Don’t Let My Mother Know SARA MUNARI a cura di Marco Salvario
Don’t
Let My Mother Know
SARA
MUNARI
Riccardo
Costantini Contemporary - Via Giolitti 51, 10123 Torino
22.11.2019
- 25.01.2020
a
cura di Marco Salvario
Non
sempre è facile spiegare quello che si trova e quello che si prova
visitando una galleria d’arte e ammetto di sentirmi in questa
occasione più in difficoltà del solito. Proviamo a partire
dall’inizio.
La
Riccardo Costantini Contemporary nasce nel 1993 con lo scopo di
promuovere ed esporre artisti di ogni nazionalità e di ogni mezzo
espressivo; per più di due mesi, fine 2019 e inizio 2020, ha
ospitato i lavori della fotografa Sara Munari.
Sara
Munari è una fotografa a 360 gradi e ogni aspetto del mondo
fotografico desta il suo interesse, con sguardi a volte ironici, a
volte malinconici, a volte critici, sempre con intelligenza. Insegna
fotografia, tiene conferenze, espone in tutta Europa, organizza
mostre e workshop per altri colleghi, ha scritto tre libri sulla
fotografia e ne ha pubblicati quattro di sue opere.
Il
suo progetto “Don’t
Let My Mother Know” non è però una mostra fotografica o,
perlomeno, lo è solo in parte; piuttosto è una storia che nasce su
un filo apparentemente fragile tra fantascienza e sogno, ma denso di
intrecci e riferimenti e che si sviluppa subito in due creazioni
diverse eppure parallele.
Si
comincia con un video lungo una dozzina di minuti, nel quale è
raccontata in prima persona la trama narrativa nel suo completo
svolgimento. Con voce stanca e invecchiata, la protagonista si
presenta come un’ottantottenne che ha vissuto l’incredibile
esperienza di entrare in contatto con un mondo alieno e prova
l’autenticità della sua testimonianza con documenti, fotografie e
mappe.
Non
vi racconto troppo perché il filo guida non è fondamentale di per
se stesso mentre lo è per quell’insieme di sensazioni e di
riflessioni, guidate o personali che l’artista vuole creare nello
spettatore e, ovviamente il mio giudizio è sempre personale,
raggiungendo il suo intento.
Gran
parte del materiale utilizzato è stato ripreso in Islanda e non è
stato modificato con tecniche digitali; questo non vuole dire che non
ci sia il trucco. L’abilità dell’artista sta nel cogliere
l’attimo in cui alcune palline lanciate in aria sono ancora sospese
per creare l’illusione di oggetti misteriosi in orbita,
nell’indossare un guanto per realizzare una mano aliena e nello
scegliere sapientemente le inquadrature.
Ogni
immagine, ogni evento, diventano spunti ed elementi indipendenti dai
quali il visitatore potrà creare le proprie chiavi interpretative.
Una
di queste chiavi ce la fornisce l’autrice svelando quella che è
l’allegoria principale della sua opera: l’alieno x23 che lei
incontra e non riesce a riportare con lei sulla terra, viene a
coincidere con la figura di suo padre, percepito sempre più lontano
perché malato di Alzheimer. Così il titolo Don’t Let My Mother
Know (Non ditelo a mia madre), che a me aveva ricordato l’allegro
tormentone di una canzone di Giuni Russo (Mia madre non lo deve
sapere,
non lo deve sapere …), perde la sua allegria.
non lo deve sapere …), perde la sua allegria.
No,
non stiamo giocando ma vivendo con malinconia e rimpianto una vicenda
a più livelli, carica di umanità ed empatia.
La
cura con cui il materiale è presentato, capace di sostenere e dare
verosimiglianza alla narrazione, non copre i giochi e le provocazioni
dell’autrice; dai piccoli scherzosi scherzi con le sillabe -
l’agenzia spaziale Rasa, è il nome della fotografa con le sillabe
scambiate e il pianeta Musa riprende le sue iniziali – alle più
profonde riflessioni che coinvolgono i nostri sentimenti, la nostra
visiono dello spazio, del nostro mondo, dei rapporti personali; ci
troviamo davanti a un mondo sconosciuto che è il nostro pianeta
anche quando non lo riconosciamo, con forme che il tempo trascorso o
impoverito dalla fragilità dei ricordi, rende ostile e minaccioso;
un pianeta dove ci sentiamo persi e soli anche se a volte riusciamo a
incontrarci, a cercare di comunicare e aiutarci. Il nostro prossimo è
l’alieno, la malattia è l’alieno. Faticosamente in parte
riusciamo a entrare in contatto, ad aiutarci nel bisogno, ma alla
fine l’extraterrestre x23, cui ci ha legati un ricordo e da un
affetto a cui non siamo riusciti a dare forma completamente, non ci
ha seguito nel nostro viaggio di ritorno.
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