CORONAVIRUS: RIVOLTE E MORTI IN CARCERE a cura di Carmelo Musumeci
CORONAVIRUS: RIVOLTE E MORTI IN CARCERE
“Se non hanno più pane, che mangino brioches.” Così sembra abbia
risposto la regina Maria Antonietta ai tempi della Rivoluzione francese, alla
notizia che il popolo affamato si stava rivoltando.
Ancora si sa poco dei morti durante le rivolte in carcere di questi giorni,
persino il numero dei morti è incerto. Si sa però che è molto più facile per le
forze dell’ordine sedare le manifestazioni in carcere che non fuori nelle piazze
o nelle strade, perché "dentro" nessuno ti vede, non ci sono testimoni scomodi e
per i rivoltosi non è per nulla facile scappare o allontanarsi. Se con i
manifestanti al G8 di Genova del 2001 non è stato facile e hanno dovuto
reprimerli davanti agli occhi di tutto il mondo, in carcere non ci sono occhi
che vedono. A parte qualche giornalista che fa eccezione, sembra che ai mass
media non interessi come e perché questi detenuti sono morti, perché sono stati
traferiti moribondi in altri carceri (invece di portarli all’ospedale). Penso
che a queste domande non avremo mai risposta, perché molti di loro non hanno una
meravigliosa sorella come quella che ha avuto Stefano Cucchi, che ha lottato con
tutte le sue forze per scoprire cosa era accaduto a suo fratello.
Per confondere l’opinione pubblica e giustificare l'incapacità del sistema
carcerario di gestire l'emergenza, si sta facendo circolare la voce che dietro
le rivolte ci sia stata la regia dalla mafia, dimenticando di dire che mai
queste organizzazioni hanno partecipato a delle rivolte carcerarie e che, anzi,
le hanno sempre ostacolate. Dietro queste rivolte non c’è la mafia, c’è
piuttosto lo Stato che si era dimenticato dei suoi prigionieri, abbandonandoli
al loro destino, alla disperazione, e la paura ha fatto tutto il resto. È stata
solo una rivolta spontanea. Niente altro. Ma voi che avreste fatto? Avreste
protestato pacificamente? In carcere non è facile farlo e molti detenuti non
hanno gli strumenti per gestire una protesta pacifica. Non è mia intenzione
sdoganare la violenza, ma cerco solo di capire perché e da dove viene, e
soprattutto chi la provoca.
Quando sento che i reparti mobili antisommossa entrano per ristabilire
l’ordine mi vengono in mente brutti ricordi, purtroppo dentro non ci sono
giornalisti, telefonini e telecamere a testimoniare quello che accade quando
succedono questi fatti. Ecco perché ho sempre scritto dei diari dal carcere:
“Il direttore e il commissario del carcere avevano deciso di agire e di
trasferire i promotori della protesta e si rivolsero alla squadretta. Era una
giornata fredda e nuvolosa. Neppure il tempo prometteva nulla di buono. Le
guardie piombarono in sezione qualche ora prima dell’alba. Il corridoio era
silenzioso e cupo. Ad un tratto dalle prime celle si sentì un grido d’allarme di
un detenuto: “Arrivano”. E subito dopo si sentirono urla e insulti per tutto il
carcere. Le guardie incominciarono con i detenuti delle prime celle, a rompere
nasi e denti, imbrattando di sangue le mura delle loro stanze. I detenuti più
deboli, i tossicodipendenti e gli anziani si rannicchiarono negli angoli delle
loro celle a piangere e a singhiozzare. Io, per attutire i colpi delle
manganellate, che di sicuro mi sarebbero arrivati, mi ero messo addosso tre
pigiami, due paia di pantaloni e diverse maglie e maglioni, con sopra due tute,
e avevo indossato le scarpe più pesanti, ma le presi lo stesso di santa
ragione.”
“Nel 1992 ero arrivato all’isola dell’Asinara con l'elicottero dei
carabinieri. Appena sceso mi presero in consegna le guardie. Subito dopo mi
scaraventarono in una gabbia allestita provvisoriamente al centro del capo
sportivo, davanti alla famigerata sezione Fornelli. Eravamo schiacciati come
sardine. Ad un tratto le guardie si schierarono a destra e a sinistra.
Lasciarono libero un corridoio nel mezzo che portava dritto dentro il carcere.
Le guardie avevano scudi in plexiglass e manganelli nelle mani. Immaginai
subito cosa sarebbe successo. Lanciai un’occhiata al percorso che dovevano fare.
E subito pensai che sarebbe stato difficile non prendere qualche manganellata in
testa. I primi detenuti uscirono. Furono subito bersagliati di
manganellate.
Io correvo piegato in due con le braccia alzate per cercare di
ripararmi dai colpi di manganello. Ma non servì a molto. Toccò a me. Cercavo di
proteggermi la testa, ma le manganellate arrivarono proprio lì."
Disegni di Valerio Chiola tratti dal libro fumetto di Susanna Marietti dal
titolo “Antigone 25 anni di storia italiana visti da dietro le sbarre”. Round
Robin editrice.
Carmelo Musumeci
Marzo 2020




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