VOLEVO RACCONTARE UNA STORIA di Gianfranco Galante a cura di Vincenzo Capodiferro
VOLEVO
RACCONTARE UNA STORIA
Un
romanzo a sfondo autobiografico sentito e vissuto di Gianfranco
Galante
“Volevo
raccontare una storia…” è un romanzo di Gianfranco Galante,
edito da Macchione, Varese giugno 2020. Come scrive l’editore
Pietro Macchione: «Negli ultimi anni ho imparato a conoscere e
apprezzare la vocazione poetica di Gianfranco Galante: una vocazione
che forse si è manifestata forse un po’ tardi al pubblico, ma che
ha alle spalle solide radici culturali, una genuina sensibilità e un
linguaggio autonomo». Pietro in poche battute ha colto nel segno
l’animo letterario di Gianpi, come lo chiamiamo noi amici. Gianpi
conta diverse pubblicazioni, che ricordiamo velocemente: - raccolte
poetiche “Tante impressioni, pochi pensieri, troppe parole”
(1988); “Esitate psicostasia” (2016); “Di tal bellezza”
(2016); “Paesaggi d’estate” (2018); “Emozioni in bilico”
(2018); “Il pensiero soffia ancora” (2019). Gianfranco Galante
nasce nel 1964 a Varese. La famiglia ha origini siciliane. Il padre,
tra l’altro, è stato un valente scrittore, filologo e cultore. Ha
insegnato per diversi anni. A due anni il piccolo Gianpi torna in
Sicilia e vive sull’isola. Naturalmente questa permanenza “d’amore
ne incide a fondo l’anima”, come scrive egli stesso. Torna a
Varese con la famiglia nel 1972. Consegue il diploma nel 1982 e dopo
tante peripezie, che lo accomunano a tanti giovani del suo tempo,
grazie all’aiuto dei genitori, inizia una carriera in proprio
gestendo una cartolibreria. È il cartolaio letterato, l’amico
sincero. “Volevo raccontare una storia” nasce da una
pirandelliana perplessità, ricalcata dall’autore stesso nella
“Praefatio”: «È pazzesco. Ho scritto ciò che è scritto per
paura di dimenticare ciò che ricordo. Ma se ciò che ricordo lo
avessi dimenticato, non mi ricorderei di averlo saputo e quindi non
avrei motivo di aver paura di dimenticare ciò che non ricordo. E
così come lo ricordo ancora l’ho scritto. Ma credo che potrò non
mai dimenticare questa parte della mia vita. Una parte felice nella
quale sono stato libero (innanzitutto) e senza limiti apparenti; né
fisici, né psicologici. Libero anche di essere l’autore ed il
protagonista di questa mia libertà». Il ricordare, nel suo senso
intimo, implica il riportare al cuore, cioè far riaffiorare dagli
abissi del cuore ciò che si è vissuto, l’erleben.
E poi soprattutto il ricordare implica l’amare. Ricordare è
diverso da rammentare, memorare, ciò che ha a che fare solo con la
mente. Si ricorda ciò che si è amato profondamente. Così la
memoria ha le radici in quello che Bergson chiamava l’”io
profondo”, non l’”io superficiale”. La narrativa di Gianpi,
poi, è un esercizio della libertà, e questo è un’importante dote
concessa agli umani, in altri tempi si sarebbe verificata la
difficile situazione con cui apre Montale: «Non chiederci la parola
che squadri da ogni lato l’animo nostro informe;» in tempi appunto
in cui il pensiero era condizionato, oppresso. Ed il romanzo
autobiografico inizia con un “Nasco”: «Aprile 1964. Con oltre
dieci giorni di ritardo sul previsto, nasco io. Nasco per volontà
divina, perché un figlio è dono di Dio. Nasco per desiderio di
mamma e papà, perché il frutto di un amore quando è maturo, va
colto e goduto, appunto. Nasco secondo di tre figli; e sempre secondo
mi sentirò!» e comincia questa calorosa, sentita narrazione di una
vita, che vede tanti protagonisti, tanti paesaggi, tanti sottofondi,
tante suggestioni, frammiste a versi che inondano la prosa. Questo
romanzo, che è un incipit, per Gianpi, segna il passaggio dalla
poesia a quella che il Croce, definiva l’età della prosa. Non che
la poesia scompaia! C’è sempre. Ma c’è un passo forte verso una
maturità letteraria, che prende le mosse dalla propria coscienza. La
storia della coscienza è la coscienza stessa. Lo sfondo
esistenzialista fa da contorno al centro narrativo, che si staglia
dal proprio sé. Come scrive Enea Biumi nella “Introduzione” al
testo: «Galante, in effetti, non è nuovo alle rivelazioni del sé.
Come poeta, infatti, ha già abbondantemente abituato il lettore al
racconto delle sue emozioni. Con la prosa, però l’operazione
assume una connotazione centripeta ancorché compiuta. Il sé diventa
l’elemento da scandagliare pagina per pagina e, pagina per pagina,
il discrimine tra ricordo e sentimento si fa consapevolezza di vita e
di crescita costante. La strada, quindi, che l’autore vuole
percorrere, ha da situarsi proprio in qui momenti fondativi che sono
l’inizio di una esistenza che il destino gli ha preparato e che lui
perlustrerà fra valori e affetti irrinunciabili». Enea ha colto
pienamente il senso della “gettatezza” e “pro-gettatezza”
quasi heideggeriana che si disvela in questo disegno narrativo. Tutto
il susseguirsi degli eventi rispecchia una lettura quasi
espressionista della realtà, dall’infanzia, all’adolescenza,
dalla giovinezza all’età adulta, rintracciando quei valori non
negoziabili che hanno tenute salde per secoli le società antiche e
che possono riassumersi, se vogliamo, in una massima, riportata dal
Galante: «Se il bene donato per spontaneo amore è follia, allora in
quelle strade eravamo un centinaio di folli». Il lettore potrà
ripercorrere benissimo, in questo percorso di una vita, sicuramente
un tratto comune della propria esistenza, se è datato, ma anche e
soprattutto il giovane potrà ricavarne un profondo senso di
moralità, che attraverso la letteratura si dipana. Questo senso,
corroborato dalla sentita nostalgia si rende vivo, esigibile, in una
società, che impantanandosi sempre di più nella palude che Bauman
aveva giustamente intravisto, si perde in un mare di nebbia, che non
è più il “mare di nebbia” di Friedrich. Là il viandante sta al
di sopra a contemplare, qui invece si perde in una nebbia senza più
uscita: è la nebbia che evapora dalla società liquida.
Vincenzo
Capodiferro

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