Recensione di un ergastolano al libro “Dignità e Carcere” di Marco Ruotolo
Recensione di un ergastolano al libro “Dignità e Carcere” di Marco
Ruotolo
In carcere si è
tagliati fuori dal mondo. Oggi per tutto il giorno ho cercato di guardare dentro
di me, ma non sono riuscito a vedere nulla. Ci sono dei giorni, come questi, che
non so cosa fare. E soprattutto non so neppure se voglio ancora fare qualcosa.
(Diario di un
ergastolano www.carmelomusumeci.com)
Ho incontrato
Marco Ruotolo, Professore di Diritto Costituzionale presso il Dipartimento di
Giurisprudenza dell’Università degli Studi “Roma Tre”, in carcere a Padova, come
relatore del seminario di formazione per i giornalisti del Veneto. Ci siamo
sorrisi. Presentati. Stretti la mano. E abbiamo scambiato due chiacchiere. Poi
lui mi ha donato il suo libro “Dignità e carcere” II edizione (“Editoriale
Scientifica” dalla Collana “Diritto penitenziario e
Costituzione”).
Ed io ho
ricambiato donandogli il libro “L’Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e
un ergastolano” con la corrispondenza fra me e il Professore di Filosofia Morale
alla Federico II di Napoli, Giuseppe Ferraro, curato dalla brava giornalista
Francesca De Carolis (prima edizione 06/2014 e prima ristampa 09/2014, “Stampa
Alternativa”).
Leggere sul libro
del Professore Marco Ruotolo “La
Costituzione sancisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari
al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e “La legge prevede che il trattamento
penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto della
dignità umana” mi ha fatto pensare a come può una pena che non finisce mai
come l’ergastolo essere compatibile con la dignità umana. E poi ho amaramente
sorriso perché non c’è al mondo una persona che sappia bene come il prigioniero
italiano la grande differenza che c’è in carcere fra i diritti dichiarati e
quelli realmente applicati.
E ho iniziato a
ricordare di quella volta che mi hanno trasferito in uno dei carceri più duri
d’Italia. Erano gli anni ’90. Ero appena stato condannato alla “Pena di Morte
Viva” o, come la chiama Papa Francesco, alla “Pena di Morte Nascosta”. Ecco cosa
scrissi nel mio diario di allora:
Appena vidi la
struttura provai una grande inquietudine. L’edificio era brutto. E sinistro.
Pieno di alte e massicce mura. E cancelli e sbarre da tutte le parti. Ero
arrivato in quel carcere con una riservata nel fascicolo, come detenuto
che creava problemi. E sapevo già cosa mi sarebbe aspettato. Dopo la visita in
matricola e in magazzino, invece di portarmi in sezione, mi accompagnarono alle
celle di punizione. Avevo tre guardie davanti e due dietro. Loro mi guardavano
con aria aggressiva. Ed io li osservavo di traverso. Per un attimo desiderai di
essere invisibile. Ed ebbi uno strano presentimento, mi si stringeva la gola. Più andavo avanti e più le guardie continuavano a guardarmi con
aria sprezzante. E minacciosa. I loro sguardi mi rivelavano quello che io sapevo
già. Scendemmo una scala stretta e rigida, con i gradini di pietra. Poi sbucammo
in un corto corridoio che sembrava un sotterraneo. La guardia davanti si fermò
alla prima cella. Era chiusa con un pesante blindato di ferro, con macchie di
ruggine dappertutto. La guardia infilò nella serratura una grossa chiave di
ottone. E la girò con fatica. La porta di ferro si aprì cigolando. Poi la stessa
guardia con un’altra chiave aprì il pesante e spesso cancello. E si mise di lato
per farmi passare. Aggrottai le ciglia. Mi colpì subito un forte odore di
umidità. E di urina. La cella era quasi buia. Diedi immediatamente un’occhiata veloce per trovare subito
l’angolo più adatto per tentare di proteggermi. Subito dopo sentii un colpo di
tosse alle mie spalle. E capii che quello era il segnale. Le guardie entrarono
uno dietro l’altro nella cella. Ci stavamo appena. E si schierarono davanti a
me. Nessuno si muoveva. Osservai il loro sorriso sarcastico. Trassi un respiro
profondo. E gli restituii il sorriso. Non potevo fare altro. Poi serrai le
labbra. Una guardia si strofinava platealmente le mani una con l’altra. Un’altra
abbozzò un movimento. Un’altra ancora rispose con un cenno d’intesa appena
percepibile. Erano in cinque. I deboli sono sempre in tanti quando picchiano un
uomo solo. Li fissai per qualche secondo uno per uno. Avevano brutte facce.
Visi da
aguzzini. Per un attimo li guardai con lo sguardo spaesato. E mossi la testa da
un lato all’altro. C’era un silenzio che si poteva tagliare solo con il
coltello. Poi per farmi coraggio mi misi le mani sui fianchi. Alzai la testa
all’insù. Li guardai dritto negli occhi. E per farmi forza parlai per primo io.
E con aria di sfida mormorai più a me stesso che a loro: Figli di puttana. Il primo pugno mi
arrivò alla tempia. Fatevi sotto. E
siccome non avevo visto arrivare il colpo, andai a sbattere nell’altro lato del
muro. Non mi fate paura. Un’altra
guardia mi guardò con occhi di ghiaccio. Bastardi. Mi prese per una spalla. Se siete degli uomini… Mi fece girare
dall’altro lato. E avete coraggio...
Mi sbatté contro il muro. Fatevi sotto
uno per volta. E nel rinculo mi diede un pugno nello stomaco che mi tolse il
respiro. Barcollai. E cercai di aggrapparmi alla parete. Ansimaii, cercando di
riprendere fiato. Poi le ginocchia mi si piegarono. E scivolai per terra con le
spalle contro il muro. Strinsi i denti. E tentai di fermare il mondo che stava
girando intorno a me. Nel frattempo però mi arrivò un calcio nella mascella da
un’altra guardia. Uno nel ventre. Poi ancora un altro in faccia. E mi scese un
rigolo di sangue dal naso. Me lo asciugai con la manica del maglione. E
continuai a inveire contro di loro. Era come se le botte che ricevevo mi davano
l’energia per urlare contro i miei aguzzini. Ad un tratto cercai di rialzarmi.
Non ce la feci. Una guardia mi prese per i capelli da dietro. E mi sferrò un
pugno. Un altro mi diede un calcio. Poi un altro. E un altro ancora. I colpi mi
arrivavano da tutte le parti. E mi pestarono come l’uva. Pensai che finalmente
fosse arrivata la mia ora. E decisi di mettermi le braccia attorno alle gambe.
La testa rannicchiata nel petto. E desiderai di morire senza soffrire. Per
fortuna persi quasi subito i sensi. Caddi in uno stato d’incoscienza. E in
questo modo me la cavai perché solo il mio corpo sentì le botte più dolorose.
Persi ogni legame con il tempo. E sprofondai nel pozzo nero dell’incoscienza. Le
guardie dopo avermi massacrato, con la coscienza tranquilla di avere fatto il
loro dovere, uscirono dalla cella sbattendo il cancello. E chiusero il blindato
con la mandata.
Qualcuno potrebbe
dire che questi episodi in carcere accadono di rado, altri che accadono anche
nel mondo libero e altri ancora che ce la siamo cercata. Ed io posso rispondere
che purtroppo il carcere è luogo più illegale di qualsiasi altro posto e la
Carta Costituzionale e la Legge scritta qui dentro non sono altro che carta
straccia. E non perché lo dico io, ma perché lo ha detto spesso la Corte Europea
dei Diritti dell’Uomo, con le numerose condanne che ha subito il nostro Paese.
Lo ha detto spesso il anche il nostro (adesso ex) Presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano, e per ultimo leggo nel libro di Marco Ruotolo: l’11 marzo la Administrative Court di Londra
nega l’estradizione di Hayle Abdi Badre, cittadino somalo accusato dalla Procura
di Firenze di violazione della direttiva europea sui servizi finanziari, non
avendo ricevuto adeguate garanzie sul trattamento che il detenuto avrebbe
ricevuto nelle nostre carceri. Analoga decisione viene assunta il successivo 17
marzo per un latitante italiano, accusato di associazione mafiosa, sempre in
ragione dei rischi di sottoposizione dell’estradato a trattamento inumano e
degradante.
Che altro
aggiungere? Nulla! Posso solo sorridere perché il sorriso è l’arma migliore per
il prigioniero.
Carmelo
Musumeci
Carcere di Padova,
Febbraio 2015
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