UNA DONNA DEI NOSTRI TEMPI: ALESSANDRA DE SANTIS a cura di Vincenzo Capodiferro
UNA
DONNA DEI NOSTRI TEMPI: ALESSANDRA DE SANTIS
Tra
“Il bianco, il nero, e un po’… di rosso” e il grigio della
piazza che riflette antiche emozioni
Alessandra
De Santis ha vissuto la sua infanzia nel paese di Castelsaraceno.
Come tutti i giovani del suo tempo ha avuto l’onore di assistere al
tramonto della scomparente civiltà contadina, tanto celebrata da
Carlo Levi e da tutti coloro che ci ebbero a che fare. Consegua la
laurea in storia contemporanea all’Università di Firenze, prosegue
gli studi con il master di dirigente dei servizi culturali. Finita
l’esperienza a Firenze si traferisce a Roma, dove collabora con il
partito dei DS. Lavora poi come funzionario politico del PD. Segue
vari corsi di formazione. Nel 2007 si candida alle amministrative con
il sindaco Domenico Muscolino e ricopre l’incarico di assessore.
Rientra poi a Roma ove continua a lavorare nel partito. In “Il
bianco, il nero … e un po’ di rosso”, sua raccolta poetica
curata dall’associazione culturale Lucaniart, vi troviamo una
strepitosa effusione di un’anima che canta. La realtà è sempre o
bianca, o nera, almeno come la vede Alessandra e dentro vi emerge
qualche sfumatura di rosso, che indica quella vena, battagliera e
rivoluzionaria. Non vi sono gli spazi grigi, ma anche questi si
possono ricavare dalle sfumature, dalle zone d’ombra, o di confine,
che lo sguardo d’insieme ci offre. Teresa Armenti, la nostra
poetessa e cultrice, è stata anche sua insegnante, e così la
descrive nel ricordo: «Fin dai tempi della scuola media scorreva in
Alessandra De Santis la vena poetica, che si manifestava nei suoi
elaborati, sempre originali e creativi, nella contemplazione del
paesaggio davanti alla finestra, mentre sorseggiava la tazzina di
caffè, nella corrispondenza epistolare con l’artista lucana Maria
Padula, che le inviò alcuni scritti inediti di Rocco Scotellaro».
Forse proprio la lettura di Scotellaro, il poeta contadino che muore
di crepacuore giovanissimo, una delle poche anime rivoluzionarie
della nostra terra, dovette incutere nella giovane Alessandra un
sentimento arcano di sacra riverenza e una penetrante influenza. Si
sente nei suoi versi quello stesso atteggiamento popolare che si
notava nelle raccolte di Scotellaro. E lei risponde alla sua maestra,
Teresa, nel “Canto di una discente” con un verso che si ripete
sempre: «Sento la tua voce in me». «Nei sorrisi che regalo. / Nei
dolci che spartisco. / Nelle poesie che narro … / Sento la mia voce
in me.». È bello questo sentir la voce della propria maestra in sé.
Come non ricordare Agostino? Il “De Magistro”. Il maestro
interiore è il Maestro, che ci guida in ogni nostro passo. Comunque
la bellezza e la sublimità dell’insegnamento, che è fatto di
carne ed ossa, prima che di libri e nozioni, sta proprio in questo
sottile e penetrante riconoscimento: sento
la tua voce in me!
Io ricordo sempre con affetto la mia maestra, Angela Lauletta, la
chiamavano “pizzicotta”, perché pizzicava con affetto quando
facevamo gli sbagli, i “giovenili errori” di Petrarca. Eppure ho
sempre stimato questa donna, anche quando era in pensione, nella sua
anzianità. Ed anche ella ha sempre nutrito per noi allievi un
riguardo, nel ricordo del rapporto di grandiosa umanità che si
celebra tra l’alunno e il maestro. Il tema caro della poesia
socialista, che guarda ai deboli della storia, agli ultimi, in
Alessandra, la troviamo, ad esempio, in “Naufragi”: «Sepoltura
senza nome avranno. / in terra straniera riposeranno / nel silenzio,
nell’assenza della misericordia». Il “mare nostrum” diventa la
tomba delle genti, diviene di nuovo il mare ostile, come lo era
inteso nella storiografia di Henri Pirenne. Il tema sociale è teso,
centrale nella denuncia poetica. Alessandra vive fin dall’infanzia
una forte esperienza politica nell’ambito del socialismo. Vive in
una famiglia numerosa, di ragazzi vivaci. Le battaglie che si
facevano nei nostri paesi non erano quelle degli operai e degli
industriali dei grossi plessi nordici, ma erano ancora il retaggio
delle lotte antiche tra cafoni e galantuomini, tra briganti e
borghesi. C’è stata la stagione del socialismo agrario, che
ricorda la fulgida esperienza dei Fasci siciliani di inizio secolo,
da Crispi, mazziniano, democratico, subito fatti reprimere nel
sangue. Forse il giovane Benito Mussolini, che proveniva
dall’esperienza intensa del socialismo fu così ammaliato da quella
lotta dei Fasci di Sicilia, da riprenderne il nome per il partito
fascista. Alessandra è stata sempre una giovane intelligente ed
attiva, pur essendo stata portata via fin dalla più tenera età,
come tanti giovanissimi, per necessità, a Roma, a Firenze. Così
ricorda il paese, la piazza, ove prevale, invece, proprio quel
grigio: «Nella piazza grigia, c’è tutta la mia vita: / i miei
passi, i miei sorrisi, le mie giornate grigie… Danze sulle pietre
grigie … c’è luce che luccica tra le pietre grigie». La luce
rifulge anche nel grigio, in un mondo opaco, più senza speranze
d’altri tempi, nella società liquida dove l’utopia,
come dice Zygmunt Bauman, diventa retrotopia:
un guardare indietro. «Non una goccia di sangue versato, / per fare
la rivoluzione / si è fatto largo nei miei libri facendo rumore».
La rivoluzione sui libri, del socialismo cattedratico, esangue,
esanime, non ha più fatto rumore. Non si può fare la rivoluzione
sui libri, nel ricordo, la rivoluzione deve diventare un fatto
permanente, così come l’avevano, in qualche modo, sognata Lenin e
Trockij. Questa è la nostalgia che scorre nel sangue dei giovani e
delle donne dei nostri tempi, che sono sempre, ed anche donne di
altri tempi.
Vincenzo
Capodiferro
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