CENT’ANNI DI MEMORIA Elogio dei miei vecchi di MARIO TRUDU
CENT’ANNI DI
MEMORIA
Elogio dei miei
vecchi
di MARIO
TRUDU
prefazione di Natalino
Piras
cura di Francesca de Carolis
ed Stampa
Alternativa
Rimpiange e racconta, Mario Trudu, ergastolano, in carcere da 36
anni con condanna per sequestro di persona, il tempo della sua infanzia e
adolescenza, ad Arzana, paese nel cuore della Barbagia.
Dall’autore di “Tutta la verità, storia di un sequestro” (Stampa
Alternativa) un racconto ricco del fascino che Trudu ragazzino riesce a cogliere
in tutto, nonostante le durezze di un ambiente molto povero e dalle regole
implacabili. Incantato soprattutto dai racconti dei “suoi vecchi”, che sono
trasmissione di sapere, ma anche storie di guerra, di cui si conservano ricordi,
commoventi e crudi.
Spazi onirici si aprono con i sorprendenti disegni, di cui Trudu è
autore, che si intrecciano alla narrazione
Questo il link dove si può ordinare:
Nota del curatore
Ho incontrato Mario
Trudu, curandone il lavoro, mentre si trovava nel carcere di san Gimignano.
Attualmente si trova in Sardegna, ad Oristano.
Quando si incontra qualcuno in carcere, difficile che poi la tua vita
scorra come prima. Quando poi quel qualcuno ha trascorso quasi tutta la sua, di
vita, dentro quattro mura, e in regime di Alta Sicurezza, e per di più con una
pena che non finirà mai…, quando conosci di cosa è fatto il cammino del suo
tempo, e chi non è entrato in un carcere non può immaginare, allora è davvero
difficile, anche solo per poco, scrollarsene di dosso il pensiero. Così, ho
continuato a seguire la vita prigioniera di Mario Trudu, mese dopo mese, prendendo ogni volta che è
stato possibile la via che porta al carcere di San Gimignano. Ogni volta
ritornando verso casa carica dei suoi appunti, delle sue lettere, dei suoi
racconti. Di straordinaria forza. Come mi è subito sembrato anche questo lungo
racconto che tempo fa mi aveva consegnato, un po’ arrossendo e un po’
schermendosi, come sempre fa lui: “Leggi questo, se hai tempo da perdere…”.
Manoscritto
dal paese del sole,
l’aveva intitolato. Perché il ricordo di Arzana, il paese in provincia di Nuoro
nel quale è nato, e della sua gente, davvero è stato per Mario Trudu il sole che
ha scaldato una vita che il nostro sistema giudiziario vuole definitivamente
morta. Con buona pace del tanto sbandierato principio della Costituzione che
vorrebbe le pene tendere alla rieducazione, eccetera eccetera…
Scorrendo le pagine dei ricordi d’infanzia e della prima gioventù, si
ritrovano le radici di quel mondo il cui pensiero gli ha permesso di
sopravvivere ai lunghissimi anni in carcere. Si comprende quanto violento ne sia
il ricordo da percepirne ancora oggi persino gli odori, i sapori, il suono delle
parole… Pagine dai colori forti, che rimandano alle immagini che hanno fatto da
sfondo, ora acceso ora più sfumato, al suo primo libro, “Tutta la verità, storia
di un sequestro”, che ha inaugurato il nuovo progetto editoriale voluto per
Stampa Alternativa da Marcello Baraghini.
Mario Trudu, per chi non lo sappia, è in carcere dal 1978. Due condanne
per sequestro di persona, della prima da sempre si dichiara innocente. Della
seconda si è sempre assunto tutta la responsabilità, ma pure tiene a far sapere
che il reato che ha compito è stata reazione ( ora mi dice sa quanto sbagliata)
alla prima grande ingiustizia subita. L’applicazione retroattiva delle norme
emergenziali degli anni ‘90, diventate, come tutto in Italia, da temporanee
definitive, lo hanno seppellito vivo. E nulla importa quello che nel frattempo è
diventato, se pentimento vero è maturato nel suo animo. Per la giustizia Mario
Trudu è una persona che non ha scelto di essere collaboratore di giustizia. E
questo basta. Dopo 37 anni di carcerazione per il nostro sistema giudiziario
Mario Trudu, che in carcere è entrato giovane, ha trascorso la maturità, e ora
sempre lì si avvia alla vecchiaia, è ancora l’uomo del sequestro di oltre sette
lustri fa. C’è qualcosa, mi chiedo sempre più spesso, che non
va…
Me lo chiedo ogni volta che lo vedo arrivare nella stanza dove avvengono
i nostri incontri: un educato signore, che sulla soglia arrossisce, timido
sembra all’inizio, introverso piuttosto penso ora, che ci tiene moltissimo ogni
volta ad avere qualcosa da offrirmi, e ogni volta si scusa di quel poco (poco
secondo lui, per me sempre troppo) che il regolamento del carcere permette. Ogni
volta mi interrogo sulla sua lunghissima vita fatta di sottrazioni… perché in
carcere per sottrazione si vive.
Difficile persino fargli avere delle matite per i suoi disegni. Sembra una
banalità, ma non potete immaginare quante banalità rendono ancora più afflittiva
la vita di chi è in prigione.
Eppure, a volte penso, basterebbe poco… Non potete immaginare quanta
gioia ha espresso in una sua lettera, raccontandomi dell’albero che riusciva a
vedere dalla sua nuova cella quando è stato trasferito a San Gimignano.
Difficile trovare le parole per spiegare a chi non ne ha esperienza il
carcere e, a chi non ha mai guardato negli occhi un ergastolano, il carcere a
vita. Difficile trasmettere il senso di chiusura al mondo. Ma forse una chiave
Mario, involontariamente me l’ha data. Mi perdonerà se svelo un brano dei nostri
colloqui. Ma ascoltate…
Lo scorso anno, l’ho
incontrato un giorno che si era vicini all’otto marzo. E Mario mi ha portato il
disegno di una rosa. “Avrei voluto- mi ha detto un po’ imbarazzato- regalarti
una mimosa. Ma… non riesco a ricordare… aiutami… com’è fatta una mimosa?”.
Gialla, quei pallini tutti gialli… ho risposto a mezza voce, pensando al buco
nero del tempo che ha ingoiato il colore delle mimose, e all’oscenità della
chiusura definitiva al mondo di “quelli della morte viva”.
Dai nostri colloqui
esco spesso piuttosto triste. Perché, vi assicuro, è straziante lasciare una
persona in carcere quando hai capito veramente dove la lasci. Anche se Mario mi
congeda sempre con saluti sorridenti. Ma so bene che c’è una sola cosa che
illumina davvero la sua anima. Ed è il ricordo della sua terra e della sua casa.
Si capisce bene leggendo queste pagine, guardando i bellissimi disegni di cui il
racconto è tessuto, e gli spazi onirici che sanno dischiudere.
Francesca de Carolis
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