Minori e social network, i divieti e le leggi non bastano Roberto Pozzetti


Minori e social network, i divieti e le leggi non bastano

Roberto Pozzetti 

La proposta di alzare a 15 anni l'età minima per accedervi fa eco alla stretta francese ed è volta a neutralizzare i rischi della Rete. Al di là della difficoltà oggettiva del controllo, le restrizioni possono sì arginare l'utilizzo dei più piccoli per fini pubblicitari simile allo sharenting, ma non sono risolutive. Per cambiare davvero le cose i genitori dovrebbero alzare il naso dagli smartphone. 

Suscita curiosità e dibattiti la nuova proposta di legge bipartisan “Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale”, a firma di Lavinia Mennuni (Fratelli d’Italia) e Marianna Madia (Partito Democratico). La prima l’ha presentata al Senato, la seconda alla Camera. Oltre a puntare a una maggiore responsabilizzazione delle piattaforme nei confronti della più tenera età, intende elevare da 13 a 15 anni l’età minima per accedere ai social network. Fa così eco a quanto avviene in Francia in questi giorni con le indicazioni del primo ministro Gabriel Attal il cui orientamento è quello di stabilire regole molto severe in materia, sulla scorta di precisi limiti d’età. La normativa francese inizia con la condivisibile proibizione di utilizzare gli schermi prima dei 3 anni, in linea con un certo consenso diffuso fra pediatri e clinici che si occupano di prima infanzia e sul quale avevano già preso posizione, tra gli altri, la Società Italiana di Pediatria e l’American Academy of Pediatrics. Prosegue con il no al possesso di uno smartphone fino agli 11 anni e con il divieto di navigare su Internet prima dei 13 anni. Per chi non è ancora 15enne viene formulato il divieto di aprire un account su Instagram, su TikTok o anche su Snapchat. Le discussioni di questi giorni si sommano al coro delle preoccupazioni su questo argomento; hanno trovato una forma eclatante nella causa legale perorata un paio di mesi fa dal sindaco di New York, Eric Adams, contro Instagram e TikTok. Adams afferma che i social network mettono a repentaglio la salute mentale dei teenager e promuovono comportamenti a rischio.

I nativi digitali non sono de-menti: sono solo meno abituati a memorizzare

Alcune criticità vanno sollevate. Anzitutto, in termini pratici, non è ben chiaro come farebbero questi social a verificare l’età di chi vi accede senza incorrere in violazioni della privacy. Da tempo viene infatti utilizzata l’ormai consueta prassi di aggirare i limiti d’età compilando dati anagrafici fasulli. Le accuse, motivate o immotivate, rivolte soprattutto a TikTok sono quelle di incentivare situazioni pericolose attraverso challenge o brevi video che propongono tematiche come disturbi alimentari e autolesionismo. Attal, nel suo recente discorso all’Assemblea Nazionale, ha imputato agli smartphone la colpa della riduzione della capacità di lettura della nuova generazione: si leggono meno libri. Queste tesi si appoggiano ora sui pareri di psichiatri del noto ospedale di Villejuif, alla periferia sud di Parigi e sono già state sostenute dal neuropsichiatra e docente universitario tedesco Manfred Spitzer. Spitzer riporta numerosi dati, non sempre congrui e convincenti, a volte contraddittori, nel suo libro Demenza digitale. Sembra però discutibile asserire che i nativi digitali siano de-menti, privi della mente; hanno invece un altro tipo di mente, meno abituata a memorizzare e più volta a operazioni logiche.

Internet e i social non sono i soli responsabili del disagio degli adolescenti

Attribuire soltanto a Internet e specialmente ai social una scontrosità, un atteggiamento ribelle, un calo di soddisfazione e di gioia tipicamente adolescenziali sarebbe certo riduttivo; molto dipende dalla pubertà con i cambiamenti corporei, relazionali, gruppali, sessuali che implica. Si tratta infatti di una “tempesta” adolescenziale come la definì Donald WinnicottJacques Lacan sosteneva che la bambina è di solito più felice del bambino perché non è ingombrata dal proprio organo sessuale come il maschietto; con la pubertà, invece, il corpo femminile giunge in auge con le sue forme, con l’angoscia relativa allo sguardo altrui, con il ciclo mestruale e dunque anche le ragazze si trovano in difficoltà nei confronti delle modificazioni del proprio corpo.  Tali questioni ci sembrano ben più importanti della presunta dipendenza dai social network.

La proposta di legge può arginare l’utilizzo dei minori a fini pubblicitari e lo sharenting ma per aiutarli serve l’ascolto

Se la suddetta proposta di legge sembra condivisibile per quanto concerne restrizioni all’utilizzo di minori a fini pubblicitari, simili al fenomeno dello sharenting (condivisione su molti social network da parte dei genitori di immagini e video dei propri figli facendoli diventare oggetto dello sguardo altrui), essa sembra stentare a cogliere qual è il vero problema con l’adolescenza. Sarebbe infatti importante che le figure parentali stesse giungessero a mettersi in discussione, a mettersi in gioco anzitutto riconoscendo quanto siano loro i primi a trascorrere buona parte delle giornate dinanzi agli schermi, non soltanto per importanti ragioni di lavoro ma anche per un semplice svago. Vi sono più probabilità di ottenere cambiamenti quando si rettifica la propria posizione soggettiva anziché quando ci si attende siano gli altri a modificare le loro azioni: è un fatto di validità generale ma ancor più rilevante quando si tratta dei propri figli. Senza scadere in uno stantio e stereotipato moralismo, sarebbe fondamentale svolgere delle attività insieme ai propri figli, ascoltarli, dialogare con loro, coinvolgerli in iniziative di loro interesse tanto da distoglierli dalla fissazione sugli schermi e soprattutto sui social network vissuti come allarmanti dai familiari. Anziché puntare sulla repressione, si tratta di valorizzare le passioni e le risorse di ragazze e ragazzi; in questo, un ruolo fondamentale lo hanno le scuole e le agenzie educative del territorio offrendo spazi nei quali mettere in gioco la propria corporeità in vie creative, facendosi insegnare da modalità moderne come quelle dei video su TikTok nei quali il dinamismo tipico della fascia d’età preadolescenziale è stato accolto. Soprattutto, si tratta di mostrare un desiderio genitoriale oltre la fissazione sugli schermi, che porti l’adolescente a interrogarsi sul proprio singolare desiderio.

 

*Roberto Pozzetti è professore a contratto Uninsubria e Università LUDeS Campus Lugano, membro della Scuola Lacaniana e dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi

fonte: https://www.lettera43.it/legge-social-network-mennuni-madia-tiktok-francia-attal-adolescenza-sharenting/





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