“IL FIGLIO DELLA FORTUNA” DI CAPODIFERRO EGIDIO a cura di Vincenzo Capodiferro
“IL
FIGLIO DELLA FORTUNA” DI CAPODIFERRO EGIDIO
Una
raccolta di venticinque racconti che rispecchiano il disagio
dell’uomo contemporaneo con tocchi di ironia
«Il
figlio della fortuna
si rivolge a tutti indistintamente, ognuno di noi può immedesimarsi
con almeno uno dei personaggi che si muovono all’interno dei
venticinque racconti che compongono questa raccolta. Con toni che
vanno dall’ironico e umoristico all’enigmatico e riflessivo,
Egidio Capodiferro descrive, con lo sguardo che solo i semplici sanno
usare, episodi di vita quotidiana: la difficoltà di un titolare di
una gioielleria nell’assumere una nuova commessa, l’equivoco che
viene a crearsi intorno al furto di un anello, la rivincita di uno
scultore incompreso, il salvataggio di una bambina che avrà come
epilogo i festeggiamenti di un matrimonio. Quattro amici in viaggio
in macchina». Il
figlio della fortuna è
un’opera di Capodiferro Egidio, pubblicata da Italic Pequod, Ancona
2017. Egidio Capodiferro abita in un piccolo paese dell’entroterra
lucano ed insegna nella scuola dell’infanzia. Nel tempo libero
coltiva la passione per la scrittura. Trai suoi lavori segnaliamo:
“Acquerelli”, Puntoacapo 2016; “Incastri lirici”, Limina
mentis 2016; “Fedra-Ocna”, Ibiskos 2016; “Soliloquio di un
folle”, Cicorivolta 2017. L’autore ci racconta fatti di vita
quotidiani, in cui i protagonisti riflettono le contraddizioni e le
peripezie della vita, in uno stile ironico – che caratterizza la
narrativa del Capodiferro – e riflessivo. Così vi troviamo Lucio
Legume, l’artista incompreso, il signor Cinque che riceve un mazzo
di rose strano, il vecchio Alessio Gemini che si lascia morire dopo
la dipartita della consorte: «Alessio Gemini era un vecchio con
almeno ottantacinque anni sulle spalle. Ormai da un po’ di tempo a
questa parte, e precisamente dopo la morte della moglie, gradualmente
aveva cominciato a rifiutare il mangiare. Dai cibi solidi era passato
a quelli liquidi, e dopo sei mesi beveva soltanto qualche succo di
frutta, così si rese necessario chiamare il dottore, il quale dopo
averlo accuratamente visitato ordinò che si procedesse al nutrimento
del malato con flebo». Sono tanti racconti verosimili, in cui tutti
possiamo riconoscerci, perché la letteratura, in questo caso si fa
portatrice del vero universalmente, come afferma Aristotele nella
Poetica,
proprio
in quanto verosimile e non vero. In ciò l’arte differisce dalla
storia, che è scienza del particolare. I racconti del Capodiferro
sono semplici, autentici, realistici – diremmo anche veristici -,
colgono l’essenziale con note di ironia mescolate a fantasia.
L’uomo in quanto ha voglia di uscire sempre dallo stato dell’aurea
mediocritas,
si trova invece a fare i conti con la disillusione, con la noia e
l’abbandono, con la dura realtà della vita. I venticinque racconti
sono piccoli quadretti, idilli, a volte drammatici. L’angoscia,
questo dolore esistenziale atipico – quel male di vivere montaliano
– fa da sottofondo e sfocia nell’ironia, nel riso dissacratore.
Di fronte al dramma della vita non possiamo fuggire, ma possiamo
piangere o ridere. Un po’ questi atteggiamenti venivano raffigurati
ne “La Scuola di Atene” come Eraclito e Democrito. Però il filo
conduttore che lega questi quadretti è proprio la fortuna: l’uomo,
machiavellicamente, in parte è faber
fortunae suae.
Può decidere di se stesso fino ad un certo punto. Noi tutti siamo
figli di questa fortuna, che regge la storia, il tempo e lo spazio.
Solo nel contesto di questo svolgimento cosmico possiamo in qualche
modo autoregolarci. Si respira in quest’opera naturalmente un’aria
di checovismo inaudita. La letteratura si fa portavoce delle ansie e
dei sospiri umani, diventa lo specchio dell’anima, un’anima a
volte triste, a volte allegra. La visione della vita riflette
quell’ironia quasi pirandelliana. Questo lavoro del Capodiferro si
iscrive bene nel panorama narrativo che poi esplode nel suo
capolavoro: il “Soliloquio di un folle”.
Vincenzo
Capodiferro
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