Paesaggi d'estate di Gianfranco Galante a cura di Vincenzo Capodiferro
PAESAGGI
D’ESTATE
Idilli
leopardiani nel ricordo dei viaggi dell’infanzia, di Gianfranco
Galante
In
“Paesaggi d’estate. Affreschi dipinti a mente d’un pensare
assai fluente” uscito nel 2018, presso Gianpi Sas a Varese,
l’autore, Gianfranco Galante, ci offre dei veri e propri affreschi
leopardiani, affondati nei fondali marini del ricordo dell’infanzia
perduta. Vi si respira aria di quel pessimismo nostalgico che anima
tutta la poetica dei nostri sud-diti (i soggiogati del sud). Sud è
nostalgia per eccellenza. Ecco la platonica reminiscenza dei luoghi
dell’infanzia! Si scende nei fondali di quell’iceberg
freudiano-junghiano soggettivo-collettivo e qui si trova il ritorno,
l’eterno
ritorno
in quei “paesaggi d’estate”. È l’eterno ritorno del migrante
nei luoghi dell’esilio, nella Sicilia, il cuore del Mediterraneo,
un cuore palpante d’amore. Il tema forte è quello del viaggio, il
viaggio che faceva l’emigrante da Milano alla Sicilia e dalla
Sicilia a Milano, percorrendo tutto lo stivale dell’Italia, il Bel
Paese, che sbalordisce il visitator cortese: «In “paesaggi
d’estate” sono presenti immagini, istantanee mnemoniche …
attraverso occhi di bambino prima e ragazzino poi, che ha percorso un
viaggio mille volte. Una tradotta di circa quaranta ore. Sopra un
treno lungo lungo … viaggiando di giorno, di notte … Con
scomparti super affollati … con gli odori di cibo sempre nell’aria
… con l’olezzo dei piedi … Ed in più il fumo di sigarette …
Una transumanza …,» ci ricorda Gianpi - così chiamiamo il nostro
amico Gianfranco e permettetecelo! - nella Introduzione
al testo. Adesso non si possono immaginare più nemmeno questi
viaggi, perché ci sono le frecce rosse, gli aeroplani, ma allora? E
permetteteci anche di intersecare i nostri “paesaggi d’estate”,
anche perché anche noi abbiamo vissuto quei momenti struggenti delle
partenze e degli arrivi per andare dai nonni, dai genitori, dai cari.
Ci aspettavano come il Padre il figliol prodigo. E poi si tornava,
dai nostri boschi a Milano:
Milan
s’arriva,
colle
selve di antenne rivolte,
e
così ti arride la sorte!
Così
annotavo anch’io nei miei diari. A Milano ci accoglieva una selva
di antenne televisive: che
strani alberi!
Fare un viaggio del genere per dei ragazzini, come io, Gianpi, e
tanti altri, era un’impresa. Mi ricordo una volta con mia nonna che
giunti a Milano si mettevano i grossi scatoloni in testa, con la
spara,
il
grande fazzoletto arrotolato che serviva da base e una volta uno di
quelli cadde e si fracassò e tutte le forme di cacio si misero a
rotolare giù. Tempi difficili!
Tutto
nel vano/ si fa mistero,/ ogni colore/ diventa nero;/ e vola nel
cuore/ dei nostri sentire,/ l’allegra speranza/ di presto toccare,/
con pelle e con mano/ il caldo raggiare/ del sole nostrano./ E sonno
sia!
Ecco
lo stile di Gianpi! Uno stile semplice, classicistico, permeato di
quel sano pessimismo che ha accompagnato tutta la poetica dei nostri
cantori, da Leopardi a Montale, da Capra ad Ungaretti. È il dolore
della terra perduta che ispira il vento delle Muse. Nel quadro di un
pessimismo cosmico si libra la speranza del sole. La luna accompagna
le notti, anche il viaggio …
Continua
l’andare, prosegue il suo viaggio,
il
treno col buio, di notte, ha coraggio …
e
ancora:
…
cielo terso e
luna tonda,
vola
treno in notte fonda!
Adesso
le stagioni sono cambiate, non si capisce più nulla e le super-lune
le ammiriamo più d’inverno che d’estate, ma allora i parametri
temporali, stagionali, erano stabili. La luna accompagna le notti, il
sole è il giorno. Il nostro poeta - permettete di esprimere un caro
ricordo - Rocco Scotellaro, poeta dei contadini, cantava e nomava la
sua raccolta, come un covone: È
fatto giorno!
Il sole del cielo si confondeva colle messi mature ed egli fu
martire, fatto morire all’età di Cristo, per crepacuore. Egli è
il “Cristo” che “si è fermato ad Eboli”. Egli era un
populista vero, come Leone Tolstoj, non come i populisti demagoghi di
oggi. Anche Tolstoj - badate bene - toccò l’ultima stazione e
morì. Era su di un treno. Avete visto il film: L’ultima
stazione?
Ulisse viaggia. Ogni viaggio è un’Odissea.
E
sonno sia!
La
vita è sogno! Ce lo ricordano tutti da Calderon a Pirandello, che
pure scrisse la novella: Il
treno ha fischiato! La
vita è un viaggio, è come il viaggio di Gianpi nei “paesaggi
d’estate”. Mons. Forno mentre moriva diceva: Mò
parte u treno!
Il viaggio continua anche dopo la morte. Non finisce mica qui! È un
viaggio eterno, infinito. Il treno è un mondo che viaggia nel mondo.
Ci trovi di tutto e di più. Si incontrano e si scontrano persone di
ogni tipo. Il finestrino del treno si affaccia sul mondo. Oggi i
treni hanno i finestrini che non si aprono, perché c’è l’aria
condizionata. Non si può esprimere la stessa emozione dei treni coi
finestrini che si aprivano e alle stazioni colle mani pendenti che
toccavano le mani dei cari! È come morire. E quei treni
fiancheggiavano il Mare Nostro, il Tirreno, il mar dei Tirseni,
antichi abitatori d’Italia.
…
e vede laggiù,
la terra finisce,
c’è
un braccio di mare che popolo unisce …
… aunisce.
Il mare unisce i popoli e la Sicilia lo sa, ma li anche divide. Così
aveva sostenuto lo storico Pirenne in Maometto
e Carlomagno. Dal
mare venivano i sanguinari Saraceni. Dal mare oggi arrivano i
migranti. Il Mediterraneo è il mare di mezzo, oggi tomba e speranza
dei popoli.
Ma
torniamo al nostro viaggio. Mi ricordo da bambino che da Lagonegro
partiva la lettorina per andare a Salerno. Gianpi annota lo stesso
nell’introduzione: «La ripresa del viaggio dopo la pausa della
traversata marinaresca del treno. La lenta, asfissiante, noiosa,
pigra tradotta verso Palermo. Con il binario che attraversava mille
volte la strada statale… Con il mare a destra e i monti a sinistra.
E poi l’ultimo tratto fino a casa, nel territorio di Castellammare
del Golfo, in quel di Segesta; ma solo dopo aver penato in stazione a
Palermo, in quanto l’orario di partenza della littorina, con due
sole carrozze tutte in legno ed a gasolio, verso Castellammare, era
molto aleatorio ed incerto». Torno un attimo con la mente a
Lagonegro: oggi la ferrovia fantasma, abbandonata da decenni ci offre
un macabro spettacolo da dove partivano le famose “lettorine”,
che gli anziani chiamavano: il
treno con la fuma. Scusate
queste intersecazioni con Gianpi, ma il tema è molto forte,
coinvolgente.
Ed
ad ogni stazione che arrivi e che ferma
il
treno si blocca a fermata eterna…
Sembra
il viaggio delle antiche transumanze dei pastori, che si fermavano
nelle “stationes”, ricordo ancestrale delle antichissime vie
romane, su cui si stagliavano i tratturi. Presso il castello
diroccato di Notano, a Castronuovo, si fermavano tutti i pastori con
gli armenti transumanti.
Lassù
non c’è scusa,/ passa il tempo e si riposa …/ Non lavoro, non
fatica,/ sol dormire e poi giocare …
Gianpi,
il cartolaio intellettuale, illuminato, ci offre questi paesaggi
d’estate, un poema che sa di omerico e anche di America, di
scoperta. Un viaggio che si spinge al di là delle colonne d’Ercole,
con Cristoforo Colombo che dice: Non
potrai mai attraversare l’oceano se non hai il coraggio di perdere
di vista la riva. Ci
racconta le sue emozioni che danzano nel ricordo.
Poi
ferma a un contado del tempo che fu,
sotto
la Rocca di Cefalù …
Si
ricorda ciò che si ama. Ricordare deriva da recordare:
riportare al cuore. Dove non c’è amore non c’è ricordo.
Qui
giunti in Trinacria/ una lingua si parla:/ Sventura! A chi dice
dialetto,/ perch’è canto; chiaro e schietto/ e in ogni siculo
feudo non fa difetto…
In
Sicilia si parla un’unica lingua, bello! Da noi ogni paese ha un
dialetto. Già da Castello a San Chirico cambia lingua e non ne
parliamo se vai a Lauria – più vicino al siculo – o a Senise, a
Tursi! Leggete Albino Pierro! È una favola. L’”Ultimo canto di
Saffo” di Gianpi è “Chiant’amaru”, proprio in dialetto
siculo. Vi si legge una profondissima nostalgia, che ci fa ricordare
Pino: Terra
mia!
Comm’è
triste, comm’è amaro/ sta assettato e guardà…
Il viaggio di Gianpi
non ha data, è atemporale, riposa nei meandri dell’anima. È lo
stesso viaggio dentro l’anima che va fatto con maieutica ironia.
Ricordare significa riportare al cuore. Se non si ama nulla si può
ricordare. A proposito di treni una volta mio zio Carmine sbagliò
classe: si mise in prima classe. Passa il controllore e contesta che
doveva pagare la differenza. Egli stava mangiando la sua colazione
con un coltellaccio da contadino. Si alza e comincia a parlottare in
dialetto e nello stesso tempo roteava quel coltello ad uncino, che si
usava per le potature, da destra a manca, ma non per far del male, né
per minacciare: Eh!
Treno è questo e treno è quello! Il
controllore si spaventa e lo lascia stare.
A
chiudere il ricordo del nonno:
…
e mille volte
ancora, io e il nonno, allora,
riuscimmo
fuori a riveder le stelle …
Buon
viaggio nella lettura di “Paesaggi d’estate” di Gianpi,
Gianfranco Galante.
(c) Vincenzo Capodiferro
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