TRA BUONI E PIETOSI UN EXURSUS NELL'ETIMOLOGIA a cura di Miriam Ballerini
TRA BUONI E PIETOSI UN
EXURSUS NELL'ETIMOLOGIA
Purtroppo viviamo in
tempi strani, dove pare che essere delle brave persone, con dei
valori, sia un crimine inaccettabile.
Molti di voi lettori
sarete stati tacciati di buonismo, a me è capitato.
Non vuoi che una persona
venga fatta “marcire” in galera? Sei buonista.
Non vuoi far morire gente
in mare? Sei buonista.
Non vuoi che si spari e
si uccida? Sei buonista.
Mi sono interrogata
spesso su cosa davvero significhi questa parola, e quale terribile
offesa sia. Così ho fatto qualche ricerca e, alla fine, credo sia un
complimento e non certo un'offesa come la intendono alcuni.
La parola “buonismo”è
stata inventata dal professor Ernesto Galli Della Loggia, in un
editoriale intitolato “L'ulivo di Prodi o Garibaldi”. L'articolo
venne pubblicato nel 1995 sulla prima pagina del Corriere della sera.
Da allora è stata
utilizzata dalle persone di ogni cultura e di ogni professione.
Perché?
Perché, con questo
termine, vediamo come una cosa buona e giusta, venga ribaltata fino a
farla diventare il peggiore insulto. In pratica, se queste persone
avessero qui di fronte Gesù, lo taccerebbero di essere il peggior
buonista della storia.
Pare che, così, tutto
quello che ci è stato insegnato dalla nostra religione, nonché
dalla famiglia, sia un'ignominia!
Ma, ovviamente, non c'è
nulla di nuovo sotto il sole: il precedente linguistico storico è
stato il termine “pietismo”. E da chi mai sarà stato utilizzato?
Nel 1938 veniva utilizzato contro chiunque esprimesse un parere a
favore degli ebrei colpiti dalle leggi razziali.
Scrive Michele Serra: “il
buonismo è un alibi insostituibile, perché serve a ridurre ogni
moto di umanità o di gentilezza a un'impostura da ipocriti, e di
conseguenza ad assolvere ogni moto di grettezza e di disumanità”.
In
pratica quale è il meccanismo psicologico che si innesca? Si cerca
di far vergognare chi è giusto, affibbiandogli una parola che
rovesci le sue qualità, sminuendole e facendole apparire come un
comportamento vergognoso.
E
questo perché? Perché nessuno di noi ammetterebbe mai di essere una
persona cattiva e che , oltretutto, usi questa cattiveria per
ottenere dei consensi. Chi di noi avrebbe il coraggio, davanti ai
propri figli, alla propria famiglia di dire: “Sai, sono una persona
cattiva, che odia il prossimo. Che piuttosto che cercare di capire
l'altro, ne evidenzio le differenze”.
Teniamocelo
stretto questo neologismo, perché è quello che fa di noi la
differenza. Sappiate che qualora qualcuno si senta in diritto di
lanciarvi contro il suo anatema colpendovi con “sei un buonista”,
è solo perché teme la vostra umanità.
©
Miriam Ballerini
Fonte: Giacomo Papi
Fonte: Giacomo Papi

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