TOMMASO BIFOLCO, SCRITTORE E POETA di Vincenzo Capodiferro
TOMMASO BIFOLCO, SCRITTORE E POETA
Penna promettente, ironica e maestosa
Tommaso Bifolco è nato a Potenza
nel 1992. Frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università della
città locale. Ha già pubblicato “Il silenzio della Tempesta”, una raccolta di
poesie, nel 2012, e “Polvere di Farfalle”, una raccolta di aforismi nel 2013.
Sta lavorando ad altre raccolte ed ad un romanzo. È stato inserito in diverse
antologie, tra cui “Impronte” nel 2013 e “Poeti contemporanei” nel 2014. Come
dice egli stesso «Il poeta è un fiore appassito, ma pur sempre un fiore». E la
poesia diviene «dolce luce soffusa, che nel silenzio abbaglia il sole» (p.1).
la poesia stessa è illuminazione originaria. Ci viene in mente Ungaretti, col
suo: M’illumino d’immenso. La poesia è una luce che rifulge nelle
tenebre, ma la luce deve risplendere dentro di noi e non fuori di noi. La
lanterna dell’anima è l’occhio, se l’occhio è buono vede bene, se non è buono
vedrà torbido. «Un povero poeta, strano, solitario, a volte,/ seduto in un
angolo tremante piange./ Un poeta, sofferente dei suoi sbagli,/ non chiede
senso, ma consuma ogni sua lacrima». A volte la poesia deriva dal dolore, ma la
fonte stessa della poesia è l’amore, poiché dolore è mancanza d’amore, perciò
diciamo anche che amore è dolore. L’arte è sempre, come sosteneva Croce,
espressione di un sentimento: d’altronde non tutti i sentimenti sono
esprimibili, poiché tra essere e pensiero, come diceva Derrida, vi è sempre una
différence. Heidegger pensava che il linguaggio è la dimora entis.
L’amore e il dolore sono come il Sole e la Luna che animano il cielo poetico
sotto cui si dipana il giovane Tommaso, un giovane promettente. Un suo aforisma
recita: «Vorrei gustare il sapore del veleno, ma preferisco l’angoscia, pur
essendo lenta e costante, mantiene in vita». I re antichi, per non morire
avvelenati, assumevano a piccole dosi veleno in modo da divenire assuefatti.
L’angoscia è, così, un veleno mortale che viene assunto ogni giorno. La vita
stessa è angoscia, lo diceva Kierkegaard. L’angoscia è la situazione in cui si
svolge il dramma dell’umana esistenza, perché l’uomo vive solo dell’istante,
perciò è astrazione dell’eterno, questo è il peccato originale. E Schopenhauer
anche: tutto è dolore e noia. Dei sette giorni della settimana sei sono dolore
e il settimo è noia. E Leopardi scrive il “Sabato del villaggio”. Il sabato del villaggio ci richiama il Shabat
della creazione, quando Dio ha compiuto il suo lavoro, e si è riposato,
esclamando: è cosa buona e giusta! In Tommaso scorgiamo questo pessimismo
velato: piacer, figlio di affanno,
verseggia Leopardi. Ma c’è anche una forte ironia. L’ironia è
dominatrice nell’altra sua opera “Polvere di Farfalle”, ove gli aforismi, che
ricordano sempre Schopenhauer, sono accompagnati dalla potenza viva di
immagini. Bellissima idea! Vi sono sempre due canali comunicativi: quello
discorsivo, che è mediato, e quello iconico che è immediato. Gli aforismi sono
pensieri condensati. C’è uno svolgimento di pensiero in questo libro molto
interessante e notevole. Lo possiamo consigliare usando le parole stesse di un
suo aforisma: «Non c’è niente di meglio che immergersi nelle parole di un
libro, nell’odore di carta che ti accarezza le narici per demolire ogni tua
sofferenza, ogni pensiero, ogni tormento. Il problema è che alcuni personaggi
vivono le tue stesse cose» (p. 194). E proprio a proposito di Schopenhauer
leggiamo: «Certi esseri umani, se vogliamo essere precisi, bipedi, a detta di
Schopenhauer, sono l’incipit di una vita inutile». Schopenhauer riprende la
definizione che diede Platone dell’uomo: l’uomo è un bipede implume. In altri
termini: l’uomo è un pollo senza piume. La sottile ironia è rivelatrice del
vero. Il perduto “De Risu” d’Aristotele, tanto vagheggiato da Eco ne “Il nome
della Rosa”, Rosa pristina nomen, ci farebbe proprio da eco di questa
sonora potenza della risata, ma anche del sorriso. Il riso è strettamente
legato al pianto. La potenza del comico è co-originaria a quella del tragico.
L’ironia, come insegna il grande Socrate, è il significato di un atteggiamento
psicologico che offre lo spettacolo di un confronto tra ignoranze presuntuosa,
fondata sul sapere di sapere, e, invece, dotta ignoranza, umile, fondata sul
sapere di non sapere. L’ironia è virtù, perché in medio stat virtus. L’ironia
sta tra la violenza dello scherno e l’asprezza della satira. Il primo estremo è
individuale, il secondo è sociale. Chi veramente ironizza compatisce senza
accanimento e motteggia solo per educare.
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