“OLTRE IL MARGINE” DI SERGIO PASQUANDREA «Una poesia con un ché del primo Montale che… vive una tensione a scavalcare il margine» recensione di Vincenzo Capodiferro
“OLTRE IL
MARGINE” DI SERGIO PASQUANDREA
«Una poesia con un ché del primo Montale che…
vive una tensione a scavalcare il margine»
Sergio Pasquandrea è nato a San Severo, in
provincia di Foggia, nel 1975. Vive a Perugia, ove insegna e collabora con
l’Università. Ha pubblicato diverse raccolte di versi, come: “Approssimazioni”
(2014); “Topografia della solitudine” (2010); “Parole agli assenti” (2011).
Molti suoi testi sono presenti in diverse riviste ed in blog letterari. Ha
pubblicato nel 2014 anche un libro di racconti: “Volevo essere Bill Evans”;
nonché il volume: “Breve storia del pianoforte jazz. Un racconto in bianco e
nero”. Quest’opera “Oltre il margine” è pubblicata da Fara, Rimini 2015 e
risulta vincitrice del Concorso Faraexcelsior 2015. Come suggerisce Daniele
Gigli, quella di Sergio è «una poesia con un ché del primo Montale che
tuttavia, diversamente da quello, vive una tensione a scavalcare il margine di
separazione e riparo dal mondo». E Vincenzo D’Alessio: «Come capita agli
innovatori Pasquandrea media la scrittura dei poeti del Novecento aggiungendovi
la salinità della sua pungente ironia, nella ricerca di quel “margine” che da
secoli chiede alla poesia di svelare “l’animo nostro informe”. Il momento della
creatività poetica è un cammino nel silenzio del Tempo ed il Nostro, nel suo
dialogo con chi legge, lo ribadisce: “il senso è oltre il margine/ delle parole
nel bianco indiviso/ della pagina vuota”». La lirica del Pasquandrea tende
stridulamente a stabilire una metafisica dell’esistente: «… La Bellezza/ non
redimerà il mondo:/ la Bellezza è il dolore più crudele/ quello che agisce alla
radice stessa/ del nervo …». Montale con pennate magistrali descrive questa
condizione della esistenziale, heideggeriana, trascendenza dell’essere: «Tutte
le cose portano scritto più in là». Vi sono molti temi trasposti nella poesia
di Sergio che toccano l’anima. Riprendiamone alcuni: «Essere sveglio mentre
tutti dormono». E come non ricordare l’oscuro Eraclito: il mondo appartiene
agli svegli, mentre i dormienti vivono nel proprio mondo? La poesia è profonda
illuminazione, come quel «M’illumino…». C’è qualche richiamo psicologista, come
in “Enigmistica del’Es”: «Il lapsus mi denuncia un desiderio/ inconscio di
regressione pre-umana». E in “Oltre il margine”, l’ultima poesia, Sergio si
interroga appunto: «”Come nasce la poesia” è la domanda/ alla quale più spesso
mi capita/ di non rispondere». È l’eterna domanda di Hordelin: perché i poeti
nel tempo della povertà? È la domanda che assillava Heidegger. La poesia di
Sergio, a volte prosaica, cerca di cogliere il senso di una vita sfuggente, i
cui attimi non sempre sono petali cadenti di fiori, o portatori di gaudio.
Questo “cogliere l’attimo” non sempre giulivo e felice, ma significa: vivi
l’esistente! Ci richiama cioè all’esistenza, al senso profondo dell’essere. E
l’esistente molte volte è intriso di quel montaliano male di vivere. Ci si
trova in una condizione di “gettatezza” nel nulla, sempre per adusare delle
espressioni care ad Heidegger. L’attimo sfila come l’anguilla di Montale, è
come «l’anima verde che cerca/ vita là dove solo/ morde l’arsura e la
desolazione/ la scintilla che dice/ tutto comincia quando tutto pare/
incarbonirsi, bronco seppellito…». È come la vita di Saba: «La vita, la mia
vita, ha la tristezza/ del nero magazzino di carbone,/ che vedo in questa
strada …». E ancora: «… Le foglie/ morte non fanno a me paura, e agli
uomini/…». E il grande profeta Omero ci ammonisce: quale la generazione delle
foglie, tale è quella degli uomini.
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