Recensione di "La neve è altrove" di Giovanna Iorio a cura di Vincenzo Capodiferro
LA
NEVE È ALTROVE
Una
raccolta unica di poesie, tradotta in sei lingue di Giovanna Iorio
Giovanna
Iorio vive a Roma. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie, tra le
quali si segnalano: Haiku
dell’Inquietudine (Fusibilia
2016) e Frammenti
di un profilo (Pellicano
2015). È presente in molte antologie e radiodrammi. Collabora con
Roma&Roma, DiarioRomano ed Erodoto108. La
Neve è altrove,
edita da Fara, Rimini 2017, è un’opera polifunzionale. Ha diversi
coautori, perché la traduzione è una specie di creazione: Alexej
Klijatov, Charlie Hann, Zingonia Zingone, Anna Jolanta Lagoda, Anna
Maria Curci, Grazia Calanna. È tradotta in sei lingue e le
traduzioni seguono l’una accanto all’altra, inframmezzate da
bellissime foto artistiche di cristalli di neve. È proprio questa
fattispecie che rende l’opera di Giovanna Iorio unica nel suo
genere. È un’opera scritta a diverse mani, interpretata da diversi
autori nello stesso quadro d’insieme. Leggiamo dall’introduzione
di Marco Sonzogni: «”Ad Auschwitz c’era la neve”: così
comincia Canzone
di un bambino nel vento di
Francesco Guccini. La strofa iniziale di questo celebre testo si
conclude con un’affermazione ripetuta due volte: “ e adesso sono
nel vento” in quel bosco di betulle, in quell’altrove di morte,
“tante persone” canta Guccini, sono state tradotte in “un solo
grande silenzio”. Per contrappasso
o
piuttosto proprio per alibi
(è
questa, del resto, la parola che in latino significa altrove), ho
subito pensato a questa canzone leggendo i versi che Giovanna Iorio
ha raccolto con il titolo La
neve è altrove».
L’essere “altrove” rimanda ad una trascendenza dell’essere:
“tutte le cose portano scritto più in là”, rimava Eugenio
Montale. L’essere è trascendente. Tutta la realtà è proiettata
altrove, in un contesto metafisico che la circonda: «La neve è
altrove/ a noi parla il grigio del cielo/ da qualche parte le volpi
attraversano/ pagine bianche – Oh, voi che affondate/ le zampe in
questo silenzio/ tornate». Il libro inizia con una forte citazione
di Keplero: «Non è che io sappia quanto Voi amiate il Nulla (…).
Così mi è facile presumere che un regalo vi sarà tanto più
gradito quanto più esso sarà prossimo al Nulla. Qualunque sia
l’oggetto che vi aggradi come evocazione del Nulla, bisogna che
esso sia di tenue importanza, di piccola misura, di prezzo minimo, e
che non sia granché durevole, cioè che sia quasi Nulla. . nella
natura , queste cose abbondano e una scelta si impone». La struttura
del reale è il nulla. La materia è un’architettura fantastica,
come la neve, sottilissima, fatta di esili segmenti sospesi nel
vuoto. Siamo sospesi nel vuoto, siamo impastati di nulla. Da questo
punto di vista significativo è il saggio La
neve e il nulla, di
Stefano Iannone, posto in appendice al testo della Iorio. Vi si
analizza la struttura molecolare del fiocco di neve. Questo ultimo
saggio è correlato naturalmente alla citazione iniziale di Keplero
sul Nulla. Ma il nulla materiale ci rimanda ad un altro nulla, quello
esistenziale: nulla esiste, ripeteva Gorgia da Leontini: «Vedi, a me
non importa l’eternità. È noiosa./ Tutto in fondo si ripete
all’infinito. Io amo/ le cose che finiscono soprattutto se posso/
sentirne il suono …». E torna il tema forte del nichilismo col
nietzschiano eterno ritorno. «Sono soli persino gli alberi/ nei
boschi …», e ancora: «Questo nulla che ho dentro/ somiglia a un
fiore …», «Ho aperto la finestra e la stanza/ si è riempita di
bianco …». La neve tinge tutto di bianco, crea una visione
monocolore, avvicina al deserto, al silenzio, all’infinito, al
mistero, a quel mistero intangibile del “nulla eterno”. E proprio
questa raccolta si riannoda a quella foscoliana “Sera”: «e
quando dal nevoso aere inquïete/ tenebre e lunghe all’universo
meni». È un opera che fa riflettere e ci offre uno spunto di
ricerca di vita intenso e dirompente. La poesia deve far pensare, non
può lasciarci intatti, ma deve renderci perplessi. Se è questo ciò
che ci aspettiamo dai versi, lo possiamo trovare certamente leggendo
queste perle di Giovanna Iorio.
Vincenzo
Capodiferro
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