Recensione de "Il nonno" di Marco Passeri a cura di Vincenzo Capodiferro
Romanzo
squisitamente autobiografico e introspettivo di Marco Passeri
Marco
Passeri è nato a Milano nel 1964. Ha pubblicato con l’editore
Bietti, oltre a “Il contratto di affitto” (2011), “I quindici”
(2013). “Il nonno” esce sempre con l’editore Bietti di Milano
nel 2016. Questo romanzo autobiografico ed introspettivo rivela
«l’alchimia dell’incontro tra due generazioni, in un silenzioso
passaggio di testimonio che ripete, di volta in volta, il prodigio di
una crescita». Come scrive Umberto Lucarelli nella prefazione: «I
genitori portano “l’io narrante” dal nonno all’età di sei
anni e lo lasciano lì in una domenica sera di fine agosto o di
inizio settembre. Il nonno si occupa del bambino, gli compra la
cartella e lo accompagna a scuola in prima elementare. È un tipo
stravagante il nonno, legge il Corriere della Sera, si veste bene, è
loquace con le cameriere …. Il nonno è padre e madre a un tempo,
fratello e amico …. Ogni autore deve qualcosa ad un altro autore,
uno scritto a un altro scritto. Il nonno di Marco Passeri deve
qualcosa al nonno di Thomas Bernhard». Il ragazzo sta dal nonno
dall’età di sei anni fino alla fine della leva militare. È un
periodo lungo ed intenso. Ma ciò che si intravede trasparendo in
questo romanzo auto-bio-grafico è l’affascinante e misteriosa
cornice degli anni Settanta, come sottolinea sempre il Lucarelli:
«Dopo la pubblicazione de Il
contratto d’affitto e
I
quindici l’autore
torna a parlarci degli anni settanta,
che qui sono più una cornice, sono sullo sfondo». La “settantanità”
costituisce un groviglio di anni forieri di grande abbaglio ed
arroventato fulgore … anni di inaudita libertà esistenziale …
anni di lotte e di passioni mai vinte … anni in cui i giovani erano
protagonisti, vivevano di politica, di ideali. Era una generazione di
sanguigni, non una di flemmatici come i giovani d’oggi. È
difficile dimenticare quegli anni. Umberto Lucarelli lo sa benissimo,
perché nelle sue opere si riflette lo stesso senso. Il giovane Marco
viene affidato al nonno dai suoi genitori non si sa perché e per
tutto quel tempo! Marco non lo chiama mai per nome. Compare sempre
questa figura del “nonno”, quasi come un archetipo junghiano. Lo
descrive come un uomo «indaffaratissimo»: «telefonava in
continuazione. Ogni tanto usciva e chiamava la vicina di casa a farmi
compagnia. Non ricordo il suo volto né la sua voce». Attenzione a
quel “non ricordo”: è un tema ricorrente in tutto “Il nonno”.
Il linguaggio è veramente singolare, infantile, ripetitivo,
impersona la figura del ragazzo. Abbiamo degli esempi: «Credo fosse
il Venerdì Santo, il venerdì che precede la Pasqua, dell’anno in
cui frequentavo la quarta elementare, poteva essere Venerdì Santo,
il venerdì che precede la Pasqua, dell’anno in cui frequentavo la
quarta elementare, etc.». «Credo avessimo appena iniziato a
giocare, avevamo appena iniziato a giocare, non aveva ancora segnato
nessuno, non si era verificato ancora nessun episodio significativo».
Il racconto si staglia in un contesto psicologico fondato su residui
mnestici ed aggregati percettivi. Proprio in questo lavorio di
anamnesi narrativa emergono i ricordi storici, come ad esempio il
rapimento Moro: «Forse ci aveva detto che un’organizzazione armata
aveva rapito uno statista del partito che governava il paese da
trent’anni …». E poi spesso si ripete l’espressione: «credo
di ricordare». Con questo linguaggio introspettivo, analitico, il
giovane Marco si confronta in un decennio e più con la figura
emblematica del nonno anonimo. Il nonno rappresenta la voce della
coscienza superegotica. Nel processo edipico questa forte coscienza
morale è data dalle figure genitoriali. Nel romanzo del Passeri,
invece, prevale questa unica figura centrale. È inutile segnalare,
tra l’altro, la grande attualità che si mette in gioco. Oggi più
che mai i nonni presiedono alla crescita dei nipoti. Oggi che le
famiglie sono sfasciate, forse più che mai le figure dei nonni
costituiscono i fondamenti della personalità più che quelle dei
genitori. Se Freud risorgesse oggi si metterebbe mani ai capelli!
Anche perché se spesso tra generazioni si consuma conflittualità,
tra generazioni di generazioni, invece, è facile segnarsi
quell’”alchimia” di cui dicevamo. Il nonno segue la crescita di
Marco, anche nei momenti più difficili, come quando il giovane viene
espulso dalla scuola, allorché lo porta a mangiare fuori ed esprime
un «commento favorevole a riguardo». Ciò avviene perché anche il
nonno è un ribelle come lui: è un “sessantottino” nato. La cosa
commovente è che questa figura emblematica dell’austero vate
ricompare alla fine del racconto, quando il giovane “reduce”
dall’esperienza militare cerca il nonno: «Dov’è il nonno, credo
di averle chiesto, dov’è, credo di averle ripetuto, dov’è,
dovevo averle chiesto ancora e ancora,» rivolgendosi all’infermiera,
«dov’è, dov’è, dov’è …». E poi … i nonni muoiono e
l’effetto traumatico è strabiliante: «Non ricordo, ma credo di
essere rimasto in quella posizione, con la fronte appoggiata alla
scrivania del nonno, al buio, per giorni e giorni. Credo di ricordare
che il nonno non fosse tornato più, mai più». Il trauma della
perdita è anche alla base della rimozione. Come in Svevo – facendo
riferimento in particolare a “La coscienza di Zeno” – “Il
nonno” raffigura un racconto psicologico. La trama dominante è
restituita dall’esplorazione dell’inconscio. Tutto il discorso si
decompone in un dialogo ellittico del “bambino” – il
“fanciullino” pascoliano ed anche nietzschiano – ed il nonno.
Il ricordo si perde lontano in un paesaggio quasi leopardiano “vago
ed indefinito” che si perde nella prospettiva maestosa del tempo
degli anni settanta, la “settantanità”, dal 1968 circa al 1977,
un decennio di Rivoluzione vera. Da allora non si respira più
quest’aria. Eppure siamo figli del Sessantotto, pur senza volerlo.
Milano vide in questo particolare frangente un periodo intenso,
forte. Il giovane Marco riflette questa aria che si respirava. La
coscienza individuale emerge nella relazione con l’avo e questa si
intreccia nel contesto superconscio dei mitici anni Settanta. La
rimembranza della fanciullezza tende la mano tesa a quella della
vecchiaia: le due età che si collimano. La prima e la terza età
sono molto simili: si vive l’emarginazione dall’”adulterità”
dell’età adulta adultera. C’è una forte denuncia del mondo
degli adulti. C’è il dramma dell’abbandono che trova la sua
presa nell’abbraccio del nonno. È un romanzo certamente che fa
riflettere molto. La narrativa del Passeri è fortemente simbolica,
psicostorica, ontogenetica e filogenetica.
Vincenzo
Capodiferro
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