LO SCULTORE IGNAZIO CAMPAGNA Ultimo erede degli artisti viggiutesi a cura di Vincenzo Capodiferro
LO SCULTORE IGNAZIO CAMPAGNA
Ultimo erede degli artisti viggiutesi
Ignazio Campagna è nato a
Bagheria, nel palermitano, nel 1956. Il padre Pietro era cavatore di tufo:
forse da questo mestiere paterno Ignazio ha ricevuto e trasmesso la solenne
tradizione della modellazione della pietra. Ma oltre a questo impulso
infantile, senz’altro importante, è a Viggiù che il nostro impara l’arte della
scultura. È qui, nella Valcersio - la valle dei ciliegi - che si trasferisce
nel 1969. Viggiù è stata una illustre patria di artisti, soprattutto scultori,
che hanno lavorato in tutto il mondo e fin d’antica data. I maestri viggiutesi
hanno contribuito ad abbellire le nostre cattedrali. La loro perizia nasceva
anche dalla qualità delle pietre, adatte alla metamorfosi estetica: quella
stessa che fece esclamare a Michelangelo dinnanzi al Mosè: perché non parli?
Molti di questi artisti erano anche emigrati nelle Americhe, portando con sé la
loro arte. Ignazio Campagna però è un artista viggiutese acquisito: è un
emigrante in paese di emigranti, ove ha saputo coniugare l’arte dello scolpire
la solarità del tufo con i cinerei massi varesini, infondendo loro una vitalità
infuocante ed eruttiva, quasi etnica (nel doppio senso riferito all’Etna –
Etna, oltre ad indicare una dea, si riferisce alla fucina di Efesto, il dio
artigiano). Ha frequentato il Liceo Artistico “Angelo Frattini”, ove tuttora
insegna, da alunno, diventando maestro e trasfondendo così la sua magistrale
competenza agli allievi. Si è diplomato presso l’Accademia di Brera ed ha
lavorato per un certo periodo presso lo studio dello scultore Vittorio
Tavernari di Barasso, nonché presso quello di Ettore Cedraschi a Milano. Tra le
sue opere si segnalano un’opera scultorea monumentale, alta sette metri, per la
Repubblica del Ciad, nonché la “Maternità”, in pietra aurisina. Ha collaborato
con Francesco Somaini alla realizzazione della Leucotea, della Porta d’Europa.
Molte opere sono presenti in varie collezioni, sia pubbliche, che private.
Ignazio parte dalla classicità e ci ripropone pezzi che è difficile ritrovare,
i quali si avvicinano alla nostra tradizione rinascimentale. Egli stesso si
descrive: «Ecco, calandomi in questo antico mestiere percepisco la forza vitale
della materia che lentamente prende forma. Un percorso lungo quarant’anni prima
tra le botteghe dei picasass e poi negli studi dei maestri per cui ho
lavorato. Le forme si sono avvicendate in un turbinio di soluzioni che partendo
dall’inizio della mera figura umana si sono evolute dirigendosi sempre di più
verso ricerche più sintetiche e geometriche» (Vedi la Presentazione di Ignazio
Campagna. Scultore, Castiglione Olona 2015). Formae educuntur e potentia
materiae. Ci ripetono gli Scolastici: le forme vengono tratte dal seno
della materia, la Grande Madre. Così il nostro, come nota Ettore Ceriani, si
mette alla scuola di Leonardo: «è nel passaggio dal blocco alla forma che lo
scultore infonde quella che Leonardo chiamava la “Sapienza” (da non intendersi
come puro “mestiere”). Ed è ancora Leonardo a fornire una guida da seguire:
“Ogni nostra cognizione principia da sentimenti”». E Croce ribadisce: l’arte è
espressione di un sentimento. D'altronde noi siamo come statue viventi,
scolpite dal Creatore, che ha infuso su modelli d’argilla il soffio dello
spirito: gli esempi della statua riportati da Condillac, ma anche da Leibniz,
non sono casuali! Nell’opera d’arte c’è sempre il marchio dell’artista. Grazie
ad Ignazio, per la sua arte, perché abbiamo bisogno di artisti veri, che stanno
scomparendo! A Viggiù sono scomparse le botteghe artigiane! Egli ha saputo
infondere nelle sue opere un tocco di magia e di vivida plasticità che si muove
in un atteggiamento da classicista-futurista. Il movimento si dilegua nei lenti
tratti che si avvicinano all’eternità delle pose e si perdono nelle dimensioni
“infinitanti”. A primeggiare sono sempre forme antropomorfe, che ritoccano un
umanesimo panico. La forma umana si evolve in varie trasfigurazioni: arboree,
stilizzate, come i “Pilastri viventi” (2015), velate in finti bassorilievi, come
“Deposizione e Resurrezione” (2003). Non mancano interpretazioni cubiste, come
“Marsia. Stacco dell’Io” (2006) e neofuturiste (“Nuotatori”, 2000; “Ultimo
nuotatore” (2007); “Scirocco” (2012), che si intrecciano con temi
neoclassicheggianti (come la citata “Maternità”; “Paternità” (2008) e Amore
(2008)).
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