"Mi fido del mare" di Carla de Angelis - recensione a cura di Vincenzo Capodiferro
“MI FIDO DEL MARE”
Il profondo contrasto tra gli elementi – terra ed acqua – nella poesia di Carla de Angelis
Carla De Angelis è nata a Roma e vive nella Capitale. Da
tempo è impegnata nella produzione di opere letterarie: poesie e racconti, ma
anche saggi. È presente in diverse antologie. Tra le pubblicazioni ricordiamo:
“Salutami il mare” (2006); “A dieci minuti da Urano” (2010); “I giorni e le
strade” (2014). Saggi: “Diversità apparenti” (2007); “Il resto (parziale) della
storia” (2008); “Il valore dello scarto” (2016). L’ultima raccolta “Mi fido del
mare” è stata pubblicata da Fara, Rimini 2017. Come scrive Alessandro Ramberti
nella prefazione: «La sua poesia è semplicemente carica di vita, una vita che
sa offrire al lettore con un rispetto ed un decoro pulsanti, in grado di
fotografare in profondità, ma senza “violare”, capace di donare musica, ma
senza cullare …. La poesia, come la preghiera, ha bisogno di silenzio, di
raccoglimento che spesso (ci confida Carla nella Introduzione) è notturno».
Leggiamo qualche verso significativo: «Un atomo di pensiero scompiglia i
capelli:/ tutti – parlando di un mondo futuro - / bruciano ogni tentativo di
normalità», ed ancora: «(non è il vuoto che fa paura è la sofferenza/ di chi
sta accanto a rendere insopportabile/ anche il respiro». Accanto a questi
motivi di agonizzante esistenzialismo si erge forte un contrasto tra gli
elementi, tra terra ed acqua, terra e mare. Ce lo fa intendere forte questo
verso: «Vizi e virtù sono/ in attesa di un nuovo diluvio». La terra rappresenta
il finito, il normale, ma anche la routine, la quotidianità, la perdita di
senso di tutte le cose. Le virtù tendono a trasformarsi in vizi, a lungo andare
… Il mare, invece, rappresenta la libertà, la liquidità (si parla oggi tanto di
“società liquida” prendendo in prestito a Bauman), la creatività … la creazione
passa attraverso il diluvio. La terra attende ansiosa un nuovo diluvio. La
terra è stanca, non produce più, è fatta vecchia! Carla De Angelis ci offre
degli specchi di realtà. L’anima è come il mare, le cui onde riflettono le
spiagge inondate di gente che passa, lascia le orme per un brevissimo tempo,
prima che tutto sia ricancellato dalle onde del temporalismo. “Mi fido del
mare” è uno slancio romanticheggiante verso l’Infinito: ricordiamo Leopardi,
quel «E il naufragar m’è dolce in questo mare». La poetessa si fida del mare,
cioè di una realtà liquida, che può trasformarsi in qualsiasi cosa – ci viene
in mente, a proposito, l’Acqua di Talete, il grande Oceano di Esiodo. «Vedere
il mare che non ha più lacrime/ costretto a morire insieme a cento a cento/
costretto a proseguire tra le ferite/ di chi sfinito si lascia inghiottire»:
molto forte il tema dell’immigrazione. La tomba del mare nasconde il dramma dei
popoli: il mare nostrum diventa a volte il mare ostile, ma non è colpa del
mare! Il mare è contrasto: «È carne o pesce, terra o mare?». Il mare a volte si
riflette nella terra, come nell’immagine, quasi vangoghiana del mare di grano:
«- il grano maturo sembra mare/ ma profuma di pane -». La terra è terra. C’è il
tema forte dell’alienazione del lavoro e lo slancio vitale verso la fluidità
cosmica, alla ricerca come Ulisse dantesco senza porti né riporti verso i
confini sconfinati, gli orizzonti senza fine. La contrapposizione tra terra e mare
è quella tra certezza e fantasia – ricordate il 68: la fantasia al potere! –
tra reale e surreale. Molto bello, infine, quel tocco ungarettiano: «Io non ho
voglia di andare, resto a casa/ aspetto», che ci ricorda il Natale: «Non ho
voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade …». È una poesia che ritrae piccoli
gesti, a volte inconsueti, però è semplice, riporta gli stati immediati di
coscienza, i quali si intrecciano e sprofondano nei profondi meandri del mare
della psiche. Le contraddizioni si risolvono solo nel mare,
nell’appallottolarsi e infrangersi delle onde che si scagliano sugli scogli
della terra forte. Una lettura bella: ci lascia riflessivi ed attenti, pronti a
confrontarci con l’infinito. Chiudiamo con la postfazione di Gastone
Cappelloni: «Leggere Carla è rivisitare la storia che è stata scritta per non
dimenticarci chi siamo, la riscoperta di un vissuto che rimane, che ci siede
accanto accompagnandoci ad abbracciare il futuro grazie al passato».
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