SERGIO MELCHIORRE IN “OCCHI AUTUNNALI” a cura di Vincenzo Capodiferro
SERGIO
MELCHIORRE IN “OCCHI AUTUNNALI”
Poeta
della sensibilità e dell’”essere discontinuo”
Sergio
Melchiorre è nato a Le Creusot, in Francia, il 3 marzo del 1956. Si
è laureato in Lingue a Bologna ed oggi insegna a Luino, in Provincia
di Varese. Scrive poesie, romanzi ed è sceneggiatore. Ha pubblicato,
tra l’altro, “Uno di noi” nel 1993 ed ha ricevuto molteplici
premi e riconoscimenti della sua attività letteraria. La sua ultima
raccolta di versi è “Occhi autunnali”, Lecce 2018. Leggiamo due
intense righe della prefatrice, Patrizia Grazioli, in cui si
sintetizza brevemente la sua vita: «Sergio Melchiorre, figlio di un
partigiano combattente sulla Majella e successivamente minatore in
Francia (perché emigrato a seguito della guerra) e di una donna che
ha sempre lottato contro la miseria per la vita dei figli, ha
viaggiato a lungo non solo nel mondo, ma anche in quegli spazi
misteriosi, talvolta labirintici, della sua anima, che ci possono
condurre, se leggiamo attentamene le sue poesie, nel nostro mondo
interiore. Nelle sue liriche si può trovare una parte, forse non
ancora conosciuta, di noi stessi». Ecco una “Vita di un uomo”,
ungarettianamente esposta! Il viaggio esteriore si
intrinseca/interseca con quello interiore, ma quello interiore,
rispondendo intrinsecamente al socratico monito (Nosce
te ipsum!),
al Redi
agostinista, è più arduo e difficile, perché risponde alla domanda
dell’umanità, ecco perché può riguardare tutti, ognuno di noi.
Riguarda cioè l’uomo nella sua marxiana Gattungwesen.
«Vorrei riflettermi/ nei tuoi occhi autunnali/ per afferrare quella
malinconia/ che li rende così straordinari». Ecco il titolo, ecco
tutto! Il titolo è l’opera! Il poeta si rivolge all’amata in un
dialogo silenzioso che passa attraverso la visione. Come Dante guarda
attraverso gli occhi di Beatrice e guada le porte dell’anima. Qui
lo sguardo si rivolge alle stagioni dell’anima. Non c’è alcuna
sacralizzazione della figura femminile, come l’angelica donna degli
stil-novisti, o di Montale. Non c’è la Laura petrarchesca, che
danza tra terra e cielo, tra inferno e paradiso. Gli occhi sono lo
specchio dell’anima. Il linguaggio tra gli occhi è comprensibile
immediatamente. Perciò si dice, quando ci si parla, di guardarsi
vis-à-vis (alla francese. E Sergio può capire, perché è
francese!). La centralità è rappresentata da quella malinconia, di
cui scrive la Grazioli: «La malinconia che Giacomo Leopardi indicava
come non solo esperienza umana dolorosa e disperata, ma anche come
sorgente di ogni poesia. La malinconia come stato dell’essere umano
insopprimibile, che se ascoltiamo senza timore diviene portatrice di
conoscenza, di luce che fa risplendere e scintillare le cose e
l’esperienza che si ha di esse». Piacer
figlio di affanno … In
Leopardi la malinconia porta dalla disperazione alla dispersione
nell’orizzonte chiaroscuro del “vago ed indefinito”. In
Melchiorre questa esperienza forte ci fa rivivere le sorgenti
dell’arte: il dolore! L’artista, l’esteta, purtroppo non può
guardare con occhio puro e contemplante, come credeva Schopenhauer!
Cioè distaccato! Non possiamo staccarci da questo dolore! Dobbiamo
portarlo, o diremmo sopportarlo: per
crucem ad lucem,
in termini cristiani! La Grazioli cita il Nietzsche, ma io vi citerei
accanto Kierkegaard: vi è la disperazione inautentica e quella
autentica, quella che ci apre gli occhi al mondo dell’infinito.
Leggiamo in “Eravamo felici”: «Eravamo seduti/ sulle scale/ di
una casa diroccata./ In mezzo al niente». Ecco: gli occhi autunnali
guardano alle gioie della fanciullezza, il gaudio che segue dal
nulla! È come una scena di guerra che ci ricorda l’Ungaretti: «Di
queste case/ non è rimasto/ che qualche brandello di muro …».
Siamo sempre di fronte ad uno scenario esistenziale che somiglia alla
trincea. La vita stessa è un’eterna guerra mondiale. Gli occhi
autunnali guardano a Chieti sotto un cielo plumbeo, come nella
copertina del libro. Il paese natio di Sergio, le Creusot, è il
“loculo aperto/ verso il tramonto” aggiungeremmo: dell’Occidente
spengleriano (dall’Occaso
pien
di voli
di carducciana memoria) rimanda alla terra natia d’Abruzzo, il
paese dei pastori dannunziani: Settembre,
andiamo. È tempo di migrare./ Ora in terra d'Abruzzi i miei
pastori/ lascian gli stazzi e vanno verso il mare… E
quel sigillo di guerra Sergio lo reca nel cuore, da figlio di
partigiano, figlio di eroi. “Morte di una partigiana” rappresenta
la trasfigurazione del padre: «Hai avuto solo un angolo di cielo/
che ha onorato il tuo sacrificio». Così «Se l’abisso, nei quali
a tratti, prendendoci per mano, Sergio ci conduce con alcune sue
poesie, è attraente quanto vertiginoso, la speranza di una
continuità oltre la vita, oltre l’incomunicabilità amorosa, si
apre improvvisa non come vana illusione, ma come certezza
inalienabile». L’eternità non è più finzione illusiva
foscoliana, ma verità che si concreta attraverso la morale eroica.
Occhi autunnali sono uno sguardo nell’anima. l’autunno predice
l’inverno, la spoglia stagione. Ma dove c’è spoglio, dove
risiede il nulla, noi ritroviamo il vero senso delle cose e
dell’esistenza stessa.
Vincenzo
Capodiferro
Leggerei centomila volte la tua storia e le stupende poesie ....affascinante siii!!!!!complimenti sinceri
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