CHI È E COSA FA L’ASSOCIAZIONE CARITAS a cura di Enrico Pinotti
CHI È E COSA FA L’ASSOCIAZIONE CARITAS
Intervista a Roberto Bernasconi, diacono della diocesi di Como e portavoce della Caritas
Cominciamo dalla storia, quando nasce la Caritas e chi la istituisce?
A livello nazionale l’organizzazione Caritas viene creata a partire dal 1965, dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, il quale aveva rilevato la necessità per la Chiesa di dover affrontare concretamente problemi che l’evolversi delle nostre società aveva posto. Nascono così associazioni sui territori che, confrontandosi con il mondo laico, si dedicano ad affrontare le realtà di disagio, di emarginazione, di povertà che sorgono ovunque nelle collettività; per inciso, la Caritas opera in tutto il mondo cercando di individuare ed intervenire in particolare là dove evidenti si manifestano le sofferenze, quindi nel mondo degli ultimi, dei poveri, dei disagiati.
In particolare, in che ambiti interviene?
Ecco, allora parliamo di noi, del nostro territorio e della diocesi di Como, che è molto grande, è una fra le dieci diocesi italiane più estese in termini di superficie. Non vi sono campi di intervento prefissati o immutabili nel corso degli anni, questi comunque riguardano certamente i bisogni primari delle persone, quindi il cibo, il vestiario, l’igiene, la salute, l’istruzione, la dimora, il lavoro e via elencando; ma anche l’integrazione nelle comunità in cui le persone che aiutiamo vivono, sottolineando che per integrazione non si intende l’omologazione passiva e poi, bene primario è anche la dignità, il suo riconoscimento, qualsiasi sia l’origine delle persone ed il loro vissuto. Viene di conseguenza e, parlo a nome dell’Associazione, la lotta contro i pregiudizi verso chi non per sua scelta, si ritrova ai margini.
Facciamo qualche esempio dei vostri interventi, rimanendo nella diocesi di Como?
Abbiamo parlato di “bisogni primari” su cui vorrei tornare, soprattutto quello della salute perché vi sono diversi aspetti. Per quanto riguarda il cibo, distribuiamo in media 250 pasti giornalieri fra pranzo e cena, la maggior parte viene consumata nelle nostre sedi provviste di cucine e cuochi, altri vengono asportati. Prima di passare ad altro, vorrei sottolineare che la quasi totalità del cibo che distribuiamo, proviene dalle eccedenze della grande distribuzione alimentare, questo lo dico anche per mettere in evidenza gli sprechi di beni essenziali che il modo di vivere attuale produce; faccio l’esempio del pane: noi raccogliamo gli esuberi e i utilizziamo ma non li esauriamo, a nostra volta lo dispensiamo alle fattorie, a chi alleva animali, ecc.
Da quando ci siamo istituiti, abbiamo sempre cercato di dare un tetto ed un riparo a chi ne è sprovvisto, ben sapendo che i cosiddetti dormitori che pure mettiamo a disposizione (il più grande si trova sulla via Napoleona), possono solo essere una soluzione provvisoria, per questo, ci adoperiamo affinché le persone che sosteniamo trovino, tramite bandi o mutui o affitti una sistemazione consona e, in queste circostanze avvertiamo la necessità di aggiornamenti legislativi e la collaborazione effettiva delle istituzioni.
…ha accennato a istruzione e lavoro…
È indispensabile per chi arriva da altri paesi ed intende fermarsi l’apprendimento dell’italiano, almeno quello di base, per questo sono state messe a diposizione scuole dove si tengono corsi di lingua, storia e geografia e si da un quadro degli ordinamenti e delle leggi in vigore. Per quanto riguarda il lavoro, gli interventi hanno più sfaccettature perché per prima cosa, le assunzioni devono essere a norma di legge quindi, parlando per la maggior parte di stranieri, questi soggetti devono presentarsi in regola ed è in queste occasioni che spesso ci si scontra con le inefficienze ed i ritardi delle istituzioni. Per quanto possibile noi diamo un aiuto diretto per la costituzione di cooperative o realtà lavorative autonome e collaborando con altri enti favorire le professionalità. Negli ultimi anni abbiamo messo a disposizione somme di denaro per gli inserimenti tramite la frequenza di corsi di Asa ed Oss.
Oltre a ciò, è necessario un monitoraggio costante per quanto riguarda la salute, specialmente in questo periodo critico per tutti e specialmente per le persone più a rischio, debilitate dalla vita promiscua che conducono o per i travagliati viaggi che hanno dovuto affrontare per arrivare. Un discorso a se merita la questione della “salute mentale”.
Individualmente, che identità hanno le persone cui la Caritas presta assistenza?
Quando abbiamo iniziato ad operare, ad aver bisogno di aiuto erano soprattutto i poveri, le persone senza casa e senza lavoro, i disadattati, quelli che la gente chiamava “barboni”, in seguito non dimentichiamo gli individui più giovani alle prese con i problemi di tossicodipendenza, allora ancora non vi erano sul territorio le strutture e le comunità per la cura che vi sono oggi. C’è stato un periodo, dalla fine degli anni ’70, dopo la legge che abolì i manicomi, che le persone lì internate e le loro famiglie non sapevano a chi rivolgersi. In seguito sono aumentate progressivamente le migrazioni da altri paesi, dal continente africano ma non solo, ricordo il periodo delle migrazioni dall’est Europa dalla fine degli anni ’80. Nel periodo attuale ci troviamo a sostenere molti migranti che arrivano dall’Asia centrale, Afghanistan compreso passando per la Turchia, alcuni dalla Libia partiti dalla Siria, la maggior parte di loro è qui di passaggio verso atri paesi europei.
Un periodo di grande difficoltà e quindi di sofferenze, che oltre a me molti ricordano fu quello alla fine del 2019, quando per una serie di circostanze tanti migranti fecero tappa a Como e si riversarono verso la stazione di San Giovanni con la speranza di salire sui treni che portavano oltre la frontiera; fra di loro innumerevoli erano i minori, noi della Caritas ci battemmo anche personalmente con le istituzioni e gli enti preposti affinché per questi ultimi si trovasse un affido presso famiglie o comunità ma, amaramente dovemmo constatare di trovarci di fronte ad un muro di gomma. Anche in questi casi la legislazione necessiterebbe aggiornamenti, però chi opera nelle istituzioni dovrebbe anche agire superando gli ostacoli burocratici anziché farsi scudo dei cavilli.
Per tornare alla domanda, nel corso degli ultimi decenni, costante è stato l’arrivo specie temporaneo di persone provenienti dagli stati del Maghreb, da Eritrea e Etiopia e bisogna ammettere che alcuni, con percentuali con un solo numero ha lasciato il proprio paese non per pura necessità.
Importante è anche il numero che è andato aumentando negli ultimi anni di italiani bisognosi di sostegno: si tratta di persone avanti con gli anni, soli o con famiglia che hanno perduto il lavoro o che non possono permettersi un alloggio o non riescono a far fronte alle spese correnti. L’aiuto del cosiddetto “banco alimentare” che mettiamo a disposizione, spesso non è sufficiente.
L’Associazione Caritas, si trova a collaborare con altre organizzazioni?
In alcuni settori come il lavoro, la sanità, l’abitazione, il nostro lavoro si intreccia con l’attività di altri enti, la maggior parte dei quali sono, senza fare nomi, Ong, le stesse Acli con cui abbiamo ormai rapporti consolidati. Nella Caritas operano decine di dipendenti ma non riusciremmo a svolgere il nostro lavoro se mancasse il volontariato: solo nella nostra diocesi possiamo contare su circa 3.000 volontari i quali intervengono per conto delle Ong oppure individualmente; è una risorsa che forse altri territori non hanno.
Quali rapporti, anche personali si instaurano fra voi e chi aiutate?
Nella maggior parte dei casi, le persone che incrociamo nei nostri percorsi di sostegno sono individui che hanno subito ingiustizie e vessazioni anche da parte delle istituzioni, sono persone fragili, spesso diffidenti. Non è facile personalmente stabilire un rapporto di fiducia, la reticenza e la paura fanno il resto. Se si riesce a superare questi scogli e spesso ci si riesce, allora si instaurano le condizioni per un supporto proficuo. A questo ci arriviamo anche grazie ai nostri “Centri di ascolto”, creati proprio per costruire un ponte fra “noi” e “loro” e, tramite la conoscenza arrivare ad una collaborazione. Certo, questo avviene con chi decide di restare sul nostro territorio e con le persone italiane. Avviene che nei Centri di ascolto vengano in superficie anche problematiche legate alla salute mentale e, queste sono complicanze che vanno ad aggiungersi e ad aggravare le altre, quando succede, il nostro compito è di farcene carico e segnalare il problema senza che venga creato uno stigma, la constatazione ci impone invece a riflessioni più profonde sugli scempi che le povertà, le ingiustizie, le tribolazioni (e le guerre) compiono sugli individui che le subiscono. Sarebbe troppo semplice affermare che le “malattie mentali” sono il frutto di disturbi già latenti in chi parte o ereditarie, in passato lo hanno già fatto molti medici e psichiatri a proposito di chi tornava dalle Americhe senza un soldo o dal fronte di guerra “ammalato di testa”.
Ci può dire in ultimo quali sono i finanziamenti su cui l’Associazione può contare?
Sono due le entrate in denaro che ci sostengono: le donazioni di privati e l’otto per mille alla Chiesa cattolica.
A cura di Enrico Pinotti
Commenti
Posta un commento
I commenti sono moderati e controllati quotidianamente.
Tutte le opinioni sono benvenute. E' gradita la pacatezza.