Recensione Guido Conti - Il coccodrillo sull’ altare – a cura di Marcello Sgarbi
Guido Conti - Il coccodrillo sull’ altare –
(Edizioni Guanda)
Collana: Le Fenici tascabili
Pagine: 202
EAN 9788882466183
Questa
prova è la conferma di un grande talento già rivelatosi diversi
anni fa in una delle edizioni di Papergang,
raccolta curata da Pier Vittorio Tondelli e dedicata a scrittori
emergenti diventati autentiche promesse fra cui, per esempio, Silvia
Ballestra.
Dalle
cronache padane di Conti escono personaggi felliniani, ritratti naif
alla Ligabue, storie che riportano al cinema neorealista di
Rossellini e Zavattini, e in tempi più recenti a quello
di Mazzacurati. Ma in queste pagine c’è soprattutto l’amore
sconfinato per la propria terra, anche perché l’autore l’ha
coltivata in tutti i sensi: come contadino prima, e oggi
come vivace animatore del panorama culturale parmense.
“Elisa
non pregava. Aveva un grumo acido nell’ anima come
il cuore di una pesca sfatta”.
“Pietro
strinse forte il manubrio nel pugno e non diceva nulla, con lo
sguardo che si posava sui sassi e sui rami degli alberi, e
tutto gli sembrava così doloroso, senza perché. Il suo sguardo si
attaccava all’ erba del fosso, a quella macilenta per il freddo e
la pioggia che cresceva lungo la strada dell’argine, con
una forza che assomigliava tanto alla disperazione”.
“Il
bosco muggiva come un toro ferito, un lamento ossessivo e
continuo”.
“La
giornata era calda e afosa, immobile l’aria. La pianura crepitava
seccandosi. Le cicale, sfiancate dal caldo, stridevano immerse nella
luce accecante. Un ragazzo, magro e nero, mezzo
nudo, con un cappello di paglia in testa, voltava l’erba nel
prato tra l’argine e il pioppeto. Sulla pelle la luce era
polvere di vetro, e lo stridio delle cicale un
lamento ossessivo”.
“Lei
sentì il sole con forza sulla pelle non ancora violata dalla
luce, come una mano calda. La ragazza sospirò profondo, chiuse gli
occhi e si sfiorò i capezzoli duri come mandorle nere”.
(c) Marcello Sgarbi
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