ALESSANDRO COLLI, TESTIMONE DELLA GRANDE GUERRA Memorie di vita militare (1914-1919) di Vincenzo Capodiferro
ALESSANDRO COLLI, TESTIMONE DELLA GRANDE GUERRA
Memorie di vita militare (1914-1919)
Molto bello, intenso e significativo il libro “Alessandro
Colli. Quel che fu 1914-1919. ricordi di vita militare e mia prigionia”; a cura
di Beppe Galli, Induno 2016. Alessandro Francesco Colli, figlio di Pietro e di
Martina Bianchi, nasce il 28 novembre 1896. Sebbene fosse orfano di padre e suo
fratello Pietro già arruolato, fu inviato alle armi nella Prima Guerra
Mondiale. Come descrive il Galli nella prefazione: «Ora le figlie Eugenia e
Maria Gabriella, rompendo gli ormai secolari e timorati indugi, han voluto, in
sua memoria, dare alle stampe “ogni cosa” per rendere partecipe il curioso, ma
paziente lettore, di come il “fante” Alessandro Colli, riuscì con le sue forze,
sostenute da una Fede mai venuta a meno né tradita, a vivere con “umanità”
tutti quei mille e novantanove giorni della sua «vita militare (dall’8 dicembre
1915 al 27 marzo 1916), della guerra (dal 28 marzo al 14 maggio 1916), della
lunga e dura prigionia sofferta nelle mani nemiche (dal 15 maggio quando fu
catturato nel fatto d’armi di Corna Gadda, al 4 novembre 1918), e del rimpatrio
al termine della prigionia (dal 5 al 18 novembre 1918»». Il giovane Alessandro
così esordisce queste sue nobili memorie: «Io con questo manoscritto non
intendo odiare lo Stato oppure essere interventista nazionale. Nemmeno voglio
coltivare l’odio di razza; anzi detesto e disprezzo coloro che mirano a
vendetta contro questa o quest’altra nazione, e che di ciò ne fa propaganda». E
poi spiega caldamente le motivazioni profonde: «Questi miei ricordi devono
servire unicamente per istruzione e per eterna memoria ai miei discendenti, cui
spero Iddio mi faccia la speciale grazia di tenerli e farli vivere nella retta
e giusta Dottrina Cristiana, unico mio conforto durante i miei più severi
disagi». Alessandro fa un’analisi molto acuta poi delle cause del conflitto,
oltre alla scintilla dell’eccidio del 28 giugno del 1914, perpetrato dallo
studente bosniaco Princip, membro dell’organizzazione “Unità o Morte”, ai danni
dell’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria e della sua
consorte. Riportiamo, solo per renderci conto della oculatezza storica con cui
questo giovane testimone interpreta i fatti, solo alcune motivazioni da lui
stese: «I. Gli imperatori e Regnanti non abbastanza pingui della loro
posizione, aspiravano a diventar potenti e temuti; mentre si facevano amare dai
sudditi li conducevano alla morte, rovina e disperazione. II. Lo squilibrio
finanziario commerciale di alcune nazioni, che febbrilmente, all’insaputa delle
altre, si preparavano alla guerra. Credendosi al punto giusto e sicuro,
scatenarono il demonio che da molto tempo premeditavano, contro
gl’inavvertiti». Ma soprattutto - e passiamo alle ultime motivazioni -: «VI.
L’Italia poi. La causa principale della sua guerra fu prodotta dalla
Massoneria, partito fiero ed inespugnabile in Italia. Temendo che essa avesse a
far guerra alla Francia, e quindi portare agli Imperi Centrali una vittoria
repentina e sicura, promuove il popolo a dimostrazioni proponendo questo ed
altro affinché si avesse a schiacciare detti imperi i quali proteggevano e
molto la religione cattolica, che è uno dei più fieri nemici della Massoneria.
VII. L’idea di conquista, l’odio di razza, aiuto ai provocati e molte altre
condizioni ci trascinarono alla guerra anche noi!». Allo scoppio delle
ostilità, l’Italia per gli articoli I e VII della Triplice Alleanza, che
richiedevano funzione difensiva in caso di guerra, consultazioni generali e
compensi, dichiara la neutralità. Neutralista era il popolo per spontaneo
atteggiamento. Neutralisti erano i due maggiori partiti di massa: quello
cattolico e quello socialista, ma per motivi diversi. I popolari si esprimevano
per un neutralismo contratto, i socialisti, invece per un neutralismo
incondizionato, ispirandosi agli ideali internazionalisti e pacifisti.
Neutralista era pure Giovanni Giolitti, che così annota nelle “Memorie della
mia vita”, Milano 1922, II: «Io avevo la convinzione che la guerra sarebbe stata
lunghissima, e tale convinzione manifestavo liberamente a tutti i colleghi
della Camera. A chi mi parlava di una guerra di tre mesi rispondevo che sarebbe
durata almeno tre anni, perché si trattava di debellare i due Imperi
militarmente più organizzati del mondo, che da oltre quarant’anni si
preparavano alla guerra, i quali avevano una popolazione di oltre centoventi
milioni di uomini e potevano mettere sotto le armi sino a venti milioni di
uomini». Il grande statista aveva visto giusto! Ma nessuno volle ascoltarlo.
Interventisti, invece, furono i conservatori, i riformisti, i nazionalisti, i
democratici, i repubblicani ed i socialisti rivoluzionari. Democratici,
repubblicani e radicali erano a favore della guerra ispirandosi ai principi del
Risorgimento. I nazionalisti, come Corradini, Papini e D’Annunzio, volevano la
guerra per temprare il popolo d’Italia. Interventista fu Benito Mussolini, che
per la sua posizione fu espulso dal Partito Socialista e nel suo nuovo giornale
il “Popolo d’Italia”, esaltava la guerra, per non essere some mummie
perennemente immobili con la faccia rivolta allo stesso orizzonte. In pratica
la guerra fu decisa da una minoranza ed imposta a tutto il resto. Nessuno
voleva la guerra, né il popolo, né i partiti maggiori. Il rifiuto austriaco di
cedere le terre irredente in cambio della neutralità induce il governo Salandra
a firmare il Patto di Londra il 26 aprile del 1915. il resto è storia! L’Italia
era, come sempre, impreparata: così si giunge al crollo di Caporetto il 24 ottobre
del 1917. Da Caporetto a Vittorio Veneto tuttavia, quel popolo pacifico
costretto alle armi, ad una guerra che non avrebbe mai voluto, riuscì a
realizzare una delle più brillanti vittorie della sua storia. È il popolo che
ha vinto, non i dirigenti miopi e sprovveduti, come Orlando e Sonnino, i quali
tradirono l’Italia nella trattative di pace. Il simbolo della Grande Guerra
diviene la trincea, che fa esclamare ad Ungaretti: «Si sta come d’autunno sugli
alberi le foglie». Questo senso di precarietà dà il via all’esistenzialismo, la
fase di smascheramento delle illusioni positiviste del progresso infinito. Il
progresso non può che condurre a guerre, a distruzione, perché ha bisogno di
distruggere per poter ricostruire. La macchina del progresso è un mostro abnorme,
è il Moloch, che brucia i fanciulli, gli adolescenti nella trincea: se non si
sacrifica a questo dio malvagio non vi può essere crescita. Lo stesso avviene
nel 1939, dopo la Grande Depressione del 1929. Abbiamo scelto una pagina
veramente forte in cui Alessandro descrive questo dramma della trincea e della
fuga: «Impossibile definire il numero delle volte che mi gettai a terra come
morto e rialzato intraprendere la corsa fra una strada serpeggiante mascherata
da rami, frascate e pini, sempre accompagnato dagli strapnel e cannonate a
calibri grossi e piccoli, di cui la strada ne era coperta di bossoli scoppiati.
Molti erano i morti che trovai a terra stesi e posti in tutti i modi, malconci
e colle membra rovinate e fracassate. Arrivai a metà monte su un dosso e per
terribile meraviglia mi accorsi che le cannonate venivano non solo dal monte
Finocchio, a noi di fronte, ma anche dal monte Baviena, formano il fuoco
intrecciato. Un soldato di Cuirone ci insegnò la via da seguire. In un lampo
posi la mente alla mamma a casa e a Maria Ausiliatrice, e con una corsa
sfrenata feci la discesa un po’ in piedi, chino e in mille modi accompagnato da
una grandine di granate e cannonate. Posto in salvo dalla roccia quota 750, mi
volsi a vedere da dove passai e con qual pericolo. Scorsi un vero macello
umano. Chi veniva tranciato e mandato per aria, chi rimase colla testa
fracassata, un braccio di qua, una gamba di là. Passai proprio sopra un mucchio
di poveri sodati morti mescolati a bossoli, fucili e mitragliatrici. (Qual
orrore, ancora ora che sto descrivendo simili momenti, dalla fronte mi sgorga
un sudor freddo). A quello spettacolo la vista mi si offuscò. Pensavo a tutti
quei poveretti che erano costretti a passare proprio di là. Spossato mi
rifugiai in una baracca di salvataggio posta sotto una roccia a picco e riposai
per circa mezz’ora. Fuori il fuoco continuava senza tregua. La baracca era
piena di feriti e sempre ne arrivavano». Fa eco Ungaretti: «È il mio cuore il
paese più straziato»! Ed infine, dopo la prigionia, a conclusione, rileggiamo
con commozione il tenero rimpatrio: «Arrivai a san Pancrazio, il portone del
palazzo mi fu di fronte. Al portello mi fermai. Baciai la porta della chiesa e
dissi: «Che faranno i miei, che penseranno?». Con uno slancio di impazienza
suonai al campanello. Una bambina mi aprì la porta e subito la baciai. Essa si
impaurì e pianse. Due cani arrivarono abbaiando in difesa della bambina. Fatti
pochi passi mi trovai abbracciato dalla mamma e cognata e si pianse». E si
pianse! Un finale maestoso e mesto che ci ricorda per sempre il dramma della
guerra da chi la ha vissuta di persona. Eraclito profetava: la Guerra è la
regina di tutte le cose. Fin quando faremo comandare a lei non ci sarà mai pace
tra gli uomini! Dobbiamo opporci alla Guerra, ma non con le sue stesse armi,
con la Pace, con la non violenza! Non possiamo essere come Giani bi-fronti!
L’uomo è un Giano. Noi non possiamo dimenticare! Non dobbiamo dimenticare ciò
che ha prodotto questa forza distruttiva ed aggressiva all’umanità. Noi non
possiamo dimenticare le Shoah di tutti i popoli. L’Europa dal 1945 non ha visto
più una guerra. Stiamo attenti, che non possa tornare, mai più! L’orrore è
sempre alle porte. Può vivere l’uomo senza guerra? Risponde Quasimodo: «Sei
ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo.»!
Vincenzo Capodiferro
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