L’ITALIA È UNA REPUBBLICA INFONDATA SUL LAVORO Riflessioni di filosofia del diritto a cura di Vincenzo Capodiferro
L’ITALIA È UNA REPUBBLICA INFONDATA SUL LAVORO
Riflessioni di filosofia del diritto
La Costituzione italiana comincia con
un valore importante: L’Italia è una repubblica fondata sul
lavoro. Ma forse i padri costituzionali si sono sbagliati? Questo
principio fu caldeggiato soprattutto dalle vecchie forze socialiste,
della sinistra vera, che non ha nulla a che vedere con la sinistra
attuale. Il lavoro, il denaro, sono diventati miti utopistici,
perché? Perché stiamo via via perdendo tutti i diritti del lavoro,
conquistati a forza di lotte, battaglie, martiri? Possibile che ogni
minima crisi possa del tutto invalidare tutto il processo di
integrazione del lavoratore? Eppure il lavoro è nobiltà: nobilita
l’uomo, è parte integrante della sua natura. Ma lo rende simile
alla bestia. Qui sta tornando di brutto il fantasma dell’alienato
di Marx. Ma da dove torna? Dai modelli neo-stakanovisti dei regimi
post-comunisti, proprio da là. Ah! Povero Marx! Se tornasse a
nascere e vedesse che fine hanno fatto tutti i regimi comunisti e
post-comunisti si metterebbe mano ai capelli. E ne aveva tanti!
Traditori! Hanno solo sfruttato le sue teorie per instaurare regimi
più borghesi di quelli borghesi, fascisti, nazisti e compagnia
bella. Forse avrebbe ascoltato le remore dei revisionisti, come il
Bernstein. A fronte della grave frattura economica che imperversa
imperterrita dall’ottobre del 2009 e che ci ricorda da lontano
quella particolare congiuntura che fu la Crisi del 1929, consapevoli
delle gravi difficoltà che tutti i governi, di destra e di manca,
debbono affrontare per contenere il debito pubblico e per
rivitalizzare le energie di produzione e i sistemi bancari, non ci
sembra giusto però operare dei tagli troppo netti, delle potature
troppo energiche che vanno a colpire puntualmente la base radicale
dell’albero sociale: i primi ad essere tagliati sono i giovani
precari, gli operai, le donne, l’Istruzione, la Sanità, i servizi,
in una parola i ceti più deboli. Chi deve pagare, in pratica,
l’enorme buco derivante dai malaffari globalistici, dalla
corruzione imperante, dal fallimento di un sistema che è diventato
insostenibile, soprattutto per le giovani generazioni? È sempre il
povero. Ciò che si afferma oggi è una forma di super-capitalismo
oligarchico, una plutocrazia onniveggente ed onnipotente di
multinazionali e nazioni e di un perfetto sistema
finanziario-bancario che è capillare, come una piovra immensa, un
Leviatano, per usare il termine hobbesiano, un mostro mai visto prima
ad ora. Prima c’era il povero industriale di provincia, che forse
era più socialista dei socialisti stessi, di Marx stesso. Engels era
un industriale! Marx un mantenuto! C’erano industriali che avevano
accolto le sollecitazioni dei socialisti, malamente detti utopisti:
non meno utopista fu il comunismo marxiano. Abbiamo esempi in
Lombardia, sotto i nostri occhi: i Borghi, etc. Nessun ministro pota
i rami alti, le corporazioni, le “caste”, tanto per usare un
termine molto caro a chi si propone come riformatore, quelle sette
sociali che hanno dominato e dominano dal fascismo ai fascismi
dell’Italia democratica sino allo sfascismo totale che oggi ci
colpisce. Chi risente di più allora di queste restaurazioni che
portano il nome e la bandiera di riforme sono i giovani, gli anziani,
le donne, le famiglie che non arrivano più a fine mese, le famiglie
mancate dei giovani che sono impossibilitati ad averne una, le
famiglie sfasciate dal consumismo e non dal comunismo, dall’egoismo
e non dall’altruismo, dall’individualismo, le famiglie abortite,
divorziate, ridotte alla fame. Cosa faranno i giovani, sui quali
grava tutto questo peso del malgoverno degli adulti-adulteri? Ci sarà
una questione sociale come non se ne è mai visa nella storia!
Non è il caso di citare sempre questo
oramai noto articolo 1 - è come l’articolo il, il più
importante di tutto! - della Costituzione Italiana. È
il caso, invece, di ribaltare il processo di pseudo-riforme che ha
seguito una scalata al contrario: mobilità, che è diventata
precarizzazione, frantumazione, rigidità, esclusione,
disoccupazione, producendo un attentato al lavoro, al lavoro dei
giovani che è precario, ma anche al lavoro degli arruolati in un
esercito di intellettuali e di manuali allo sbaraglio, alla
confusione, allo spostamento, alla fuga dai posti abituali di lavoro
per raggiungere mete senza meta. La ricchezza di uno Stato si misura
non tanto dai PIL delle banche e delle balene in un oceano senza
fondali, ma dal lavoro. Lo diceva Smith nella bibbia del capitalismo
classico: La ricchezza delle nazioni. Più c’è lavoro, più
ci sono entrate, più lo Stato è ricco e può distribuire. Questo
fece Roosevelt col New Deal
. Ci vorrebbero altri Roosevelt, altri Stalin coi piani quinquennali.
Ma dove sono? I nostri politici … guardate! Lo stato ha il dovere
di far lavorare la gente anche quando il lavoro non c’è. Keynes ce
l’aveva ammonito. Or ora tagliare le risorse nel momento più
critico per il popolo significa tagliare l’albero sociale,
significa condannare questa società, le famiglie alla miseria e con
la miseria l’economia non si riprenderà mai, né la produzione, né
la vendita, né la trasformazione. Tagliando una parte del sociale
inevitabilmente tutti ne saranno colpiti. Povero Marx, se vivesse
oggi assisterebbe ad uno strano fenomeno: invece di proletarizzarsi
la borghesia si è imborghesito il proletariato. Ma il debito
pubblico è infinito! Ma il debito pubblico è infinito,
esponenziale! Come si fa ad assicurare il lavoro a tutti? Come si
faceva in America: di giorno si colmano le buche, di notte si fanno.
L’unico modo per togliere i debiti è un crac
super-inflazionistico. Più volte è stato usato nella storia, basta
guardare la Germania di Weimar negli anni venti. Stresemann, che era
un socialista doc, come anche Rathenau, col suo socialismo di guerra,
l’aveva capito bene! Se non azzeriamo i debiti, che purtroppo sono
stati fatti a causa dell’avarizia e dell’ingordigia umana, che è
l’unica causa di tutte le guerre e di tutte le crisi economiche,
non possiamo rilanciare l’economia pubblica. Ma questo oggi non si
può fare in un sistema bancario centralizzato. Si poteva fare in un
sistema bancario controllato dallo Stato, il quale poteva imporre il
famigerato “corso forzoso”. Sono operazioni che costano sacrifici
per un po’, ma non c’è altra via d’uscita! Altrimenti l’unica
via di sfogo era la guerra: Hitler lo sapeva benissimo coi suoi
soldatini drogati di pervitin! Perché comanda il dio Mammona, non
Dio! Ma vogliamo tornare alla guerra? Dio ce ne liberi! Si può
distruggere in altro modo e poi lanciare le ricostruzioni, senza fare
le guerre fuori, oltre l’Europa e l’America, nei posti degli
schiavi del neocolonialismo economico. Il socialismo va riformato! Va
innanzitutto spiritualizzato: ricollegato alle sue legittime radici
religiose: dei primi cristiani, di Muntzer, di Huss, dei riformatori
socialisti, non quelli borghesi, come Lutero e Calvino! Va favorita
la solidarietà leonina tra le classi, come nella “Rerum Novarum”.
Leone era un papa socialista!
La condizione del lavoratore oggi è
subalterna, debole, fatiscente, sotto tutti i punti di vista. La
qualità del lavoro è scarsa: tutti sono sottopagati. La quantità
del lavoro è frammentaria, non solo per la discontinuità del
precariato storico quanto per la continua riduzione del lavoro
stesso. Intanto la sinistra becera, imborghesita, staliniana ha
rafforzato la figura del dirigente unico. Ogni nuova riforma del
lavoro è una “guerra lampo”, un diktat dei vincitori, frutto di
decretizzazioni economiche più che di una vera e propria esigenza di
razionalizzazione delle risorse. Il nuovo “Congresso di Vienna”
europeista, o “Congresso di Bruxelles” indebolisce i parlamenti e
vuole restaurare antichi regimi: il nuovo impero romano, il nuovo
spauracchio del Reich hitleriano è un impero economico, non
politico. Hitler ha vinto la guerra. Germania capta ferum victorem
coepit. L’Europa non va però distrutta, tornando a forme
pericolose di nazionalismo, ma va solo rinnovata fortemente. Bisogna
seguire Kant: con la Lega dei Popoli. La Lega del grande Alberto da
Giussano deve diventare una Lega dei popoli d’Europa, deve essere
ingrandita non solo all’Italia, ma all’Europa. La Giovine Italia,
come fece il Mazzini, deve diventare la Giovine Europa. Povero
Mazzini: se vedesse cosa è diventata oggi l’Europa! Deve essere
una lega non solo economica, ma morale, religiosa, culturale!
Funziona così! Gli USA non sono solo un semplice aggregato di stati
e staterelli, ma un organismo legato da valori comuni, culturali,
sociali, morali, religiosi, oltre che economici.
Malgrado la larga distribuzione di
potere d’acquisto sul mercato nazionale più sotto forma di redditi
di professioni ausiliare della produzione che non sotto forma di
salari industriali o agricoli, la sproporzione è crescente tra
l’accumulazione capitalistica, accresciuta dalla concentrazione
finanziaria delle banche e la possibilità d’acquisto del mercato
nazionale. L’esperienza disastrosa della crisi attuale ha reso
vegliardi tutti gli Stati sui sintomi continuamente rinnovati
d’ingorgo dell’economia, di depressione, chiamata ormai
recessione. Queste riforme, questi taglieggiamenti non risolveranno
niente: il fondo del problema resta immutato. La crisi è elusa
giorno per giorno, ma le sue basi rimangono, ed essa è soffocata
solo a prezzo di una politica mondiale che si ripercuote sulle
condizioni di sviluppo di tutti i paesi, industrializzati e non. La
crisi è elusa con questi tagli alle risorse, al capitale umano,
oltre che finanziario, dell’Italia. Il mondo post-industriale
rischia di trasformarsi di getto in un’età della pietra, in un
mondo pre-industriale, con tutto internet e i cellulari. Si può
perdere tutto, ma non i cervelli pensanti di questa era, gli unici a
poter risollevare le sorti di questo mondo in crisi.
Dov’è il primario, dov’è il
secondario? C’è solo il terziario: non dico più nulla! Povero
Smith! Povero Marx, tradito dai suoi stessi rivoluzionari che si sono
venduti al dio Potere, a Moloch, a Mammona! L’economia si può
rilanciare solo ripartendo dall’agricoltura e dall’industria.
Abbiamo distrutto tutti gli stabilimenti! Bisogna rifondarli. Il
lavoro è lungo, ma la storia è fatta di corsi e ricorsi, come ci
insegna la buonanima del Vico. C’è un forte squilibrio tra
progresso tecnico, che oramai va per fatti suoi come una macchina ben
congeniata e regresso economico. Se non c’è al centro del
progresso l’uomo, tutto è perduto. Il lavoro prima di tutto è un
fatto umano, sociale, un’integrazione costruttivista. Questo
costruttivismo attivo, trasformatosi in puro attivismo afinalistico,
ci porta inevitabilmente e forme sovrapprodduttrici. Qui Malthus non
c’entra niente. Non si deve sempre ripresentare lo spauracchio
malthusiano-darwiniano della sovrappopolazione per giustificare le
guerre, le rivoluzioni e gli stermini di massa. Queste sono follie
superdarviniste, o di darwinismo accelerato, o scellerato, che manco
in natura esistono. Ma poi l’uomo non è solo un animale naturale,
ma soprannaturale. Come fa ad esserci sovrapproduzione e
sovrappopolazione? Allora? Tutto è possibile per una normale e
continua convivenza pacifica. Il lavoro va rivalutato come fatto
umano: più diritti si riconoscono al lavoratore, più doveri si
possono pretendere. Più si paga, più la prestazione sarà
efficiente, efficace. Se si assicurano solo i bisogni basici della
piramide di Maslow, la produzione sarà inefficace, inefficiente. O
si riduce il lavoro a forme neo-servili. I valori morali, politici,
sociali, religiosi debbono produrre valori economici e non viceversa.
Il denaro in sé avvilisce, svilisce ogni cosa, la pauperizza. È a
forza il vero valore che può produrre anche economia, non il
profitto di una manciata di miliardari drogati a scapito di una massa
di miserabili. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro,
significa dire questo: sul lavoro come fatto umano, sociale,
remunerativo, non sul lavoro servile, non sullo sfruttamento. Lo
Stato è tenuto ad intervenire nelle situazioni di disagio. La
comunità salva il singolo: questa è la vera legge di natura. Il
gregge sacrifica una parte di sé per salvare se stesso. Ma se la
logica è: si salvi chi può! Non funziona! Il lavoro manca a causa
dell’egoismo e dell’individualismo sfrenato. Per il profitto
chiudiamo tutti gli stabilimenti ed andiamo ad aprire in Papuasia,
così sfruttiamo gli zombie fino all’esaurimento psico-fisico. Non
è solo l’egoismo la molla che fa scattare il capitalismo, come
pretendeva Smith, ma l’è il socialismo, la socializzazione. Dal
capitalismo individuale si è passato a quello sociale, poi a quello
di stato, o totalitario, infine a quello globale. Si è arrivati
all’ultimo stadio di espansione del capitalismo, che si esprime nel
totalitarismo democratico globalizzante. Se non si torna a forme di
socialismo pratico, religioso ed economico, il benessere generale
delle masse decresce. Qui avviene il contrario della forbice
marxiana: non è che aumentano i poveri e diminuiscono i ricchi, come
se la ricchezza fosse un bene con parametri assoluti, ma più
aumentano i poveri più i ricchi si impoveriscono, più i poveri si
arricchiscono più i ricchi si arricchiscono. Il bene economico ha
sempre valore sociale, collettivo, non può avere solo valore
individuale. Se così fosse perderebbe per sé di valore. Quindi cade
il teorema malthusiano: più aumenta la popolazione più c’è
ricchezza, se questa viene intesa correttamente e legalmente nel
legittimo uso delle risorse, soprattutto quelle non rinnovabili e
senza offendere la Natura, procurando disastri climatici e di ogni
tipo. Uno sviluppo che non sia nel rispetto della Natura porta
inevitabilmente alla fin del mondo. L’apocalisse la procuriamo noi,
non Dio. Dio ci aspetta dopo per chiederci il conto!
Vincenzo Capodiferro
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