Le crudeli novelle di H.C. Andersen Marco Salvario
Le
crudeli novelle di H.C. Andersen
Marco
Salvario
Le
ricordate tutti, le belle favole che ci raccontavano da bambini: la
bella principessa, il principe azzurro, un bacio e vissero a lungo
felici e contenti. Quanta dolcezza, amore e serenità! Erano così,
vero?
No,
proprio no! Ci veniva sbattuto sul muso ancora innocente un mondo di
ingiustizie, di cattiverie, di orrori, di streghe, orchi, matrigne,
sorellastre, lupi, dove il lieto fine era abbastanza raro e sempre
amaro. Gli scrittori dell’infanzia molto spesso si sono dimostrati
sadici e frustrati, che riversano le loro crudeli fantasie sui più
piccoli, che dormivano zitti e buoni soltanto perché le paure nate
dai racconti li inchiodavano terrorizzati nel loro lettino.
Che
grande personaggio è stato Hans Christian Andersen, penso sia
universalmente noto.
Danese,
nato nel 1805, nelle foto che lo ritraggono mi ha sempre
impressionato per la fronte stempiata e l’imponenza del naso.
Scrittore e poeta incredibilmente fecondo, ci ha lasciato sei
romanzi, molte raccolte di poesie e lettere, una cinquantina di opere
teatrali, scritti satirici, diari di viaggio, biografie e
autobiografie; uno di quegli autori che ha scritto molto di più di
quanto troppi lettori leggano nella loro vita.
La
sua infanzia trascorre in un quartiere povero della città di Odense,
con un padre ciabattino e una madre analfabeta, di quindici anni più
anziana del marito. La donna resterà comunque vedova, si risposerà
e scivolerà nell’alcolismo. Chissà, questa può essere anche la
tragica chiave di lettura di molte fiabe di Andersen.
“È
piena estate. Verde e vasta è la campagna battuta dal sole, qua e là
gialla di frumento maturo. Sui prati appena falciati volano basse le
rondini a catturare col becco le cavallette.
Nell’aria
l’afa è appena temprata nell’ombra dei boschi.
Nel
cielo, alte alte, trillano le allodole.”
Come
vi sembra questo incipit? L’avete riconosciuto?
Poche
righe più avanti avremmo incontrato un’anatra che cova. Tutte le
uova si aprono tranne quella più grossa da dove nascerà, dopo una
lunga attesa, un esserino grosso e sgradevole, il brutto anatroccolo.
Questa è una delle poche novelle dove il nostro autore ci concede un
lieto fine, ma attraverso quante amare tribolazioni! Mamma anatra
difende il suo ultimo nato anche se con disillusione e pietà, mentre
per tutta la fattoria, il diverso diventa oggetto di scherno e
perfidie.
“Sarebbe
stata una fortuna se il tuo uovo non si fosse aperto.”
“Spero
che il gatto ti mangerà, tanto sei brutto.”
Lo
beccano le anatre, lo beccano i polli e anche il tacchino, che quanto
a bruttezza ha pochi rivali.
Il
poveretto fugge per la disperazione e due anatre selvatiche gli
propongono di venire con loro per spaventare con la sua mostruosità
le altre anatre, ma saranno uccise dai cacciatori. Il pulcino prova a
rifugiarsi da una vecchina, ma viene presto cacciato perché non sa
fare le uova, non sa fare le fusa e non sa dare la caccia i topi.
Ancora in fuga da solo e con il gelo dell’inverno sempre più
brutale, fino a quando stremato è raccolto da un contadino che lo
porta alla moglie. Sarà la salvezza? No, i tre figli della coppia
vogliono usarlo come un giocattolo e il poveretto terrorizzato
finisce subito cacciato da casa.
Insomma,
un bambino cui i genitori leggono una storia simile, a questo punto
sta piangendo e soffrendo, oppure è un piccolo De Sade e gode a
sentire trionfare il male.
Come
anticipato, Andersen si rende conto di avere esagerato e ci regala
una conclusione felice.
Il
povero anatroccolo vede tre bianchissimi cigni, li raggiunge
rassegnato a farsi uccidere a beccate, invece scopre di essere
diventato cigno anche lui e si monta subito la testa.
“Valeva
la pena di soffrire quello che ho sofferto quando tutti mi ritenevano
un brutto anatroccolo!”
La
morale è dubbia, non vi pare?
L’essere
diverso dagli altri, emarginato, messo da parte, è una
caratteristica ricorrente dei personaggi dell’Autore che con dolore
ricorda momenti della sua infanzia.
Pensiamo
a “Il soldatino di stagno”, il poveretto ha una gamba sola e
quindi non può essere schierato con gli altri ventiquattro
commilitoni; loro si esercitano e lui resta da solo a far la guardia
al castello, silenziosamente innamorandosi della ballerina di cartone
che piroetta su una gamba sola e che ingenuamente il soldatino crede
uguale a sé.
A
questo punto cominciano le peripezie del nostro involontario eroe,
che da un davanzale cade nella strada fangosa e dopo mille sofferenze
sarà mangiato da un pesce e tornerà proprio nella stessa casa, dove
ci sono gli altri soldatini e la ballerina. Lieto fine? No, non ce lo
meritiamo! Il soldatino viene scaraventato nella stufa e fonde vivo.
Non so quanto per lui e per noi sia consolante che un soffio di vento
faccia volare nella stufa anche la ballerina di cartone, bruciandola
insieme. Mal comune mezzo gaudio?
Meno
male che i bambini sono molto solidi, perché è una scena di una
crudezza devastante.
Altre
favole tristi?
“La
margherita e l’allodola” muoiono entrambe nella gabbia dove sono
prigioniere, perché nessuno si ricorda di dare loro da bere.
“L’abete”
dopo essere strappato al suo bosco e avere gioito dell’effimera
gioia degli addobbi con cui è trasformato in un bellissimo albero di
Natale, sarà prima dimenticato in solaio, quindi bruciato in cucina
“con crepiti e con soffi, che parevano lamenti”.
Tuttavia
la tristezza più profonda me la regala quel poetico e tragico
capolavoro che è “La piccola fiammiferaia”. Perse le
scarpe, cammina nella neve “con i piedi arrossati e, qua e là,
fatti bluastri dal gran freddo”; non vuole tornare a casa, dove
la aspetta un padre alcolizzato, pronto a picchiarla e ad abusare di
lei. La fanciulletta in quel rifiuto ha già accettato la propria
morte senza rimpianti. Le luci dei fiammiferi sono i passi allucinati
di una creatura ormai in delirio, forse alcolizzata, forse tossica di
qualche droga povera; chissà, ci si può sballare respirando la
testa degli zolfanelli? Le immagini si succedono in un crescendo di
desiderio e meraviglia per subito svanire un attimo prima che la
fiammiferaia possa assaporarne la gioia, fino all’ultimo fantasma,
quando la nonna morta viene a portarla via con sé.
La
mattina dopo, ed è l’inizio di un nuovo anno, il cadaverino
abbandonato genera al massimo un veloce commento di compassione e
nulla più.
E
vissero a lungo felici e contenti?
Dove
la morte non domina il finale, la morale è comunque amara.
Chi
non ricorda “I vestiti dell’Imperatore”, dove la credulità
degli uomini è superata solo dalla loro ipocrisia e piaggeria? Un
crescendo di magistrale arte che si spezza nel momento in cui, alla
parata trionfale dell’imperatore che crede di essere vestito di un
abito così raffinato da avere la proprietà di essere invisibile
agli stupidi e agli inetti e che quindi nessuno osa ammettere di non
vedere, un bambino alza il suo grido innocente e senza vergogna: “Il
Re è nudo!” Eppure, anche davanti all’evidenza l’Imperatore
mantiene il suo cipiglio fiero e non ammette di essere stato
ingannato.
Morale
della favola, queste novelle sono belle perché parlano a noi con la
voce di quello stesso fanciullo. Il Re è nudo. Perché ai bambini
non regaliamo invece la gioia, la fiducia nel mondo?
Lo
so, il mondo è un brutto posto ed è abituato da una razza stupida,
la natura è matrigna come una strega cattiva, noi siamo soli e
spesso ci sentiamo diversi dagli altri, però, almeno ai più
piccoli, prima di andare a dormire, non possiamo donare un momento di
serenità?
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