SOLILOQUIO DI UN FOLLE di Egidio Capodiferro a cura di Miriam Ballerini
SOLILOQUIO DI UN FOLLE di Egidio Capodiferro
© 2017 Cicorivolta Edizioni ISBN: 8899021686 Pagine: 136 € 12,00
Non è per niente facile, come
genere di scrittura, cimentarsi con un monologo. Bisogna essere abili e
riuscire a non far cadere l’attenzione del lettore. Questa premessa per dire
che, invece, Capodiferro, è riuscito nel suo intento, riuscendo a scrivere un
libro che avvince, fa sorridere, interessa e non perde mai di tono.
Capace in questo tipo di scrittura è stato Dostoevskij, e,
proprio come lui, Capodiferro usa un tipo di linguaggio tipico del 1800. Un
poco ricercato, con l’abitudine a parlare direttamente al lettore, come ad esempio:
“Ancora non ho voluto rivelare il mio lavoro, inutile. Forse ve lo dirò più
tardi, con la giusta disposizione d’animo”.
E di cosa ci parla questo folle? Un folle descritto in modo
brillante in questa frase messa all’inizio del libro di Charles-Louis de
Montesquieu: “Si chiudono alcuni matti in una casa di salute, per dare a
credere che quelli che stanno fuori sono savi”.
Ci parla di sé, della sua vita,
delle sue storie d’amore che naufragano l’una dopo l’altra.
Ci racconta della sua famiglia,
una famiglia del sud; delle proprie abitudini, disperazioni, sogni e speranze.
Anche le parti più tristi e
dolorose, sono descritte in maniera allegra, quasi a irridere ciò che di peggio
ci possa esserci e possa farci del male. In questo mi ha fatto pensare allo scrittore
inglese Wodehouse, al suo modo di scrivere divertente e dissacrante. Non è da
me fare paragoni fra gli scrittori del passato e i nuovi emergenti, ma devo
dire che ho trovato molte similitudini nel modo di scrivere di Capodiferro con
questo tipo di letteratura.
Ovviamente il folle ha un nome,
si chiama: Ermenegildo Sette, un nome particolare, così come lo hanno strambo
tanti altri personaggi: “… il signor Miele e consorte, della signora Volpe e
consorte, del signor Ferro senza consorte, delle zitellone centenarie
Costantino, e delle sobrie ragazze Grappa…”
Di tanto in tanto il soliloquio è interrotto dai dialoghi
che Ermenegildo ricorda di avere scambiato con questo o con quella.
Una stranezza, che pare proprio
una contaminazione è quando lo scrittore, parlando di una famiglia del sud, si
lascia scappare uno: “dalla Elena”, “della Sofia”, un tipico modo di dire
lombardo.
Molti gli spunti di riflessione,
come quando una delle sue ragazze gli dice: “Da come mi guardi, mi stai
giudicando per qualcosa che non sai”.
Belle tante frasi: “La tristezza è un sorriso mancato,
e la vita è una folata di vento”.
Un occhio attento è per la
natura: “I fiori della ginestra sono scaglie di ambra affisse nei suoi rami
verdi, o come fiamme accese, focolai di un incendio nel verde”.
Vi domanderete perché Ermenegildo sia folle… bhè, per
saperlo, dovrete arrivare in fondo al libro!
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