Darke di Rick Gekoski a cura di Miriam Ballerini
DARKE – Non ho un lavoro e non ho una vita: nessuna occupazione, solo preoccupazione – di Rick Gekoski
© 2021 Giunti Editore S.p.A./ Bompiani
ISBN 978-88-301-0565-2
Pag. 323 € 4,95
Avete presente quando vi mettete comodi a leggere un nuovo libro e, dopo poche pagine, quasi saltate su dalla poltrona, perché vi rendete conto di essere di fronte a una scrittura geniale? Ecco, questo è quanto è accaduto a me leggendo questo romanzo. Darke è il signor James Darke (che non a caso vuol dire scuro), e lo scritto è il suo diario. Scritto in maniera irriverente, irrispettosa, antipatica tanto quanto lo è il protagonista. Eppure, dopo le prime pagine, l'antipatia si fa da parte, perché ci si trova a concordare con alcune delle cose che scrive. Non tutte, ad esempio il suo odio per i cani non lo accetterò mai, eppure, persino mentre descrive il suo astio per le povere bestiole, lo fa in modo da mostrare un lato di una personalità eclettica e unica: possiede una sorta di cinismo a tratti divertente che è davvero difficile da descrivere. Penso a quanto ne sia stato catturato lo scrittore! Per sua stessa ammissione, alla fine del libro, dice che Darke gli è entrato dentro in un modo assurdo! Quasi trasformando lo stesso scrittore nel protagonista! Solo chi scrive comprende cosa intenda dire. Spesso, scrivendo, non è lo scrittore a decidere, ma lo stesso protagonista ad accompagnare, quasi si varcasse un altro mondo. Dicevo che Darke ha un brutto carattere. Lo dimostra fin dalla prima pagina, quando ci spiega che è alla ricerca di qualcuno che gli monti una porta all'ingresso: “Un tuttofare che non può parlare? Una benedizione. Qualcuno dovrebbe aprire una ditta che li fornisca. Strappare loro la lingua o cucirgli le labbra, questo ci vorrebbe”. Le sue descrizioni sono precise, tagliate con l'accetta e, a volte, assolutamente spudorate: “Gli angeli hanno il buco del culo?” Non ha vergogna, parla di ogni faccenda con assoluta onestà.
Darke è un insegnante, o perlomeno, lo era, prima di ritirarsi nella sua casa, come una vecchia tartaruga che si rintani nel proprio guscio, escludendo tutto il mondo esterno. Rifiuta la posta, i contatti, le mail, le telefonate. Tutto quello che gli serve se lo fa portare e assume una donna per le pulizie; ma tentando di avere anche con lei il minimo contatto possibile. Perché? Ce lo spiegherà proseguendo nella scrittura, non prima di aver distrutto qualche mito come Gibran, Virginia Woolf o altri. La moglie, Suzy, è mancata dopo lunga malattia e lui sta semplicemente proteggendosi dal lutto. Nel suo diario c'è la verità, c'è la vita, la morte, le riflessioni, frasi originali: “Sono una doppia elica formata da emozione e dall'assenza della stessa”. Molte frasi sono “rubate” dai grandi della letteratura, dai filosofi, e vengono riportate in fondo al libro per eludere una qualsivoglia accusa di plagio! La sua sincerità non giunge al lettore per vie placide, anzi, ci colpisce, a volte ci ferisce pure; eppure, anche in questo è geniale il modo di scrivere di Gekoski. Ci sono descrizioni che sfiorano il poetico, come questa dei libri: “Logori mazzolini di saggezza da annusare quando il puzzo della vita diventa opprimente”. Quando il suo isolamento pare ingoiarlo, interviene la figlia e, tra litigi e abbracci, piano piano Darke lascia l'oscurità per tornare alla vita. Più di tutti ad aiutarlo è il nipotino, una giovane vita in cambio di quella della moglie che l'ha lasciato. Le emozioni espresse sono così intense, mai banali, originali e condivisibili da ogni lettore che, bene o male, le ha provate sulla propria pelle. Anche quando parla dell'agonia della moglie, mostra una gamma di emozioni sorprendenti, così umane: dal ribrezzo alla paura, dalla vicinanza alla vera pietas. Eppure, ecco insorgere ancora la sua onestà: “I ricordi ci rendono tutti romanzieri, e di seconda categoria”. Un libro che ho amato, che mi ha scrollato dal mio posto a sedere, mi ha concesso vedute nuove su scene già viste. Una scrittura che ho ammirato e che, più volte, mi ha sorpresa mentre esclamavo: che “genialata”!
© Miriam Ballerini
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