Recensione di Francesca de Carolis* al libro Recluse Lo sguardo della differenza femminile sul carcere di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa
Recensione di Francesca de
Carolis*
al libro Recluse Lo sguardo
della differenza femminile sul carcere
di Susanna Ronconi e Grazia
Zuffa
-EDIESSE-
Carcere. È
nome che istintivamente evoca un universo maschile. Maschia è l’eco di voci e di
volti che rimanda e a cui normalmente pensiamo. E poi ci sono le donne... Sono
“talmente poche” rispetto al numero totale delle persone in carcere... il 4%
dicono le statistiche. Appena qualche migliaio... A pensarci bene, nella
percezione esterna al carcere sembrano quasi scomparire, se non, forse, quando
le pensiamo madri, e quando pensiamo ai loro figli... È accaduto anche a me, che
da qualche anno di carcere mi occupo, e me ne sono resa conto solo quando
qualcuno mi ha chiesto se, nel mio interessarmi a prigioni e detenuti, avessi
incontrato anche donne. E ho pensato, un po’ vergognandomene, alla conoscenza
minima e quasi esclusivamente “letteraria” a cui mi sono fermata... che pure
ricorda quanto complessa, e molteplice e altra, è l’altra “metà” dell’universo
carcere.
“Recluse”, un
interessante e densissimo libro appena uscito con l’editore Ediesse, è qui ora a
ricordarcelo.
Curato da
Susanna Ronconi e Grazia Zuffa (molto riassumendo, formatrice la prima,
psicologa la seconda), prende spunto da una ricerca condotta nel 2013 nelle
carceri di Firenze Sollicciano, Pisa ed Empoli, con interviste alle donne
detenute, alle agenti di polizia penitenziaria, al personale educativo.
Obiettivo dichiarato: contenimento della sofferenza, prevenzione
dell’autolesionismo e del suicidio (che è atto estremo di sofferenza ma anche di
insubordinazione, si sottolinea), promozione della salute.
E lo sguardo
si allarga... passa attraverso la narrazione di vite, che non è solo narrazione
di quello che è nel carcere, ma ricorda e si riporta anche al fuori, passato e
futuro. Anche quando quest’ultimo a volte ha la luce instabile del miraggio.
Un lavoro
complesso e che tocca mille aspetti della vita delle donne detenute,
ricordandoci lo sguardo della differenza femminile. E un grande merito va
riconosciuto: l’aver dato la parola a persone in genere più “rappresentate” che
ascoltate, o sollecitate a “raccontarsi”. E la differenza è enorme. Perché in un
luogo come la galera, dove sei senza voce e subito diventi nulla, riprendersi la
parola, è la prima cosa da fare per riprendersi il resto.
Le voci sono
tante, si intrecciano in racconti e sussulti. Tutte anonime, naturalmente, ma
dietro le sigle e le parole è facile immaginare i volti che quelle parole
suggeriscono... tutte insieme compongono l’istantanea di quella “danza immobile”
che è il carcere. Ma nello sguardo della differenza femminile, le autrici del
libro offrono gli elementi per individuare le linee di forza, le enormi
potenzialità che possono far salva la vita.
“Adesso sono diventata un mostro,
l’assistente sociale ha chiesto l’affidamento... non sono innocente, ma i miei
bambini li ho sempre curati. Sono sempre la persona che li
accudiva...”
“Mi volevano dare delle gocce per mettermi a
dormire quando ho sbroccato, solo che grazie a dio ho avuto il potere di dire
no...(...) Io un giocattolino nelle vostre mani non lo divento, perché la vita è
ancora mia...”. “Io, venendo qui,
tutto quello che vedevo nero, ho tirato fuori un arcobaleno...”.
Donne...
Fra tanti
pensieri, che il libro provoca, una piccola annotazione. Nella miseria della
vita carceraria (perché il carcere è miseria, e violenza e negazione), la
relazione fra donne emerge come “possibile motivo di stress, ma anche come
eventuale fattore di protezione”. Una riflessione, questa, che riporta alla
mente una frase del racconto dal carcere di Goliarda Sapienza ( ricordate? finì
dentro, a Rebibbia, per un furto) che, narrando della sua breve esperienza in un
mondo pur spietato ed estremo, dice:
“Lì non hai l'obbligo di vestirti, se non ti va non parli, non devi correre a
prendere l'autobus. Quelle che ti conoscono sanno esattamente cosa vuoi. Quando
sono uscita ho avuto la nettissima impressione di aver lasciato qualcosa di
caldo, di sicuro".
Che riporto
non certo per dire che “meglio il carcere”. Più ne conosco le storie, più mi
convinco della sua atroce inutilità, ma come riconoscimento di quello sguardo
della differenza come punto di partenza per costruire vie d’uscita. Che siano
definitive.
Un libro,
questo “Recluse” , che indica dunque “strategie di tenuta” della differenza
femminile, nel solco di un impegno contro la sofferenza gratuita e aggiuntiva
che nel carcere nasce dalla costante violazione dei diritti
umani.
Per la
cronaca, Recluse è uno dei volumi, il quinto, nato dalla collaborazione fra
Ediesse e la Società della Ragione, che porta avanti un ammirevole impegno sul
tema della giustizia, dei diritti e delle pene, “nell’orizzonte di un diritto
penale minimo, proprio di una democrazia laica, alternativa allo Stato etico”.
E, scusate se suona come ossimoro, Dio solo sa quanto, dei valori di democrazia
laica, ci sia bisogno...
* Francesca de Carolis, giornalista e scrittore
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