A BLESSING IN DISGUISE Mostra di Alessandro Putignano a cura di Marco Salvario
A
BLESSING IN DISGUISE
Mostra
di Alessandro Putignano
a
cura di Marco Salvario
GAGLIARDI
E DOMKE – Via Cervino 16, Torino
23/24/25
agosto 2019
Scelta
coraggiosa quella dei curatori Curiale e Vio nel proporre le
fotografie di un esordiente in una location ampia e gradevole ma
decentrata, e di scegliere il mese di agosto, con molte persone
ancora in ferie o con la testa in vacanza. Da quanto ho potuto
giudicare, è stato un azzardo vincente e ho visto ammirare le opere
da un pubblico numeroso, interessato e di tutte le età.
Lascio
al lettore non troppo esperto in inglese, il piacere di migliorarsi
trovando la giusta traduzione in italiano del tema della mostra, A
blessing in disguise. Tema giustamente in inglese, perché
Alessandro Putignano ci presenta le immagini catturate nel suo primo
anno trascorso nel Regno Unito, frequentando i sobborghi irrequieti
della capitale, conoscendo band emergenti e giovani di una cultura
punk che sempre più si contamina con il pop. Su quanto riguarda
l’ispirazione musicale, qui mi fermo data la mia incapacità di
giudicare le tendenze musicali moderne.
La
cultura punk è gioventù, colore, provocazione, musica senza
melodia; è uscire dalle regole. Anarchia, ribellione più dichiarata
e urlata che reale; un sogno di libertà, fragile e sfuggente, da cui
in ogni attimo si teme di risvegliarsi. Di questo mondo l’artista
ci regala una documentazione dall’interno, partecipe e genuina, che
conquista l’attenzione dei visitatori.
Esplosioni
di tinte in molte opere, colori che esplodono sul nero come fuochi
pirotecnici, ma bravo è l’artista a cogliere anche nella raffinata
sfida del bianco e nero, messaggi e tensione, giocando con contrasti
violenti di luci, enfatizzando nei soggetti i momenti di slancio e
quelli di stanchezza.
Privati
del loro rivestimento spettacolare, i volti ritornano giovani, a
volte infantili, persi nelle loro illusioni e nelle loro malinconie.
Le
fotografie, la grande maggioranza, dove il colore è presente e
inevitabilmente dominante, possono essere divise in due categorie: i
ritratti dove il soggetto è unico, sempre femminile, e spesso sembra
o è in posa per lo scatto; le foto di gruppo, dove la tensione
interna è massima e il movimento diventa una composizione di gesti e
di recitazione globale.
Nei
ritratti colpisce la gioventù dei soggetti, la loro fragilità da
bambole di porcellana.
Certo,
i colori sono una sfida ai canoni, alle tradizioni, a volte al buon
gusto; i volti soprattutto sono segnati, mascherati, sfregiati, resi
irriconoscibili. Eppure il risultato non è quello di una maschera
diabolica o le tinte minacciose di indiani che abbiano disseppellito
l’ascia di guerra, quanto bambine ancora non cresciute che abbiano
attinto maldestramente al trucco delle mamme. I sentimenti che i
volti di queste ragazzine hanno prodotto in me, sono quelli di
tenerezza e di una benevola indulgenza. Alcune di queste creature
verrebbe voglia di abbracciarle e chiedere loro: “Noi, la
generazione dei vostri padri o forse ormai dei vostri nonni, quanto
abbiamo sbagliato con voi? Che terra vi stiamo lasciando?”
Penso
ai problemi ambientali, ma ancora di più ai valori etici che non
abbiamo saputo insegnare, perché noi per primi non abbiamo saputo
metterli in pratica.
Nelle
foto di gruppo, la situazione cambia.
Le
ragazze sono scatenate, urlano, si abbandonano all’ebbrezza dei
suoni, dell’alcol e di chissà cos’altro. I maschi sembrano più
sornioni, meno coinvolti, nascosti dietro espressioni di simulato
divertimento. Nel gruppo un seno nudo non fa scandalo, non desta
neppure interesse. Quello che inquieta è che, a ben vedere, questi
gruppi, gruppi non sono. C’è coralità di azione in certi momenti,
soprattutto negli urli, ma ogni ragazzo non ha contatti con chi gli è
accanto. Tante solitudini messe in parallelo, folle in una giungla di
profonda incomunicabilità.
Fili
invisibili calamitano l’attenzione dei giovani verso punti focali
non sempre coerenti, ma nell’insieme sembra di ammirare una coda
pittoresca e un po’ agitata, che cerchi di muoversi impaziente,
come la fila interminabile a uno sportello postale.
Quello
che sorprende, abituati al mondo simile ma evidentemente diverso
delle movide italiche, è l’assenza dei telefonini, simbolo
dell’incapacità dei nostri figli nel comunicare gli uni con gli
altri, persino con coloro che ci sono più simili. Un punto a favore
dei londinesi!
Ironie
a parte, che nascondono l’invidia per un mondo giovane che mi è
lontano di troppi anni, devo riconoscere la bravura di un fotografo
che, nonostante la poca esperienza, ha saputo fermare con grande
occhio e abilità, scene e momenti palpitanti e vivi, permettendo ai
visitatori della mostra di gettare sguardi curiosi su una realtà di
ragazzi alla ricerca di se stessi, ragazzi che saranno gli uomini e
le donne di domani.
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