Lisia – Per l’uccisione di Eratòstene Di Marco Salvario
Lisia
– Per l’uccisione di Eratòstene
Di
Marco Salvario
Lisia
è da sempre ritenuto uno dei più grandi oratori dell’antichità.
Nato ad Atene nel 445 a.C., non riuscì mai a ottenere la
cittadinanza in quanto figlio di uno straniero, un siracusano
apprezzato fabbricante di scudi. Il fatto che, nonostante le sue
capacità, la sua reputazione e i suoi meriti verso la città più
importante dell’Attica, Lisia non sia mai stato accettato a pieno
titolo in quella che, nella nostra fantasia, è la patria della
democrazia, ci mostra come la celebrata Atene, sempre contrapposta
alla violenta e primitiva Sparta, fosse in realtà una città egoista
e gelosa dei propri privilegi; gli immigrati avevano pochi diritti,
erano sfruttati e soggetti a tassazioni gravose. Nulla di nuovo sotto
il sole.
Di
Lisia sono giunte fino a noi una trentina di orazioni delle oltre
quattrocento che sembra abbia composto. Il suo stile è elegante,
pacato, ben strutturato, molto diverso da quello impetuoso e
trascinante di un Demostene; affascina, convince, anticipa e confuta
le possibili contestazioni della parte avversa, soprattutto si
preoccupa di dimostrare assoluto rispetto per le leggi e per la loro
corretta interpretazione, perché allora come adesso, spesso la
salvezza dell’imputato non era nella legge scritta, ma nella sua
integrazione con le regole di comportamento nella società. Lisia è
sempre attento, con raffinata ruffianeria, a fare leva sui valori
civici e sui sentimenti dei giurati, portandoli a condividere la
propria visione degli eventi.
L’orazione
“Per l’uccisione di Eratòstene”, si occupa di un caso
apparentemente semplice: Eratòstene seduce la moglie di Eufilèto,
viene colto sul fatto dal marito Eufilèto ed è assassinato. I
parenti dell’ucciso accusano Eufilèto, difeso da Lisia, di avere
premeditato il delitto, facendo cadere la vittima in una trappola.
In
caso di condanna per il reo non esiste il carcere ma solo la morte,
alla quale l’accusato può di solito sottrarsi con l’esilio e la
perdita dei beni.
L’opera
di Lisia è un’importante testimonianza, che ci permette di
conoscere con ricchezza di dettagli le leggi, i personaggi e la vita
in Atene, in un periodo storico turbolento e drammatico.
La
vittima, Eratòstene, è un giovane sui vent’anni, donnaiolo, che
vive di espedienti e sotterfugi. Adocchia la moglie di Eufilèto ai
funerali della suocera e la seduce con lo scopo probabile di farsi
mantenere da lei.
Della
donna non conosciamo neppure il nome, sappiamo che è giovane
anch’essa, è stata fino alla sua caduta una brava moglie e ha dato
al marito un figlio. Eufilèto si fida di lei e le lascia il
controllo completo sulla casa mentre lui lavora nei campi. Viene da
notare che Eufilèto non ha mai per la moglie parole di affetto
ricordando il passato, né di odio per il tradimento; ne parla come
di un buon sottoposto, ubbidiente e preciso.
Le
donne nella tanto civile Atene sono considerate poco, al punto che
mentre Eratòstene paga la propria colpa con la propria morte, la
donna non è ritenuta responsabile, come se la sua natura fosse
troppo fragile e inferiore per opporsi alle lusinghe di un seduttore.
La sua condanna è che, essendo stata violata, è diventata guasta e
impura, suo marito la ripudierà secondo la legge e le toglierà il
figlio; sarà scacciata a bastonate da ogni luogo pubblico o sacro,
ma nessuno deve ferirla o ucciderla. Il suo ruolo era quello di una
proprietà del marito, un oggetto della casa che una volta che è
stato profanato, ha perso ogni pregio e contamina i luoghi sacri con
la sua presenza.
Con
i nostri occhi disincantati, è facile immaginare come questa ragazza
giovane, inesperta, annoiata da una vita chiusa e senza prospettive,
con un marito noioso e spesso assente per giorni, fosse destinata a
cadere tra le braccia di un avido dongiovanni, ritrovando in quella
passione proibita, la vivacità e la gioia che saranno le prime
scintille che accenderanno i sospetti di Eufilèto.
Il
marito assassino è un borghese piccolo piccolo, proprietario di una
casa a due piani che ha condiviso prima con la madre e dopo con
moglie e figlio; possiede un piccolo podere e spesso passa la notte
sul suo terreno, senza tornare a casa, soprattutto dopo la nascita
del figlio.
Eufilèto
è presentato come un bravo cittadino ateniese, ligio alla legge
scritta e morale. Uccidendo Eratòstene, non ha fatto la vendetta di
un proprio torto subito, ma ha compiuto un atto di giustizia verso
chi aveva violato la sua casa prima che sua moglie, ha eliminato una
pericolosa mela marcia per il bene di tutta la comunità.
Eufilèto
è un buon uomo, visto con gli occhi del suo difensore, ma la
meticolosa organizzazione della sua vendetta, ci fa ipotizzare che in
lui si annidi uno spirito calcolatore e malvagio. Vendetta o, peggio
ancora, avido calcolo?
Nel
delitto la premeditazione c’è tutta, almeno per i nostri parametri
di giudizio. Eufilèto è insospettito dai comportamenti della moglie
che arriva a chiuderlo in camera e a uscire la sera con scuse
improbabili; in seguito è informato della tresca da un’altra
amante che Eratòstene sta trascurando. Il marito tradito fa
confessare la propria serva, che ha sempre retto il moccolo alla
padrona e, con la sua complicità e quella di quattro selezionati
amici/testimoni, coglie gli amanti sul fatto, fa ammettere le proprie
colpe al rivale e lo uccide, come da diritto ateniese.
Dalle
pagine di Lisia intuiamo le accuse che potrebbero costare la condanna
dell’imputato; per brevità ne indico solo due:
1)
Eratòstene non sarebbe entrato in casa di Eufilèto per sua
decisione ma sarebbe stato attirato nella stessa dalla serva della
moglie, in questo modo cadendo nelle mani dei suoi carnefici;
2)
Eufilèto avrebbe ucciso il rivale dopo avere cercato di ricattarlo.
Per
quanto riguarda la prima accusa, il seduttore poteva essere ucciso
giustamente solo se sorpreso nella casa del marito ingannato, per la
seconda il movente di Eufilèto non sarebbe stato quello di uccidere
un malintenzionato che si è introdotto nella sua casa per
approfittare di una sua proprietà (la moglie), ma un avido che,
scoprendo che l’amante della moglie si era probabilmente fatto dare
denaro o valori, pretendeva di ottenerli in dietro e con gli
interessi.
Il
processo si svolge nel tribunale permanente allestito nel tempio
dell’Apollo di Delfi, poco fuori le mura di Atene. Non conosciamo
il verdetto de giudici, ma sembra che Lisia abbia perso solo due
cause in vita sua e quindi è ragionevole supporre che Eufilèto sia
potuto tornare alla sua vita tranquilla, al lavoro del suo podere e
occuparsi dell’educazione del figlio.
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