PER UNA LETTURA DE’: “IL DISAGIO DELLA MODERNITA’” di Charles Taylor a cura di Franco Carenzo
LAGART
LABORATORIO
FILOSOFICO ARTISTICO
ALOISIANUM
– GALLARATE
PER UNA
LETTURA DE’: “IL DISAGIO DELLA MODERNITA’”
di Charles
Taylor
Questo
testo del filosofo canadese Taylor, pensatore dichiaratamente
cattolico, esamina alcune forme di disagio presenti nella nostra
epoca che hanno origine nella modernità. Da qui il titolo.
I tre
aspetti considerati sono i seguenti:
- Perdita di senso: venir meno dei punti di riferimento morali, dovuti ad un individualismo egoistico.
- Eclissi dei fini, cioè dei valori fondamentali dell’uomo, di fronte al primato della ragion strumentale.
- Perdita di libertà: a livello politico, a causa del disinteresse per le questioni che riguardano il bene comune.
Il primo
punto è quello trattato più diffusamente.
Nella trattazione relativa troviamo il concetto di “relativismo
morbido”. Esso sta a significare che non
esistono valori assoluti, sulla base del rispetto reciproco; viene
definito morbido perché almeno un valore assoluto c’è: il
rispetto delle idee altrui.
Ci sono due
forme di questo “atteggiamento”: una “popolare” ed una colta.
Taylor non descrive la prima, ma si può ragionevolmente pensare che
sia quella basata su frasi come: “ognuno la pensa come vuole”. La
seconda ha una base filosofica e porta spesso ad una sorta di
nichilismo.
Gli studenti sono il
punto di giuntura tra cultura popolare e alta cultura. In essi,
questa teoria, rafforza ulteriormente le loro modalità egocentriche
e, conferendo una giustificazione, diventa la premessa di una sorta
di auto indulgenza morale.
Il
relativismo morbido ha il pregio di essere il fondamento della
tolleranza, ma porta a conseguenze di cui, in genere, non si tiene
conto. La più tipica è il soggettivismo
morale: le posizioni morali non sono in
nessun modo fondate sulla ragione o sulla natura delle cose, ma sono
adottate in ultima analisi per il semplice motivo che ci troviamo a
subire la loro attrazione. La ragione non é in grado di dirimere le
controversie morali. Posso mettere in luce certe conseguenze della
posizione di qualcuno, a cui magari questi non ha pensato, ma ciò
nonostante se l’interlocutore ritiene di mantenere la sua posizione
originaria, è impossibile opporgli qualche altro argomento. Per
questo motivo c’è silenzio su ciò che rende la vita degna di
essere vissuta. Il relativismo morbido si autodistrugge.
Nell’insistere sulla legittimità della scelta tra certe opzioni,
accade che le priviamo del loro significato. Tutte le scelte hanno
l’identico valore perché sono scelte liberamente, ed è la scelta
che conferisce valore. Ma ciò nega implicitamente l’esistenza,
anteriormente alla scelta, di un orizzonte di valori in forza del
quale alcune cose sono più ed altre meno importanti, e altre ancora
non lo sono affatto.
Taylor cita
Allan Bloom che nel libro La chiusura della
mente americana assume una posizione
severamente critica nei confronti dell’odierna gioventù istruita,
il cui tratto principale è l’accettazione di un relativismo
superficiale. Ognuno ha i suoi valori di cui è impossibile
discutere. Questa non è solo una posizione gnoseologica, una
concezione dei limiti che la che la ragione è in grado di stabilire,
è intesa anche come una posizione morale: non si devono contestare
le scelte e i valori altrui.
Il
relativismo è il corollario di una forma di individualismo,
il principio è che ognuno ha il diritto di sviluppare la sua propria
forma di vita, fondata sulla propria percezione di ciò che è
realmente importante; gli esseri umani sono chiamati ad essere fedeli
a se stessi, e a ricercare la propria autorealizzazione. In cosa
consista ciascuno deve deciderlo da sé. Nessun può o deve dettarne
il contenuto.
È
l’individualismo dell’auto-realizzazione,
molto diffuso nel nostro tempo. C’è una certa retorica che
conferisce una patina di splendore a questa vita, ma non contiene
nulla di particolarmente nobile; la capacità di sopravvivere ha
soppiantato l’eroismo. Non è solo lassismo morale o egoismo: il
punto è che molti si sentono chiamati a sacrificare i loro rapporti
d’amore, la cura dei figli, per inseguire le loro carriere. Sentono
che devono comportarsi così. Le loro vite sarebbero sprecate se si
comportassero diversamente.
Vedere i
rapporti umani come strumentali all’autorealizzazione individuale è
una parodia che finisce col distruggere se stessa.
Il secondo
aspetto del disagio è quello legato al
primato della ragion strumentale. Questa è quel tipo di razionalità
che utilizziamo quando calcoliamo l’applicazione più economica del
rapporto costi/prodotto. Il timore è che i fini indipendenti, cioè
i valori che dovrebbero guidare le nostre vite, si trovino eclissati
dall’esigenza di massimizzare la produzione. Questo avviene quando
si giustifica con la crescita economica una distribuzione
pesantemente diseguale del reddito, o si creano le premesse per una
catastrofe ambientale.
Il terzo
aspetto è il disinteresse per le questioni
che riguardano il bene comune. È una delle conseguenze
dell’individualismo. Dice Taylor a proposito: “L’individualismo
impoverisce le nostre vite, allontana dall’interesse per gli altri
e per la società. Una
società in cui gli esseri umani si riducono nella condizione di
individui - rinchiusi nei loro cuori - è una società in cui pochi
vorranno partecipare attivamente all’autogoverno… ciò aprirà la
strada ad un dispotismo morbido”.
Ma come si
può da un lato salvare il sacrosanto principio della tolleranza e
dall’altro parlare a ragion veduta di ciò che rende la vita degna
di esser vissuta, ossia dei valori? Taylor non chiarisce questo
punto, ma qui occorre precisare la distinzione tra livello giuridico
e livello teoretico. Da un punto di vista giuridico non si può
stabilire per legge che una posizione di pensiero sia superiore ad
un’altra, ad eccezione dei principi concordati sui quali si basano
le leggi di una nazione. Da un punto di vista teoretico però si può
legittimamente pensare che dei valori, una filosofia, una linea
politica o una religione siano superiori alle altre, a patto però
che questo non autorizzi a imporle, a usare violenza, a creare
intolleranza. Gli unici mezzi leciti per diffonderle sono il dialogo
e la persuasione, sempre uniti allo spirito critico e autocritico. Se
così non fosse non avrebbero senso neppure il dibattito politico e
la nozione di bene comune.
La
tolleranza era sembrata giustamente l’unica via per uscire dal
fanatismo legato alle guerre di religione del 1600. Oggi però, di
fronte al disagio di cui abbiamo parlato, è giunto il momento di
entrare in una nuova epoca culturale. La lotta contro il fanatismo ha
portato alla diffidenza verso le religioni storiche, in modo
particolare nei confronti del cattolicesimo. Si è usata la ragione
per rischiarare le tenebre dell’intolleranza e si è esaminata la
religione in termini puramente razionali. Questo però ha causato
anche la perdita della spiritualità. Ma la moralità senza la
spiritualità fatica a sostenersi.
Queste
considerazioni, essendosi sviluppate in ambito borghese, si sono
accompagnate alla ricerca della propria autoaffermazione in campo
economico, al liberismo, al capitalismo, all’aumento delle
diseguaglianze, allo sfruttamento e all’impoverimento di vaste
regioni della terra, all’inquinamento, alla distruzione delle
risorse.
Il
relativismo morbido ha portato come rovescio della medaglia la
spietata ricerca del profitto.
Di fronte a
tutto questo: c’è bisogno di tornare a parlare di valori, di
costruire un mondo sulla collaborazione e non sulla competizione, di
spiritualità per rinvigorire la moralità e per lo sviluppo di tutte
le potenzialità dell’essere umano, di solidarietà, di economia
“collaborativa” e che non metta al primo posto il profitto, di
emozioni rigeneranti e positive, di un contatto che cura. L’esigenza
di superare la repressione sessuale non deve portare all’immoralità
o alla volgarità, ma allo scoprire il valore “terapeutico”
dell’abbraccio e delle carezze e alla ricerca di una maggior intesa
all’interno di coppie stabili. La metafora più adatta per
esprimere tutto questo potrebbe essere “danzare la vita”, secondo
un’espressione di Roger Garaudy.
Ma come
iniziare ad “invertire la direzione di marcia”?
A ben
vedere l’individualismo può essere inteso non solo come fenomeno
amorale, egoismo, atomismo concepito
come difesa intransigente dell’individuo isolato dal suo contesto,
fenomeno di dissoluzione in cui si perdono i valori e rimane una pura
e semplice anomia, dove ognuno bada a se stesso. Potrebbe anche
essere la premessa per la ricerca della propria autenticità
esistenziale.
È
catastrofico confondere queste due specie di individualismo.
L’ideale
dell’autenticità ha una forza morale, è un ideale degnissimo, in
linea con la cultura attuale e verso il quale occorre né una
condanna totale, né un elogio acritico e neppure un compromesso
scrupolosamente bilanciato, bensì un opera di ripristino la quale
possa aiutarci a rinnovare la nostra prassi.
Anche
l’individualista, in fondo, insegue questo valore, spesso non
rendendosene neppure conto. L’autorealizzazione è un prodotto
pervertito dell’ideale dell’autenticità. L’appagamento non
temporaneo che l’individualista cerca veramente è costituito
dall’autenticità. Essa è: amicizia vera, amore, integrazione tra
sessualità, affettività e spiritualità, scoprire e realizzare il
proprio modo originale di essere nel mondo, sviluppare le proprie
potenzialità per fare felici non solo se stessi ma anche gli altri,
contatto con la propria profondità interiore, ricerca del senso
della vita, di una missione da compiere, empatia verso la sofferenza,
riconoscimento di legami con ogni essere umano in quanto tale.
I critici
del soggettivismo si basano sull’esistenza di qualcosa che diciamo
natura umana, la cui comprensione mostrerà che ci sono modi di vita
giusti e sbagliati. La radice di questa posizione è Aristotele. Lo
Stagirita è avversato dai soggettivisti. Ma i filosofi aristotelici
hanno in genere avversato l’ideale dell’autenticità, vi hanno
visto un allontanamento dagli standard della natura umana, non
avevano nessun motivo di articolare l’ideale in questione. Taylor
propone come autori per approfondire questo concetto: S. Agostino,
secondo cui la strada che conduce a Dio passa attraverso la nostra
riflessiva consapevolezze di noi stessi; Shaftesbury, per il quale
la moralità ha una voce interna; Rousseau che presenta la questione
della morale nei termini di una voce della natura che parla dentro di
noi e che dobbiamo seguire.
L’idea di
autenticità assume un’importanza cruciale in Herder. Questo
filosofo dell’800 è noto per aver parlato della “missione” che
ogni nazione deve svolgere in un determinato periodo storico. Ma
oltre a ciò, egli afferma che ognuno di noi ha una sua maniera
originale di esser uomo. Si tratta di una novità: prima del ‘700
nessuno pensava che le differenze tra gli esseri umani avessero
questo tipo di significato morale, c’è un modo di essere uomo che
è il mio modo. Sono chiamato a vivere la mia vita in questo modo e
non ad imitazione di qualche modo altrui. Ciò conferisce
un’importanza nuova alla fedeltà a sé medesimi: se non sono
fedele a me stesso, perdo la sostanza della mia vita, perdo ciò che
l’essere uomo è per me. Una cruciale importanza morale è questo
speciale contatto con se stessi, con la propria natura interna, che
si può perdere o non raggiungere.
Aggiungo
che altri autori presso i quali è possibile trovare spunti su temi
analoghi sono: Heidegger, Jaspers, Scheler, ed anche lo psicologo V.
Frankl e l’antropologo Rolando Toro.
Ma come si
fa ad entrare in contatto con la nostra interiorità? Secondo Taylor
attraverso il dialogo. Questo può essere un modo, ma ve ne sono
altri, come la lettura, la riflessione mentale e scritta, la
meditazione a-concettuale, la creatività artistica quando diventa
anche ricerca di significati, qualunque percorso di crescita e
formazione personale e di gruppo.
Franco
Carenzo
Commenti
Posta un commento
I commenti sono moderati e controllati quotidianamente.
Tutte le opinioni sono benvenute. E' gradita la pacatezza.