GIUSTIZIA a cura di Miriam Ballerini
GIUSTIZIA
La parola Giustizia
significa: virtù, principio etico per il quale si giudica rettamente
e si dà a ciascuno ciò che gli è dovuto.
È
una componente essenziale del nostro vivere civile, è quanto
auspicheremmo qualora dovesse succedere, a noi o ai nostri cari, di
trovarci nella condizione di venire giudicati. Perché, non mi
stancherò mai di dirlo, tutti noi possiamo sbagliare; tutti noi
siamo in grado di fare del male agli altri.
Perché questa premessa?
Spesso, in tv, viene data la parola a genitori o parenti della
vittima. È ovvio, è
umano che coloro che hanno subito un forte lutto per mano di un
altro, provino un dolore talmente forte da andare al di là di ogni
comprensione.
È
pertanto normale che questi esternino la loro rabbia: l'impotenza, il
desiderio di una qualsivoglia vendetta.
Meno giustificabile è
che si permetta loro di intervenire sulle sentenze o sul sistema di
detenzione del colpevole.
Hanno dato, che ne so,
venti anni all'imputato? Sono pochi! Come se cento anni di prigione
potessero fare qualche differenza.
Dopo tre anni al
colpevole vengono consentiti dei permessi premi? O addirittura di
uscire a lavorare? Orrore! La vittima non potrà mai più lavorare,
respirare, fare; perché loro dovrebbero?
La nostra società è
rimasta a uno stato d'incapacità di giudizio e di lungimiranza che,
sempre più spesso, salta fuori dai discorsi quotidiani.
Ci si veste, si vive in
case, si guida … ma, paradossalmente, il nostro sentire è rimasto
quello espresso nei tempi storici più bui. Un sentire,
consentitemelo, di pensare “mafioso”: tu mi uccidi un figlio, io
uccido il tuo.
La nostra costituzione
consente il recupero del prigioniero. Questo significa che la persona
viene presa in custodia, le viene sottratta la libertà e, nel
periodo di detenzione deciso da un giudice, deve avere la possibilità
di comprendere il proprio errore; di redimersi e, auspicabilmente per
la società, lavorare affinché, una volta uscita dal carcere, sia
una persona migliore di quando c'è entrata.
Vi stupirebbe comprendere
che, laddove è in vigore la pena di morte, quando il detenuto viene
ucciso, nemmeno allora la famiglia prova sollievo, perché la persona
persa rimane tale.
Se la smettessimo di
permettere alla nostra parte più atavica e bieca di esprimersi,
scopriremmo che, invece, l'aver ridato nuova vita a qualcuno è più
appagante che avergli solo fatto del male, dandogli in questo modo,
un salvacondotto per il suo comportamento. Perché così facendo gli
si dimostra che è giusto fare del male al prossimo.
Molte famiglie che hanno
subito gravissimi lutti hanno avuto la forza e l'intelligenza di
comprendere e di uscire da questo circolo vizioso. Mi vengono in
mente Paolucci, padre di una della giovani vittime di Chiatti, il
mostro di Foligno. Papà Castagna, della strage di Erba. La figlia di
Aldo Moro, Agnese. Manuel Bortuzzo, finito sulla sedia a rotelle per
uno sbaglio di persona; lui stesso ha detto di aver compreso che i
suoi feritori sono persone alle quali è mancato qualcosa.
A loro è mancato
qualcosa, a noi, invece, non deve mancare il senso di giustizia, che
non vuol dire non punire, vuol dire non indulgere nella vendetta.
©
Miriam Ballerini

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