di imporre una visione perfettamente razionale delle cose, giacché proprio la sua perfezione assoluta costituirebbe la sua menzogna mortale e un segno della peggiore cecità”.


© Marcello Sgarbi

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