LE “ORME INTANGIBILI” DI ALESSANDRO RAMBERTI Tracce dell’Assoluto in versi sublimi recensito da Vincenzo Capodiferro
LE “ORME INTANGIBILI”
DI ALESSANDRO RAMBERTI
Tracce dell’Assoluto in versi sublimi
Alessandro Ramberti nasce a
Sant’Arcangelo di Romagna nel 1960. Laureato in Lingue Orientali a Venezia,
vince, nel 1984-85, una borsa di studio per l’Università Fudan di Shangai. Nel
1988 consegue a Los Angeles il Master in Linguistica, indi il dottorato presso
Roma Tre. Ha scritto diverse raccolte di poesie e racconti. È presente in
diverse antologie e riviste. Tra le sue opere spicca “Orme intangibili”, Ed.
Fara, Rimini 2015, una raccolta di versi, che ricalca gli Haiku giapponesi.
Come commenta Vincenzo D’Alessio nella sua prefazione: «La scrittura è
certamente originale: le quartine vengono alternate da un verso chiuso in
parentesi, che realizza un momento di sospensione nella lettura, al tempo
stesso completa il fluire armonico dell’insieme attraverso la rima. Chiude ogni
poesia una parola in lingua cinese, con traduzione e, spesso, il pensiero di
autori frequentati dal nostro, come il Servo di Dio Matteo Ricci, Albert Camus,
Immanuel Kant e diversi altri. Un libro sacro». Il titolo stesso rimanda al “De
Umbris Idearum”. Tutte le quartine sono come blocchi di marmo scolpiti. Da
queste sculture poetiche sorge un edificio sacro, un Tempio vivente. Bisogna
addentrarsi in questo Tempio, per ritrovarsi in un’”aurea sezione”. La poesia
diventa così dramma sacro, rivelazione originaria. Si parla il linguaggio
divino, ieratico. Oltre ai riferimenti citati dal D’Alessio ricordiamo il Vate
di Dio David Maria Turoldo. Vige nei versi laconici, ermetici, nipponici un
forte cristocentrismo. In questa poesia cristologica si sente forte il richiamo
alla tradizione degli inni sacri, dei salmi, oltre al richiamo al
pellegrinaggio di vita: «Hai forse una risposta che sia avulsa/ dal crescere nel
flusso della vita?/ Il corpo ha una memoria spirituale/ oltre la realtà che si
compulsa?» (p. 33). Come sottolinea sempre il D’Alessio, «il percorso al quale
il lettore è invitato può paragonarsi a quel cammino di Fede al quale si
sottoponevano i viaggiatori in cerca della Redenzione/Salvezza propria e dei
propri cari. La Via Francigena è fra i più conosciuti». Il richiamo poi ad una
lingua orientale, come quella cinese, una lingua geroglifica, come l’egizio
antico, dà solennità a tutto questo contesto del Logos divino. Il Logos è
pensiero e linguaggio, è creazione originaria, è Poiesis. Nella Poesia noi
siamo più vicini all’opera creatrice di Dio di quanto noi crediamo. Dio pensa e
crea nello stesso tempo, il suo pensiero è realtà. Noi partecipiamo alla divina
creazione: «Il nostro quid non ha per meta il niente/ compresso dagli errori di
sistema/ ma uno scoprire nell’atto perduto/ la luce di una notte sconvolgente»
(p. 57). E qui c’è anche il senso profondo, confuciano della vita, secondo
Alessandro: «L’uomo gentile, esempio per gli altri, dotato di grande potere
morale, capace di sacrificarsi interamente per i propri simili». L’uomo deve
aderire alla Ragione universale. Questo è il fine, è il senso della vita stessa.
L’uomo, in quanto essere razionale, è una scintilla della divinità, come scrive
Alessandro, “in noi giace una perla numinosa”. La libertà e la moralità
dell’uomo stanno nel vivere secondo ragione. In questi versi Alessandro riesce
a collegare bene Oriente ed Occidente. Come scrive il Turoldo: «La tragedia è
Occidente, il Sogno è Oriente. Ma lasciamo. Persino la poesia risulta
inadeguata a dire l’immane tragedia di quanto è accaduto, di quanto è
significato dalla maestosa Allegoria… Più non distruggere il mio tempo
occidente./ La tua ragione è dei fuga/ e al riflesso vitreo del tuo Atto puro/
sopravvivono schiavi…».
Vincenzo Capodiferro
Wow
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