Poesia civile. “Piangono i Mascheroni”, di Marcello De Santis
Poesia civile.
“Piangono i Mascheroni”, di Marcello De Santis
Un mio amico
tiburtino, Marcello De
Santis, che nella curiosità intellettuale di cui
nutre la sua letteratura (in prosa e poesia) ha avuto modo – mi dice – di
sfogliare ed apprezzare anche … il Lunario di Vasto, mi ha inviato in
lettura una sua composizione in versi elaborata alcuni anni fa, ma che per più
motivi conserva una persistente attualità.
Il titolo è “Piangono i Mascheroni”, e con evidenza è ispirata al flusso e alla sonorità delle “cento cannelle”della sventurata città de L’Aquila, colpita da terremoto il 6 aprile del 2009, ma già precedentemente nel 1461 e nel 1703.
Il titolo è “Piangono i Mascheroni”, e con evidenza è ispirata al flusso e alla sonorità delle “cento cannelle”della sventurata città de L’Aquila, colpita da terremoto il 6 aprile del 2009, ma già precedentemente nel 1461 e nel 1703.
I detti Mascheroni costituiscono per così dire “le facce” di un sistema idraulico monumentale
costruito nei pressi del fiume Aterno intorno al 1272, con aggiunte nel secoli
successivi, in prossimità della chiesa-simbolo di Santa Maria di Collemaggio. Basilica architettonicamente originale e complessa, anch’essa nel tempo
danneggiata dagli eventi sismici e più volte ricostruita, di valore spirituale
particolare giacché strettamente legata alla vita e poi alla memoria di Pietro da Morrone, il Papa
Celestino V del “gran rifiuto” e della “Bolla del
perdono” (Perdonanza) dell’agosto
1294.
Nell’immaginifico
versificare, che qui pubblichiamo, “i mascheroni piangono” in quanto, nel
sentimento dolorante e civilmente etico dell’autore, divengono ‘figure’
interpreti di quella persistente “avventura d’un povero cristiano” di cui ci ha
narrato lo scrittore Ignazio
Silone. Strutturalmente invece, e per usi e costumi del
tempo antico, i 93 mascheroni in pietra (più 6 cannelle singole), si narra che
cantino (“ogni cannella un suono”) e “che, in ciascuna faccia, sia rappresentato un demone che è stato
catturato ed intrappolato dai monaci che si occupavano di proteggere la città
dagli influssi malefici”. Non meno, nella detta vulgata
storica, la Fontana (detta anche La Rivera) nel suo complesso era luogo di
“purificazione” per chi giungeva sul posto prima di poter entrare nell’attigua
basilica celestiniana di Collemaggio.
Ma veniamo al meditativo, poetico e civile, che ci propone l’autore
letterario tiburtino:
PIANGONO I MASCHERONI
Piangono i mascheroni
alla fonte in affanno
e le cento cannelle
alla fonte in affanno
e le cento cannelle
è un piangere ribelle
che l’antica città
versa oramai
ininterrottamente
che l’antica città
versa oramai
ininterrottamente
il popolo dolente
grida… grida da allora
in lugubre silenzio
grida… grida da allora
in lugubre silenzio
ancora e ancora e ancora
da quella trista notte
di quel lontano aprile
da quella trista notte
di quel lontano aprile
era dolce il dormire
per la gente felice
e là in un solo istante
non è rimasto niente
per la gente felice
e là in un solo istante
non è rimasto niente
niente, se non l’amore
nell’anima e nel cuore
ed un sordo rancore
nell’anima e nel cuore
ed un sordo rancore
per una sorte ingrata
che nessuno al potere
ha voglia di cambiare
che nessuno al potere
ha voglia di cambiare
per ridare il respiro
alle case alle chiese
agli uffici alle imprese
alle case alle chiese
agli uffici alle imprese
per ridare il lavoro
alla gente smarrita
scordata abbandonata
senza più identità
alla gente smarrita
scordata abbandonata
senza più identità
per ridare il decoro
alla vecchia città
sepolta sotto i massi
alla vecchia città
sepolta sotto i massi
a mucchi per le vie
solo polvere e sassi
e una specie di angoscia
solo polvere e sassi
e una specie di angoscia
un continuo soffrire
pel tempo indifferente
che passa e se ne va
pel tempo indifferente
che passa e se ne va
e lascia le macerie
sotto un velo di niente
ed enormi rimpianti
sotto un velo di niente
ed enormi rimpianti
e le carriole vuote
che sfilano impotenti
per vibrata protesta
a ipocriti silenzi
che sfilano impotenti
per vibrata protesta
a ipocriti silenzi
Tornerà la città
un giorno a fare festa?
a respirare al cielo
un giorno a fare festa?
a respirare al cielo
sotto il sole di maggio
nella piazza gioiosa
davanti a Collemaggio?
nella piazza gioiosa
davanti a Collemaggio?
Sfila la perdonanza
di papa celestino
ma tornerà il destino
di papa celestino
ma tornerà il destino
ad essere clemente
con la povera gente?
con la povera gente?
marcello de santis
Un poema, questo, da cantastorie: una
narrazione che muovendo da orrore e disperazione, causati dal noto cataclisma
tellurico, si fa voce di denuncia per l’opera in arte e di civiltà dell’uomo
d’un tratto ridotta, una volta ancora, in macerie esiziali per alcuni, causa di
sofferenza civile per il troppo lungo tempo della ricostruzione trascorso.
Una sorta di ‘filastrocca’ che , letteraria per forma, in cui il verso breve e il ritmo metrico incalzante spinge a inoltrarci nell’evidenza del “male”per il quale … “i mascheroni piangono”, si pone come voce che rivendica, per la città e i suoi abitanti, considerazione e rispetto; testimonia e invoca il bisogno di ‘riparazione’ e di riscatto, non solo nel ‘cariolare’ le macerie di “polvere e sassi”, quanto nello stabilire per il luogo e i suoi ‘cristiani’ nuove premesse di giustizia umana e sociale.
Ci interroghiamo con lui se “Tornerà la città / un giorno a fare festa?”, se in virtù della “perdonanza / di papa celestino” il destino si farà “clemente / con la povera gente”, ma non solo – se posso annotarlo – giacché poveri e indifesi siamo tutti, quali che siano le ‘fortune’ di denaro, sia di fronte alle calamità naturali che alla insensatezza o alla ferocia dell’uomo sull’uomo, quali che siano i modi e i motivi dell’oppressione. Un buon motivo e modo, comunque, per riflettere da uomini liberi, anche se sovente mortificati, sulle vicende storiche passate e non meno su quelle che ci irretiscono oggi.
Una sorta di ‘filastrocca’ che , letteraria per forma, in cui il verso breve e il ritmo metrico incalzante spinge a inoltrarci nell’evidenza del “male”per il quale … “i mascheroni piangono”, si pone come voce che rivendica, per la città e i suoi abitanti, considerazione e rispetto; testimonia e invoca il bisogno di ‘riparazione’ e di riscatto, non solo nel ‘cariolare’ le macerie di “polvere e sassi”, quanto nello stabilire per il luogo e i suoi ‘cristiani’ nuove premesse di giustizia umana e sociale.
Ci interroghiamo con lui se “Tornerà la città / un giorno a fare festa?”, se in virtù della “perdonanza / di papa celestino” il destino si farà “clemente / con la povera gente”, ma non solo – se posso annotarlo – giacché poveri e indifesi siamo tutti, quali che siano le ‘fortune’ di denaro, sia di fronte alle calamità naturali che alla insensatezza o alla ferocia dell’uomo sull’uomo, quali che siano i modi e i motivi dell’oppressione. Un buon motivo e modo, comunque, per riflettere da uomini liberi, anche se sovente mortificati, sulle vicende storiche passate e non meno su quelle che ci irretiscono oggi.
Giuseppe F. Pollutri
Articolo offerto da Marcello de Santis uscito su:
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