“EPPURE QUALCUNO MI DOVEVA ASCOLTARE” di Aurelio Pace a cura di Vincenzo Capodiferro
“EPPURE QUALCUNO MI DOVEVA ASCOLTARE”
Storia di un’ordinaria ingiustizia della Giustizia italiana, di Aurelio Pace
Quello
che il giovane avvocato Aurelio Pace ci racconta in questo libro,
“Eppure qualcuno mi doveva ascoltare” - edizioni Osanna, Venosa
-, è una storia drammatica, vera, anche se un po’ romanzata,
accaduta nella Basilicata del Novecento. Aurelio parte da un tema
agostiniano, riprendendo Epitteto: Dio ci ha dato due orecchie, ma
una bocca sola, proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà.
Aurelio, giovane ed avvenente avvocato, un po’ come il grande
Aurelio Agostino, viene interpellato da un anziano signore: Salvatore
di Brindisi di Montagna. La richiesta è un absurdum logico: rivedere
uno storico processo a carico del padre, Agostino Lacerenza,
ingiustamente accusato di parricidio e di omicidio di un giovane. Due
accuse falsissime, perché il poveruomo si era trovato alle strette,
e vedendo il padre in fin di vita, lo aveva caricato sul mulo e
portato all’ospedale San Carlo di Potenza, facendo fronte tra
l’altro alle intemperie: ed allora nevicava! E di brutto! Il padre
arriva morto. E il figlio viene accusato. La maldicenza fa poi la
parte sua: nei paesi piccoli come i nostri, i marchi della lingua
restano eterni, anche se sei innocente. Diceva il proverbio: la
lingua non ha ossa ma rompe le ossa. E riprende il Libro del
Siracide: «Se una frusta ti colpisce, ti lascia il segno
sulla
pelle, ma se ti colpisce la lingua, ti spezza le ossa. La spada
uccide tante persone,
ma ne uccide più la lingua che la spada».
Così la famiglia di Agostino viene ad essere tutta compromessa.
Accade un altro omicidio, resa di conti tra allevatori, ed ecco che
subito il giovane Agostino si trova alle prese con un’altra accusa
infondata: aver ucciso il compagno di caccia, o di uccellagione.
Siamo nei paesaggi meravigliosi in cui Federico II stilava le “Tavole
della Legge” (Costituzioni
Melfitane),
esempio grandioso di legislazione che nulla ha da invidiare ai grandi
codici storici, come quello giustinianeo e quello napoleonico che
arriverà molto più tardi. Federico era anche un valido uccellatore:
esperto di caccia coi falchetti. Anche Federico II, se vogliamo, come
Napoleone, è un vincitore: ma finiscono per essere dei vinti dalla
storia. E per i vinti non c’è scampo, Verga docet.
La storia di Aurelio è avvalorata dagli atti dei processi: un vero e
proprio romanzo storico, di un verismo sconvolgente. Per in vinti non
c’è alcuna redenzione, né storica, né sociale, né economica, né
giuridica, purtroppo! Alla fine, il povero Agostino indossa il
vestito del padre e si getta nel pozzo, cavato dallo stesso padre. A
pagarne le spese la moglie e i figli, che portano sempre il marchio:
figli di carcerati! La giustizia, a quei tempi, procedeva per sentito
dire, il più delle volte: ex
auditu, ex signo, ex experientia vaga, secondo
Spinoza. E per di più con l’avallo di maghe fattucchiere, amanti
di ufficiali. E chi non ha soldi, non può difendersi! La storia non
è cambiata, perché di queste storie di ordinaria ingiustizia della
Giustizia italiana ne sentiamo molto spesso. Eppure, questo valido
lavoro è di una modernità sconvolgente, perché rappresenta un atto
di un revisionismo giuridico. La verità sarà evangelicamente
proclamata sui tetti, o per dirla sempre con Aurelio Agostino: «La
verità è come un leone. Non avrai bisogno di difenderla. Lasciala
libera. Si difenderà da sola». E di quanto revisionismo storico
abbisogna la Basilicata. Tra le accuse storiche segnaliamo la grande
favola del brigantaggio e quella dell’arretratezza che attirò i
vari sociologi, come De Martino e Banfield. Ci tacciarono di
familismo amorale. Ma quale familismo amorale? Per il lucano credo
che ancor oggi la famiglia sia un valore non negoziabile tanto
facilmente. Anche Levi fu affascinato da quella civiltà contadina e
fa da eco Albino Pierro: - Qui parlano anche le pietre! Questa
toccante storia descritta da Aurelio sarà rappresentata nei teatri
dall’artista Ulderico Pesce e sarà oggetto di un film. È
veramente un lavoro serio, affascinante e soprattutto che rende
giustizia ad un povero padre, che, dopo tante angherie subite, poteva
esclamare: - Finalmente posso morire in pace.
Aurelio Pace, Avvocato. Nato a Melfi nel 1976, vive a Filiano (Pz). Rappresentante delle Istituzioni, è stato Consigliere Provinciale di Potenza e Regionale della Basilicata; Presidente dei Lucani nel Mondo e della Scuola di Formazione Politica Forma Pop – School of life. Pubblicazioni: Giovani emozioni, Salerno 1996; Goccia a goccia, Salerno 1998; Il cappello sugli occhi, Salerno 2000; Global, no Global, new Global, Pozzuoli 2008; Sales, un sogno giovane, Matera 2009; Gender: ascesa e dittatura della teoria che “non esiste”, 2016.
V. Capodiferro
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