I CATETI DEL TEMPO SULLA CITTÀ Il testamento spirituale di Antonio Motta. Ricordo di un uomo e di un intellettuale lucano a cura di Vincenzo Capodiferro
I
CATETI DEL TEMPO SULLA CITTÀ
Il
testamento spirituale di Antonio Motta. Ricordo di un uomo e di un
intellettuale lucano a cura di Vincenzo Capodiferro
È
stato presentato sabato 14 gennaio, alle ore 18.00, presso il Museo
provinciale di Potenza, il libro “I cateti del tempo sulla città.
Autobiografia e testamento” di Antonio Motta, edito da Paolo
Laurita, a Potenza, nella collana “I quaderni di bacheca” , n. 4.
Hanno preso parte tra le autorità il Sindaco Dario De Luca, il
presidente della provincia Nicola Valluzzi e gli storici Antonio
Lerra e Giampaolo d’Andrea. Era l’ultimo libro di Antonio Motta.
Lo aveva scritto prima di morire, come suo testamento spirituale. Non
aveva fatto in tempo a correggerne le bozze ed era rimasto lì. Poi
Paolo Laurita ha preso a cuore l’ultimo lavoro dell’ingegnere
filosofo e ne ha curato l’edizione, che è uscita postuma. Con
questo si chiude anche la collana dei quaderni di bacheca. Antonio
Motta era un grande e nobile uomo, sempre accogliente, sensibile ed
attento. Lo ricordo ancora con la sua manina tesa, che ti dava per
affetto e subito ritraeva, perché soffriva di forti dolori ai
tendini. E poi col suo sguardo chiaro ti ammaestrava per ore. Andare
da lui era come andare da un vate. Se entravi nella sua casa a
Potenza, a ridosso di Via Pretoria, tutto l’appartamento era un
biblioteca immensa: vi trovavi di tutto! Ma egli stesso era una
biblioteca vivente, arricchita dall’esperienza. Era nato a
Laurenzana, una cittadella nel cuore della Lucania. Viveva a Potenza,
dove si era trasferito dall’immediato dopoguerra, per il lavoro e
dove è morto nel 2006. Per molti anni è stato ingegnere capo
dell’ufficio tecnico dell’amministrazione provinciale. Era lui
che ha curato in pratica la realizzazione di gran parte del settore
viario della regione Basilicata. Questa esperienza poi la si ritrova
nei suoi scritti. È stato storico e studioso che ha saputo
conciliare gli interessi del lavoro con quelli della cultura. Alla
cultura storica si dedicò totalmente dall’età della pensione.
Raccontava infatti, che esausto della corruzione che andava sempre di
più dilagando nella vita pubblica, incidendo fortemente anche nella
realizzazione dei lavori pubblici, ad un certo punto potendo andare
in pensione molto tempo prima, perdendo anche parte del guadagno,
prese il cappotto e lasciò la poltrona. E ripeteva sovente: non sono
le poltrone che fanno le persone, ma le persone che fanno le
poltrone! È stato membro di varie associazioni culturali, tra cui
quelle più note: il circolo Silvio Spaventa Filippi - di cui era
socio onorario e trai fondatori del premio Basilicata - e la
Deputazione di Storia Patria della Lucania. Si è fatto conoscere
dagli studiosi di storia fin dal 1981 con il “Memorandum del centro
storico di Potenza”. Nel 1989 al suo volume “Carlo Afan De
Rivera. Burocrate ed intellettuale borbonico. Il sistema viario
preunitario” fu assegnato dalla giuria, presieduta da Tommaso
Pedio, il premio Basilicata per la saggistica. Carlo Afan De Rivera
era stato un grande riformatore illuminato del governo borbonico ed
aveva curato, in particolare, tutto il settore viario. Tra le opera
che aveva seguito con peculiare interesse vi era la regia strada
delle Calabrie, che poi è diventata la statale n. 19, un’importante
via di collegamento che da Salerno, attraversando la Lucania,
scendeva giù per la Calabria. I suoi capolavori sono stati “Oltre
Eboli” (1998) e “ Giovanni Andrea Serrao Vescovo” (1999),
costituenti i primi due quaderni di bacheca di Paolo Laurita. In
quest’ultimo in particolare raccontava la storia drammatica di
questo prelato potentino, protagonista della rivoluzione del 1799
lucano. Questo vescovo fu sacrificato sull’altare della rendita
fondiaria, infatti venne massacrato dalla borghesia potentina, per
essersi opposto ai suoi interessi terreni. E compare qui la figura di
un martire, che non è stato mai valorizzato, proprio perché era
andato contro le logiche dei potenti. Antonio Motta ha girato la
Basilicata palmo palmo, paese per paese. Da ingegnere del Genio
Civile, aveva seguito la costruzione di diverse strade provinciali.
Ancora al mio paese se lo ricordano, quando veniva per tracciare il
corso delle strade e seguirne i lavori. E come si turbava, perché
nella costruzione delle strade doveva tener conto di tutte le
lamentele dei proprietari terrieri, i quali spesso non volevano
cedere parte dei loro fondi per la pubblica utilità. Venivano
sacrificati allora i piccoli possedimenti dei cafoni e salvati invece
i latifondi dei galantuomini. «I baroni mangiavano la polenta coi
passerotti!», che cuore avevano, per massacrare dei poveri passeri e
poi metterli a cuocere interi con la polenta! Avveniva anche che
questi galantuomini facevano deviare il corso delle strade per far
valorizzare i loro fondi. Ed era sempre una guerra, in ogni paese! Al
mio, ad esempio, la strada provincia veniva dirottata in un
territorio franoso. Ancora se lo ricordavano Sandra ed il compianto
Eugenio Montesano, il medico del paese, i quali lo ospitavano a casa
loro e si prendevano cura di lui. Conosceva alla perfezione tutto il
sistema viario nella sua evoluzione storica dall’età antica fino
al dopoguerra. Aveva studiato tutti i tracciati delle vie romane:
dell’Appia, della Popilia, dell’Erculea, con tutte le “stationes”
annesse. Aveva ripercorso tutti i tratturi regi, le vie della
transumanza, che riprendevano quegli antichissimi sentieri, che
risalgono alle origini della storia, al Neolitico. Basta rileggere i
suoi studi: “Per le montagne di Basilicata, per tutti quei paesi,
più o meno alpestri” e “L’abbiamo a piedi percorso
erborizzando”, apparsi sul Bollettino Storico della Basilicata. La
sua cultura storica veniva arricchita dall’esperienza diretta, che
aveva avuta da ingegnere, su tutto il territorio. Non a caso mi aveva
indirizzato a studiare un altro filosofo ingegnere illuminista
francese: Nicolas Antoine Boulanger. Anche lui era costruttore di
strade e di ponti. Ed io, ascoltando la voce del maestro, mi ero
accinto ad approfondire il pensiero di costui e vi avevo pubblicato
un lavoro “La dittatura di Dio”, dedicato, non a caso ad Antonio
Motta. Prima di morire mi aveva affidato la traduzione dell’Epistola
di Giacomo Castelli, del Settecento. Giacomo Castelli, di Carbone,
era un intellettuale che aveva girato tutto il Regno di Napoli e
aveva descritto tutti i popoli, le usanze. Bella, ad esempio, è la
descrizione del bosco fluviale di Policoro, un gioiello incontaminato
del Regno di Napoli. Veniva visitato da tutto il mondo e conservava
specie mai viste di flora e di fauna, prima che venisse raso al suolo
con la riforma agraria degli anni Cinquanta. L’ultimo Barone, il
Berlangieri, proprietario di tutto il tenimento di Policoro, lo aveva
tenuto ancora intatto. Questo itinerario del Regno di Napoli era
stato ritrovato da Motta dopo tante ricerche in una biblioteca di
Venezia. Io avevo fatto la traduzione e stavo per riconsegnargliela,
ma poi Antonio è morto, lasciandoci un vuoto incolmabile, culturale
ed umano. Questo prezioso documento storico è stato poi accolto
nella rivista letteraria “Nugae” di Battipaglia. Ringrazio ancora
Michele Nigro che allora prese a cuore questo prezioso lavoro e lo
pubblicò. Antonio Motta ha scritto anche belle raccolte di versi,
come “Frammenti dall’esilio” (1999) e “Versi di Babele e
Babele di versi” (2003). Quest’ultima raccoglie i componimenti
del decennio 1956-1966, «dalla morte di nonno Antonio al matrimonio
con Emilia, scritti tra Bari, Potenza e Laurenzana». Da giovane
Antonio aveva studiato ingegneria all’università di Bari. Faceva
per guadagnarsi qualcosa il correttore di bozze per conto
dell’editore Laterza. Aveva corretto tutte le opere di Croce. Come
mi raccontava, aveva così supplito alle carenze della cultura
classica. Gli mancava molto, ad esempio, la conoscenza del latino.
Aveva aderito alle idee marxiste ed all’ideologia comunista. Ma
dopo la rivolta anticomunista di Budapest nel 1956, come molti
intellettuali di sinistra, ebbe una certa disillusione. Da allora si
avvicinò al cristianesimo. E questa tematica, molto forte, la
ritroviamo proprio in questa sua ultima opera: i cateti del tempo
sulla città. Egli si confronta con la “Città di Dio” di
Agostino. E si confronta soprattutto sul tema del tempo, su cui il
Vescovo di Ippona aveva dato un nuovo orientamento. Il tempo degli
ingegneri è un tempo spazializzato, come direbbe Bergson,
matematizzato. Il tempo di Agostino, invece, è il tempo dell’anima.
Era venuto anche al paese, insieme a Paolo Laurita a presentare il
mio libro “Una Domenica di sangue”. Mi aveva infatti seguito con
accortezza ed amore nella stesura e nelle ricerche storiche. Il suo
primo titolo, non a caso, era “Storia di una rivoluzione
d’ottobre”. Il titolo non era casuale, perché proprio
nell’ottobre del 1860, in occasione del plebiscito per l’Unità
d’Italia, tutto il Lagonegrese, tutta la Lucania, tutto il Sud
insorse contro la conquista piemontese. Vi erano due Lucanie: quella
di Corleto e di Potenza, favorevole ai Savoia, e quella dei cafoni e
dei nobili, fedeli ancora al Borbone. Motta si era reso conto che il
teorema marxista – nobiltà teista, borghesia deista, proletariato
ateista – non poteva essere applicato nelle regioni del Sud. Qui
l’aristocrazia e i contadini erano rimasti fedeli al Borbone ed
erano ancora sanfedisti, mentre la borghesia e la massoneria
potentina si erano vendute al Piemonte per conservare i loro
privilegi e divenire la nuova classe dominante, soppiantando quella
antica. Anche un altro grande storico lucano, anche egli socialista e
“potenzese”, Tommaso Pedio, sosteneva la stessa tesi. Quando lo
andai a trovare insieme a Giuseppe Cracas, prima di morire, mi fece
questa domanda: tu lo sai che nel febbraio del 1860 al tuo paese,
nove giovani, tutti figli di contadini, furono fucilati con l’accusa
di renitenza alla leva? Nessuno lo sapeva! Per uno stupido errore
burocratico, perché era stato rinviato l’avviso di presentazione
alle armi, ma l’esercito ancora non ne era stato messo al corrente,
tanti giovani furono fucilati perché non si erano presentati alle
armi senza saperlo! Facemmo anche mettere una lapide in ricordo di
questi nove giovani. Oggi non si trova più nella piazza. È forse
troppo scomoda! Così cominciò la grande stagione del brigantaggio:
la rivoluzione mancata. Tutte le rivoluzioni borghesi sono riuscite:
quella francese, quella americana. Le rivoluzioni proletarie sono
riuscite, come quella Russa del 1917. Le rivoluzioni dei contadini
sono tutte fallite. Chissà perché? Da quelle di Lutero, che si
vendette ai poteri forti dei principi e li fece massacrare fino al
brigantaggio sono tutte fallite. Munzer ed Huss furono arsi sul rogo,
perché avevano difeso i contadini. Lutero e Calvino, invece, alleati
della borghesia divennero teocrati. I Borboni erano re socialisti,
amati dal popolo, ma vennero fatti fuori col beneplacito
internazionale dell’Inghilterra. Questa è un’altra storia: la
questione meridionale. Antonio Motta, insieme a Tommaso Pedio, è
stata una delle ultime voci dei meridionalisti lucani. Abbiamo
dedicato questo breve ricordo ad un uomo che ci ha voluto bene, ci ha
seguito nei nostri studi, ci ha indirizzato nella ricerca, e ci ha
dato sempre una mano tesa, anche se dolorante. Quest’ultima opera,
pubblicata postuma da Paolo Laurita è veramente un grande
riconoscimento all’opera ed alla figura di quest’uomo che ha
dedicato la sua vita alla Lucania ed alla sua Città, su cui vertono
i cateti temporali. E su questi cateti domina Pitagora: la somma dei
quadrati costruiti sui cateti del tempo corrisponde al quadrato
costruito sull’ipotenusa. Il tempo è un triangolo perfetto, un
triangolo rettangolo. Questo triangolo è un simbolo che ci rimanda
alla Trinità, cioè all’eternità. Il tempo corrisponde in qualche
modo all’eterno, è inquadrato, o meglio triangolato sull’eternità.
La triangolarità ci riporta alla tridimensionalità: la relatività
einsteniana. Ma il tempo matematico è solo il sottofondo, su di
questo si dispiega la storia. La storia è la misura del tempo
secondo l’anima. Quest’anima però non è solo individuale – la
mia storia personale – ma è anche collettiva: la storia della
Città! La città terrena, cioè Potenza, si proietta verso la città
eterna. Ogni tempo ed ogni storia tendono all’eternità.
Vincenzo
Capodiferro
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