“IL BRONZO DEL MEDEGHINO RISUONA” a cura di Vincenzo Capodiferro
“IL
BRONZO DEL MEDEGHINO RISUONA”
Un
romanzo storico denso e suggestivo di Piergiorgio Solbiati
“Il
bronzo del Medeghino risuona” è un romanzo storico di Piergiorgio
Solbiati, edito da Macchione Editore, Varese Maggio 2020. “Il
bronzo” è un romanzo storico che è incentrato sulla figura del
Medeghino, Giangiacomo Medici (1498-1555), grande condottiero e
personaggio storico, fratello di Pio IV e zio di San Carlo Borromeo,
figlio di sua sorella Margherita. Giangiacomo aveva aiutato i suoi
fratelli, li aveva tutti fatto studiare. Il Medeghino, aveva creato
una Respublica
tra il Lario. Dov’è è finito il tesoro del Medeghino? Partendo
dal suo mausoleo, nel Duomo di Milano, ideato da Leone Leoni su uno
schizzo del vecchio Michelangelo, il romanzo vuol ricostruire appunto
le vicende di questo tesoro: «Dal Duomo di Milano il Bronzo del
Medeghino risuona per chi cerca il varco verso il tesoro». Ecco come
ci descrive don Piergiorgio il nostro eroe: «Era chiamato così per
la bassa statura: piccolo Medici. Alla lontana imparentato coi
Signori di Firenze, era diventato capitano di ventura. Poteva
racimolare qualche migliaio di mercenari svizzeri, lanzi tedeschi e
briganti ricercati per gravi delitti. Inquadrava tutti con generose
paghe e scatti d’ira». Il romanzo propone sei percorsi geo-storici
che attraversano il Ducato di Milano e che coinvolgono a loro volta
altrettante figure storiche, come l’imperatore Ottone I «che,
soccorso durante un uragano sul lago dagli abitanti di Maccagno,
avrebbe onorato questo villaggio come feudo imperiale» (p.69).
Maccagno era zona franca del Ducato di Milano. Il tema centrale è
quello del varco: ogni percorso è dato da un varco. Don Piergiorgio
fa riferimento all’Inno dei Vespri: «Perché
varco non trovi la venefica serpe.
Immediato il riferimento ad Adamo ed Eva che, nel paradiso terrestre,
dopo la suggestione del serpente, desiderano cercare un varco, per
non incontrare Dio». Lo stile di Don Piergiorgio si riallaccia alla
tradizione del romanzo storico manzoniano, che vede nella
Provvidenza, la regista nascosta della storia. Ci sono i grandi e ci
sono gli umili, come Renzo e Lucia, guidati dalla Mano invisibile,
come la chiamava Adamo Smith, che con astuzia guida la storia: la
List,
poi, ripresa da Hegel. Gli umili di Don Piergiorgio sono gli
Umiliati: «A Milano, il tentativo di riforma della Chiesa, iniziato
intorno al Mille per opera di Arialdo e dei fratelli Cotta, aveva
organizzato il malcontento degli straccivendoli, detti Patarini,
stanchi del malcostume di nobili e dell’alto clero» (p. 11). Il
protagonista sommesso di questo romanzo è Giacomo Pusterla, un
curato campagnolo di Canzo, il quale entra nelle grazie del Medeghino
e diviene il suo luogotenente e segretario: «Messere, tra storia e
leggenda saprà molti fatti del Medeghino e quindi anche miei. Non ho
paura di nascondermi dai vecchi compagni di battaglie. Mi cercano
perché vogliono sapere dove si trovi il tesoro del Medeghino, che
aveva rinunciato a terre e castelli, ma non alle ricchezze. Si dice
sia stato avvelenato o ucciso in battaglia, in realtà è morto nel
suo letto in Piemonte. L’ho riconciliato con Dio. Mi ha ordinato di
distribuire il tesoro a quanti aveva maltrattato e ai paesi
saccheggiati. In questi anni ho onorato fedelmente il testamento,
trovando ospitalità nella fraternità degli Umiliati» (p. 21). È
una figura che si avvicina a quella di un Fra Cristoforo manzoniano,
se non a quella di un Robin Hood, protetto e protettore. Il tema
provvidenzialistico si ravvisa in maniera formidabile nel capitolo
II, dove l’autore parafrasa: Sii
coinvolto nelle situazioni del tempo: attendi Colui che è sopra il
tempo.
Il profondo messaggio che scaturisce dalla considerazione di queste
dinamiche storiche, sebbene romanzate, è rivolto, nell’intento di
don Piergiorgio, all’uomo contemporaneo, sballottato tra la sua
heideggeriana gettatezza e la sua pro-gettatezza: questa
pro-gettatezza naturalmente, come nel filo storico di ogni uomo, di
ogni essere vivente – non dimentichiamo che Dio non dimentica
neppure un passero – deve essere legata al progetto universale
dell’Assoluto. Il tema del divino progetto, che gli antichi
chiamavano Fato, gli indiani chiamano il Karma è la causa formale
della storia, il resto, la materia ce la mette l’uomo. La storia,
quindi diventa eterogenesi dei fini, come in Vico e poi in Hegel,
cioè esposizione dell’Assoluto. Gli uomini appaiono vinti, ma sono
vinti manzoniani, cioè fiduciosi, come il buon ladrone nella Mano
divina. Non sono i vinti verghiani, disperati, dimenticati da tutti,
da Dio e dalla storia. Anche i grandi d’altronde possono passare
per il varco e diventare vinti: ricordiamo anche qui il Napoleone
manzoniano. E come somiglia la figura di questo Napoleone che ha
passato il varco al Medeghino: anche egli grande condottiero, che in
fin della sua vita si riconcilia col Padre ed offre tutto ai poveri!
Don Piergiorgio, pur ambientando il suo “Il bronzo”
sostanzialmente nel Cinquecento, quindi nell’età moderna, ci
richiama alla storia medievale: il medioevo è la media
aetas
che chiude l’età antica e apre le vie all’età futura, che
giunge fino a noi. Il medioevo è l’età teologica per eccellenza,
dove Dio è al centro della storia, ma ciò non significa che l’uomo
ne viene sminuito, tanto a far decantare quel torbido giudizio degli
illuministi: età di oscurantismo e di barbarie! Se pensiamo che il
Novecento ci ha portato due guerre mondiali, totalitarismi, stermini
di massa, bombe atomiche: altro che oscurantismo e barbarie! Ma c’è
di più, perché Don Piergiorgio tocca il Rinascimento, anzi «Il
Medio Evo, coi suoi turbamenti religiosi, sembra attardarsi anche nel
Rinascimento» (p. 102). E poi soprattutto ci ravvisa l’importanza
della storia per l’umanità. Riprendendo un principio leibniziano,
caro ai positivisti: il presente è carico di passato e gravido di
avvenire. In ogni attimo c’è tutta la storia passata dell’umanità
ed anche il germe della storia futura. Altri temi importanti del
romanzo sono la figura del Cardinale Borromeo, grande riformatore
della Chiesa, il tema della stregoneria. Interessante, in questo
senso, è la figura del prete taumaturgo: i preti guaritori «lanciano
maledizioni, liberano da fatture, scatenano piogge devastanti o
grandine con la cosiddetta fisica,» che don Piergiorgio intende come
l’antica arte della magia naturale. Al nostro paese d’origine, a
proposito, si raccontava che una volta alcuni contadini avevano
negato del pane richiesto dai maghi tempestari, detti “Cerauni” e
questi scatenarono una tempesta così forte che si portò via tutto
il costone di un’immensa montagna, provocando una frana che fece
travolgere la città di Planula. Ancora oggi al “Piano dei campi”
vi sono sassi che caddero dal monte. Ed ancora vi era un prete che
riuscì a respingere la tempesta dal suo campo e la fece scatenare
nel campo del fratello, sicché distrusse tutto il raccolto. Il
fratello poi lo maledisse: - Hai la coscienza nera come la tonaca che
porti! Tanto per rammentare che questa figura superstizioso - se
volete - del prete-mago non è tanto medievale, o distante da noi, ma
dove ancora dominava la civiltà contadina, come dalle nostre parti,
era presente fino a metà del secolo scorso ed oltre. Tornando al
romanzo, alla fine tutti danno la caccia a questo povero curato per
il tesoro del Medeghino: «La caccia al tesoro del Medeghino non si
placa. Giacomo, scovato a Franciscio dai vecchi mercenari, è
costretto alla fuga. Ritorna al paese, devastato dalla peste… La
venefica serpe ritorna dalla pietraia…». Giacomo sarà un martire
dei servi di Mammona «torturato e seviziato da chi, a ogni costo,
vuole il tesoro del Medeghino». È la storia di un prete autentico,
che seguendo il mandato di Cristo soccorre gli ultimi, gli oppressi.
Dio sta sempre dalla parte dei poveri. Non c’è parola nel vangelo
che non difenda i poveri e condanni i ricchi. In questo senso è Dio
il vero rivoluzionario, il vero socialista, è Lui che fa giustizia
del povero, dell’orfano e della vedova ed interviene anche nella
storia. Non è un “Motore Immobile”, un ente perfettissimo che se
ne sta là, crea il mondo lo avvia come una macchina ed arrivederci e
cordiali saluti! Così lo avevano pensato i meccanicisti ed i deisti:
ma Dio non è una macchina, non fa l’ingegnere o l’architetto del
mondo. Non è un aristocratico che si nasconde sulle cime degli
olimpi. Dio c’è! Lo disse a Mosè dal Roveto: Io Sono. Cioè: Io
ci sono. La figura di questo curato ci riporta in mente il martirio
di un prelato di Potenza, Giovanni Andrea Serrao (1731-1799), anche
egli martirizzato ad opera del varco di quella venefica serpe,
Principe di questo mondo, la quale purtroppo, insieme alla Divina
Provvidenza è la coprotagonista della storia. Don Piergiorgio ha
pubblicato con Macchione: “L’Inverna” (2019); “Un solo
Padrone” (2018); “Almeno lasciatemi le favole” (2017); “Un
prete superfluo” (2016).
Vincenzo
Capodiferro

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