L’ORIZZONTE A QUADRETTI Esperienze dal carcere
L’ORIZZONTE A QUADRETTI
Esperienze
dal carcere
«La differenza tra noi e voi consiste solo in
questo: noi vediamo il vostro stesso orizzonte, ma a quadretti,» mi risponde un
detenuto. Vi devo raccontare un’esperienza personale che ho avuto modo di
vivere e che è stata decisiva per il proseguo dei miei studi universitari. Si
è, infatti, aperto quel cassetto ove ho riposto e custodito gelosamente il mio
sogno: stare a contatto con coloro i quali, avendo commesso dei gravi sbagli,
sono detenuti, condividendone la realtà quotidiana, le emozioni, le
aspirazioni, la voglia di riscatto, la riabilitazione. Ho avuto modo di
aggiudicarmi una piccola borsa di studio, offerta dall’Università “Insubria” di
Como, il cui contenuto prevedeva un soggiorno di quattro giorni intensi per
introdurre la facoltà di Giurisprudenza, la mia futura facoltà … e quindi,
quale migliore occasione mi si presentò? Iniziarono così quei momenti di
confronto, di condivisioni, di testimonianze dirette, ma soprattutto due
giornate vissute a stretto contatto con la realtà carceraria, quella vera,
quella dura, quella a volte crudele … ma talvolta capace di trarre il meglio
delle persone, di vincere i loro primordiali istinti aggressivi, la loro malvagità,
capace quasi di “trasformare”. Forte è in tutti noi la curiosità di sapere, di
conoscere, di giudicare … ma altrettanto forte deve essere il desiderio di
muovere le nostre competenze, la summa di conoscenze e capacità, per essere
utili a chi ha bisogno di aiuto per correggere il cammino della propria
esistenza. «Cara Persona detenuta, ero curiosa di sapere che cosa avessi
combinato e avevo paura di te, ma oggi mi interessa solo la persona che vuoi
diventare»: è stato questo il pensiero conclusivo di quella avventura, è questo
il pensiero che da allora mi accompagna. Per questo il mio ringraziamento va in
primo luogo all‘Università per la folgorante esperienza e a quelle persone, i
carcerati di Bollate e Opera, che hanno avuto il desiderio, l’umiltà di aprirci
il loro animo, un gesto che per loro rappresenta un contatto con l’esterno e
per me tutto quello che ormai sapete, tanto che, il mio secondo “grazie” lo
rivolgo a me stessa per l’impegno, la responsabilità e la dedizione che metterò
in campo per dare il mio piccolo contributo, affinché questa società possa
essere composta non da individui perfetti ma migliori. Delinquenti non si
nasce, si può rischiare di diventarlo, ma ognuno ha diritto di intraprendere un
percorso di riabilitazione se accompagnato da una voglia autentica di riscatto
e di consapevolezza, dove ognuno di noi può giocare la sua parte. Steve Jobs
diceva: «Investire in comunicazione e in formazione in tempo di crisi
- (anche esistenziale) -, significa costruirsi le ali mentre gli
altri precipitano» … non so se un detenuto alla fine imparerà a volare, di
sicuro avrà almeno fabbricato le sue ali per provarci. “Vigilando redimere”:
può essere sintetizzata in questi due verbi la funzione civile e morale che la
società attribuisce al regime di detenzione. Lasciare per anni in carcere chi
compie un reato, una violenza, un crimine, non è garanzia in sé sufficiente di
presa di consapevolezza di quello che ha compiuto, di pentimento per il dolore
che ha provocato e di impegno e buoni propositi da attuare una volta fuori.
“Non è colpa mia!”: la reazione prima che scaturisce quando si viene accusati,
non perché non ci si renda conto di mentire anche a sé stessi, ma perché la
mancata accettazione di una realtà dolorosa costituisce uno dei meccanismi di
difesa più antichi che la nostra mente utilizza per sopravvivere. E se questo è
vero nelle nostre piccole cose quotidiane, che impatto può assumere nel modo di
pensare, ragionare e vedere la realtà di chi invece compie un’azione illegale e
criminale? Oltre a sottovalutare la gravità e le conseguenze delle azioni, non
curante dei pericoli a cui espone sé stesso e gli altri con il suo
comportamento, l’autore di tali gesti, entrando in un circolo vizioso, si
convince della sua onnipotenza, di poter calcolare e prevedere ogni mossa , di
vivere senza rispettare le regole e le leggi; ma nel momento in cui queste
certezze crollano, il contatto con la realtà è difficile da reggere: non
essendo mai stati disposti ad accettare la presenza di norme prestabilite e non
riconoscendo che il giudicare il proprio comportamento è una funzione svolta
anche da persone esterne a sé, il confronto con il potere giudicante è visto
come un ente senza valore che attribuisce una pena a chi non la merita. In
un’ottica differente da questo ruolo, la detenzione non farebbe altro che
avvalorare l’oppressione che vive il detenuto : il carcere da solo non previene
né scoraggia il detenuto a ricompiere nuovamente il reato una volta fuori. Il
passare tutto il giorno chiuso in una cella, fatta eccezione per “l’ora
d’aria”, senza avere contatto con l’esterno, il fatto che non si è più liberi
di decidere come impiegare il proprio tempo, ma essere soggetti, anche per le
cose più elementari, a dover chiedere il permesso, produce di fatto un ulteriore
inasprimento del sentimento di rivalsa e vendetta nei confronti della società
che l’ha costretto ad essere dipendente dalle decisioni altrui. Ecco perché la
funzione del carcere deve essere un’altra: l’obiettivo ultimo deve essere il
recupero sociale dell’individuo in modo tale che una volta scarcerato non
ritorni a delinquere, ma diventi conscio degli effetti che le sue scelte
sortiscono su di sé e sugli altri. Proprio per offrire un’opportunità di vita
diversa rispetto al passato, in alcune realtà di detenzione italiana vengono
organizzati corsi in cui si insegna un mestiere, da svolgere “dopo” anche come
fine psicologico di orientare la mente del detenuto al futuro, al di fuori
delle sbarre, perché possa pensare in termini propositivi e concentrarsi su uno
scopo che può raggiungere, perché si convincano che da “carnefici” possono
anche loro diventare uomini migliori. Notizie che apprendiamo dai quotidiani,
dai telegiornali, dalle inchieste ci confermano che la situazione pratica nella
quale sono costretti a vivere i nostri detenuti sia molto differente da quella,
quasi idilliaca, descritta nella teoria. La parola “sovraffollamento” è sulla bocca e nelle orecchie di tutti, o
almeno dovrebbe essere così. Dopo la Serbia siamo noi italiani a registrare il
più alto tasso di sovraffollamento. Della popolazione carceraria, secondo dati
ISTAT, il 60% in Italia sono stranieri, che pur commettendo reati minori (a
volte delinquono per mantenersi non trovando lavoro, perché sprovvisti di
documenti e considerati perciò nessuno dalla società) degli italiani restano in
carcere senza concedersi gli arresti domiciliari non avendo reti famigliari,
domicili o documenti. Tutto ciò non
si placa neanche di fronte alla salute. Si legge in un articolo del Corriere
della Sera scritto da un ex carcerato: “se stai male occorrono 10 giorni per
una visita medica e spesso non riceviamo neanche le cure adeguate. I detenuti
di Poggioreale chiamano il famoso Buscopan “la pillola di Padre Pio”, perché
quella ti danno e con quella ti devono passare tutti i dolori”. La nostra “Carta dei diritti e doveri dei
detenuti o internati” sancisce che “il detenuto ha il diritto a non subire
mezzi di coercizione fisica a fini disciplinari”, eppure molto spesso apprendiamo notizie riguardanti “morti in circostanze
sospetti” ma con le denunce portate avanti durante le innumerevoli
inchieste, ben si sa come tali decessi avvengono: il programma “Le Iene” ha
riportato anche la testimonianza di un secondino che ha partecipato a raid
punitivi ai danni di alcuni detenuti “per futili motivi”: forse avevano
risposto male ad una guardia o non si erano alzati in tempo. Quindi se Voltaire diceva “il grado di
civiltà di una nazione si misura sullo stato delle sue carceri” potremmo
rispondere con le stesse parole dell’ex presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano “da noi rappresentano solo vergogna per il Paese”: i nostri
detenuti sognano un volo in una gabbia dentro una gabbia. L’unico potere rigenerante all’interno
delle carceri consiste nell’istruzione e nel lavoro. “L’ignoranza è
l’origine di tutti i mali” ci insegna Socrate, e le persone ignoranti sono
più predisposti a commettere reati, ma la legge non ammette l’ignoranza ed è
giusto che chi sbaglia paghi, ma nel programma rieducativo lo Stato deve
assicurare tale aspetto. La “Carta dei diritti e doveri dei detenuti o
internati “prevede che “negli
istituti penitenziari si svolgano corsi scolastici a livello di scuola
d’obbligo e di scuola secondaria superiore. (…) ed è consentito svolgere la
preparazione da privatista per il conseguimento del diploma e della laurea.”
Il carcere di Bollate rimane
comunque un modello, dove la cella serve solo per dormire, dove si frequentano
scuole, dove si lavora in cooperativa, si fa teatro, tornei sportivi … Certo
all’ingresso avviene la selezione dei detenuti da ammettere al piano
riabilitativo che consente di proporre loro un tipo di pena che lasci libertà
di movimento e di organizzazione della propria giornata: per tale motivo viene
definito “carcere premio” in cui il detenuto diventa coprotagonista affiancato
dagli operatori. L’obiettivo è quello della decarcerazione. Perché: “la pena
non può essere il fine della giustizia. L’obiettivo deve essere la restituzione
del detenuto alla Società. Come può un Paese abolire la pena di morte, se poi
annovera l’ergastolo e il carcere a vita?” Un romanzo che si domanda
come si possa conciliare la sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo
della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi
condannato è “fine pena: ora!”, una storia vera, un’opera che scuote e
commuove, nella quale il giudice Elvio Fassone, autore e protagonista,
intrattiene uno scambio epistolare per 26 lunghi anni con Salvatore che lui
stesso ha condannato all’ergastolo durante il maxi processo alla mafia catanese
tenuto nel 1985 a Torino. Dopo la sentenza il giudice spedisce a Salvatore una
lettera ed un libro: non è pentimento per la condanna inflitta, né solidarietà,
ma un gesto di umanità per non abbandonare un uomo che dovrà passare in carcere
il resto della sua vita. La legge è stata applicata, ma questo non impedisce al
giudice di interrogarsi sul senso della pena. E non astrattamente, ma nel
colloquio continuo con un condannato. Ventisei anni trascorsi da Salvatore tra
la voglia di emanciparsi attraverso lo studio, i corsi, il lavoro in carcere e
momenti di sconforto, soprattutto quando le nuove norme rendono il carcere
durissimo con il regime del 41 bis. L’ergastolano tenterà più volte il suicidio
per porre fine alla sua condanna: da qui nasce il titolo dell’opera. Per i
condannati all’ergastolo si scrive
“fine pena: mai” oppure “fine pena: anno 9999”, Salvatore con il
suicidio decide che la sua “fine pena” deve essere “ora”. Ognuno di noi gode della grande libertà di vivere, ed
ognuno di noi ha maggiori o minori possibilità di godere dei benefici di questa
esistenza, ma tutti, proprio tutti, abbiamo il diritto di scegliere … ed ognuno
in questa possibilità di scelta può commettere errore, ma in ogni caso tutti
abbiamo il diritto e il dovere di porvi rimedio e di offrire aiuto nel farlo.
Ognuno di noi quale parte integrante e attiva, quale membro appartenente ad una
società evoluta e democratica, quale uomo, può esercitare la propria parte, non
solo ha il compito di “prendere in mano la propria vita per fare un
capolavoro”, ma contribuire a rendere tale anche quella degli altri, benché ben
diversa dalla nostra. Concludo con una
frase che l’ergastolano scrive al suo giudice: «le condanne non
insegno nulla anzi incattiviscono, ma lei, le sue lettere insegnano tanto, sono
come un libro che insegna la vita». Riporto dei versi toccanti scritti da
alcuni detenuti, per il laboratorio di scrittura creativa, rispettando la loro
privacy: «M’illumino di male/ in luce nera,/ non mi confido con nessuno al
mondo/ combatto solitario/ il mio tormento». Ed un altro grida: «A voi ragazzi
e ragazze/ che siete la linfa vitale di questa terra così bella/ possa il
nostro augurio accompagnarvi/ nel cammino che per noi si è interrotto./
Possiate voi ricostruire col vostro impegno e entusiasmo/ tutto quello che gli
illusi hanno sgretolato».
Santi Greta
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