IL PROBLEMA DELLA PREDESTINAZIONE NELLA GETTATEZZA HEIDEGGERIANA di Vincenzo Capodiferro
IL PROBLEMA DELLA PREDESTINAZIONE NELLA GETTATEZZA HEIDEGGERIANA
Necessità dell’evento e provvidenza intramondana
Discepolo di Husserl, Martin
Heidegger è pervenuto ad un rovesciamento radicale della fenomenologia ed ad un
incontro con la filosofia dell’esistenza di Sören Kierkegaard. Husserl cercava
il senso dell’essere nelle essenze eterne, Heidegger nelle esistenze temporali.
L’essere si rivela, pertanto trascende il semplice suo essere in esistendo.
Esistere significa uscire da. Già Schelling scriveva: «Ogni nascita
è nascita dall’oscurità alla luce: il seme deve essere sprofondato nella terra
e morire nell’oscurità, affinché la bella forma luminosa s’innalzi e si spieghi
ai raggi del sole. Dal buio dell’irrazionale germogliano i luminosi pensieri» (Ricerche,
p.456). La metafisica
esistenzialista indica l’esistenza contingente e finita come inserzione
dell’essere nel nulla, come caduta nel mondo, in una situazione, come deiezione
dell’essere. Proprio in quanto l’esistente subisce la situazione passivamente,
genericamente e in maniera impersonale, nel timor mortis, l’esistenza è
banale. Ma l’esistente può raccogliersi e ritirarsi dall’esistenza banale:
questo è l’unico atto di libertà che ha l’Esserci rispetto al mondo. Schelling
riprende la parabola del seme per esprimere il significato delle esistenze: le
esistenze si colgono solo nella storia, cioè nell’esserci storico, mentre le
essenze nella filosofia. La filosofia si rivolge alle essenze, al quid sit (Was),
ma non può raggiungere il quod sit (Das donde Dasein). Il Wasein
si contrappone al Dasein. Essenza, Esistenza, Realtà: la logica
hegeliana troverebbe una soluzione al problema dell’esistenza, ma
l’esistenzialismo non l’ammette, resta nel dramma dell’inconciliazione, della
lacerazione. Le essenze sono date dalle idee divine, o platonicamente
iperuraniche, quelle stesse che raggiunse Husserl, le esistenze sono date dal
distacco dall’Assoluto. Ma quale è, allora, la differenza tra idealismo ed
esistenzialismo? Per il primo nulla esiste al di fuori del pensiero, o delle
idee, per il secondo, invece, nulla esiste al di fuori dell’esistenza, tutto è
esistenza e pertanto gettatezza. Ogni preteso trascendimento è immanere
nell’esistenza. La catarsi non trova la via dell’Assoluto, il passaggio dal
banale all’autentico è sempre immanente all’esistenza e si alimenta
continuamente del sentimento purificatore dell’angoscia. «L’angoscia,» afferma
Heidegger «è la situazione emotiva capace di mantenere aperta la continua e
radicale minaccia che sale dall’essere più proprio e isolato dell’uomo».
Superare la banalità altro non è che accettazione del proprio destino, l’amor
fati di Nietzsche, è fedeltà alla morte, mentre Nietzsche
riecheggia con la fedeltà alla terra, è l’essere per la morte, è l’apparecchio
alla morte, tanto per citare Sant’Alfonso. L’uomo inautentico si dimentica
della morte. La morte diviene un tabù, come oggi. La considera come un fatto
pubblico, cioè degli altri, o come un fatto futuro a sé. Ma la voce della
coscienza richiama all’esistenza autentica, all’essere per la morte, zum
tode sein. Di fronte all’angoscia della morte l’uomo vero può compiere il
supremo atto di libertà: accettare la morte. Così non si può affermare più ex
nihilo nihil, ma ex nihilo omne ens qua ens fit. Questo esserci nel
nulla apre la strada alla gettatezza, ovvero al fondo, al giaciglio dove l’ente
si pone. Questo rifugio è nominato. Il linguaggio come dimora entis pone
il mondo intramondano. L’ente è nel mondo. L’esserci vive lo struggimento
dell’essere gettato nella necessità dell’Evento. Anche il progettarsi, come
presupposto della libertà dell’esserci presuppone sempre una gettatezza. È
inconfondibile in Heidegger questo tema della predestinazione, ereditato
dall’etica protestante e soprattutto calvinista. La libertà dell’esserci è
fortemente limitata dall’orizzonte esistenziale. È vincolata al processo degli
eventi, all’oscurità dell’accadimento, al presentimento dell’ultimo (escatologia),
che è dato dalla mors entis. La mors entis è la pietra fondante
poi dell’amor entis: la cura heideggeriana. È vincolata
all’oscurità dell’accadimento: noi conosciamo in parte il sinus syncronicus
della temporalità, ma non possiamo mai conoscere il sinus diacronicus.
Non possiamo conoscere tutto ciò che accade nell’universo intero in un dato
istante x. L’intreccio del tempo, la trama e l’ordito ci restano ignoti.
L’esperienza fenomenologica, se non metafisica, nel senso esistenzialistico, è
una continua trascendenza dell’esserci nel tempo. Essere, Esserci e Tempo sono
le tre dimensioni dell’Assoluto nell’esistenza. La libertà, se si può parlare
di questa categoria, è espressione del sì o del no rispetto al Destino
dell’ente. Gellio afferma: «Si fato vivimus, quid agunt merita? Si pensamur meritis, quae vis fati?». Se
c’è la libertà non opera il fato, e se opera il fato, dove sono i nostri meriti
o demeriti, se siamo liberi? La questione irrisolta dello Stoicismo resta. Gli
Stoici ammettono le due posizioni: che l’eimarmène è sempre fatale e che
l’uomo è libero. Vi sono due soluzioni: si distinguano le cause necessarie da
quelle non compellenti. In tal caso è attenuata la forza dell’eimarmène.
Oppure si afferma che l’eimarmène è sempre operante e quindi l’uomo è
costretto a seguirla, ma può farlo volontariamente o recalcitrando. In ciò
consiste il merito o il demerito. Come esclama Seneca: volentem fata ducunt,
nolentem trahunt! L’atteggiamento dello Stoico rispetto al comune mortale è
l’accettazione del destino, l’amor fati, direbbe Nietzsche. Le
categorie del linguaggio blindano l’essere nella sostanza e nelle sue qualità
essenziali. L’Esserci non sceglie di esserci, ma vi è destinato. Non si ha
alcuna scelta. La scelta avviene dopo, nell’ambito di un piano, di un contesto,
di un orizzonte. Orizein significa guardare. Non si può scegliere cosa guardare
aprendo gli occhi: ci viene dato necessariamente un orizzonte. Perciò i
sensisti confermano che la sensazione è passiva: anche la conoscenza vive il
dramma della gettatezza. Ogni sensazione, ogni pensiero è gettato nella mente.
La necessità, l’Ananche, irrompe anche nel tempo. L’Esserci è libertà
come trascendenza, eppure questa libertà è accordo ineluttabile alla
gettatezza. Diodoro Crono sostiene che solo il reale è possibile, perché anche
se ciò che non è fosse possibile, il possibile rispetto al passato sarebbe
possibile ed impossibile nello stesso tempo. Il che è assurdo. Quindi è assurdo
anche il divenire, il quale dovrebbe originarsi dal possibile. Così perveniamo
all’Eleatismo. L’eleatismo è dato dalle essenze, l’esistenzialismo dall’esistenze.
Il ponte tra questi due mondi è la predestinazione, la gettatezza. La scelta,
la possibilità, lo scacco pascaliano-kierkegaardiano avvengono nel tempo. Tutto
avviene nella temporalità. Come dice Platone: tutto vede il Tempo.
Agostino risponde: chiedetemi che ora è, ma non chiedetemi cosa è il tempo,
cioè «Se nessuno me lo domanda io lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo
chiede, lo ignoro. Tuttavia affermo con sicurezza che so che se niente
passasse, non vi sarebbe il tempo passato, e se niente sopraggiungesse, non vi
sarebbe il tempo futuro, e se niente fosse non vi sarebbe il tempo presente» (Confessioni
XI,14). Le tre estasi del tempo: passato, presente e futuro sono tempo. E
queste tre istanze corrispondono alla gettatezza, l’evento, o agettatezza, la
pro-gettatezza. Anzi, come arguiva lo storico don Tommaso Pedio: tutto è
presente! Il presente è tutto. Conferma Agostino: «Il presente del passato è la
memoria, il presente del presente è l’intuizione, il presente del futuro è
l’aspettazione». L’esserci è necessariamente gettato in mezzo agli enti, in
mezzo agli altri esserci, coi quali spesso sorge una lotta, come nel caso delle
autocoscienze fichtiane ed hegeliane, ed in mezzo ad un orizzonte storico tra
l’incombere e il mistero della temporalità. Tutto accade secondo la necessità
assoluta dell’accadimento. Spinoza dedurrebbe: «Le cose particolari altro non
sono che affezioni degli attributi di Dio, ossia modi per mezzo dei quali
vengono espressi in una certa e determinata maniera gli attributi di Dio» (Etica,
I, corollario proposizione XXV). L’uomo è gettato, è scelto e sceglie poco. Non
può scegliere dove nascere. Non può scegliere il suo punctum mortis.
Esce piangendo da un grembo materno. La sua vita è per lo più, non per fare un
torto a Schopenhauer, o a Leopardi, dolore e noia. È un essere per la morte. Il
suo esserci si rapporta continuamente al non-esserci, al nulla. L’esserci è
racchiuso tra due non-esserci, quello ante nascitam e quello post
mortem, oltre a quello del passato, il non esserci più e quello del futuro,
il non esserci ancora. Non possiamo scegliere ad esempio di parlare una lingua
diversa da quella che apprendiamo. È stato dimostrato che un uomo che si
trovasse ad essere gettato in una foresta ed a crescere là, parlerebbe il
linguaggio degli animali, come Tarzan. La situazione è lo spazio-tempo, che,
come sosteneva Kant è l’intuizione originaria trascendentale. Il mondo
heideggeriano è rivelazione, manifestazione di un ente, cioè di un qualcosa e
di un esserci, o un qualcuno nel nulla. È aletheia, cioè verità, uscire
fuori dal nascondiglio della terra. L’uomo è continuamente condizionato dal suo
orizzonte mondano, per non parlare dalla televisione, da internet. Pasolini
scriveva: «Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero
paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha
cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e
concretezza» (Scritti corsari, p. 23). Il Centro è peggio del Fascismo.
L’uomo non sceglie le opinioni. Non sceglie di essere gettato in questa o
quella situazione. Non sceglie di essere Napoleone, o Hitler, o l’ultimo
soldato della trincea del 1918. Napoleone o Hitler appaiono gli uomini del
destino, quegli individui cosmici di Hegel, inviati della Provvidenza. Chi è
che muove le fila del destino, cioè della gettatezza, se non è l’uomo, la
coscienza dell’Esserci? È l’astuzia della Ragione, la List? O tutto è caso? E
il caso, la fortuna non è forse il lato oscuro quoad nos di quello
stesso Fatus? Qui sorge il problema più spinoso della gettatezza
heideggeriana. Heidegger stesso non aderì al nazismo per amor fati?
Sartre conferma che ogni uomo è frutto di ciò che tutti gli altri hanno fatto
di lui. La verità è qualcosa di inesprimibile. È il senso profondo
dell’esserci, che si rapporta all’Evento. Accade così. Perché? Perché così deve
accadere. L’uomo crea il progetto, ma il progettarsi deve fare i conti
necessariamente colla gettatezza. Anche la Cura (Sorge) ha una sfera
nell’essere gettato. Nulla sfugge alla passività assoluta dell’essere gettato,
che è superiore al gettarsi. Il problema della gettatezza richiede una
spiegazione. Leibniz ci illumina: «Vi sono due specie di verità, quelle di
ragione e quelle di fatto. Le verità di ragione sono necessarie e il loro
contrario è impossibile, quelle di fatto sono contingenti e il loro contrario è
possibile» (Monadologia, 33). Questi due tipi di verità sottostanno a
due grandi principi diversi: quello di non contraddizione e quello di ragion
sufficiente. In virtù del primo giudichiamo falso ciò che implica
contraddizione, cioè non possiamo affermare che una cosa è e non è nello spesso
tempo, in virtù del secondo affermiamo che nessun fatto può accadere senza una
ragion sufficiente. Nihil est
sine ratione, cur potius sit quam non sit. Nessuna cosa esiste senza una ragione,
perché qualcosa c’è anziché non c’è. Alcun fatto potrebbe essere esistente se
non vi fosse una ragion sufficiente e di conseguenza alcuna proposizione
potrebbe essere vera se non vi fosse una ragion sufficiente. Il principio di
non contraddizione domina il mondo del Wasein, o delle essenze
husserliane, quello di ragione domina il mondo del Dasein, o delle
esistenze heideggeriane. La gettatezza implica una ragione. L’ente non si può
nominare. L’uomo, come dice Heidegger, deve essere pastor entis et non
dominus entis. L’uomo, in pratica, non è il padrone dell’essere. E chi è?
Il Tempo. Ma chi regola la temporalità? È questo il grande mistero della
gettatezza. Le parole sono finite, limitate. Tutto accade paradossalmente per
mera necessità assoluta. Ciò che a noi pare esistenza, libertà, scelta,
opinione, è Aletheia, continua epifania dell’essere nascosto dell’Ente.
L’ente è nascosto nella Terra. La Terra caccia tutti gli enti e gli esserci. Ma
anche questa Terra è sottoposta alla stessa legge dell’esistenzialismo
dell’esserci, perché è contingente. Il Mondo è la manifestazione della Terra.
Ma anche ciò che si manifesta è gettatezza. Tutto accade così senza sapere né
quando, né come. “Lo Spirito soffia dove vuole e quando vuole”. Questo è il
mistero del tempo. Dietro la gettatezza, dietro la temporalità c’è lo Spirito.
Il contesto è fuori di ogni discussione, non è oggetto di scelta. L’erlebins
è inesprimibile. La tragicità dell’esistenza è come andare in guerra, perché
l’esistenza stessa è una continua guerra: polemos basilea panteon.
Eraclito proferiva: la guerra è la regina di tutte le cose. Chi non va in
guerra è disertore del Fato, come il Don Giovanni di Kierkegaard, o come
Schopenhauer - secondo Nietzsche - con la sua ascetica Nolontà. Il problema è allora ascoltare l’essere,
srotolare l’enigma dell’esistenza. La temporalità da Heidegger è rappresentata
non a caso come da due rotoli: uno si srotola, ed è quello del futuro, l’altro
si arrotola ed è quello del passato, in mezzo allo rotolamento ci sta il
presente. La gettatezza heideggeriana va ricollegata all’eterno ritorno ed al
fato di Nietzsche, ma anche alla Volontà cieca di Schopenhauer e se vogliamo al
determinismo psichico dell’inconscio di Freud. L’uomo si trova ad essere
vissuto, è come una vittima destinata da sempre al sacrificio della Morte, è un
eterno ritorno alla Terra, donde proviene. L’evento accade nell’essere, non
altrove. Anche Dio si getta nella gettatezza colla nascita di Betlemme e si
getta sulla croce. Ma nel suo caso l’essere gettato e il progettarsi
coincidono. Dio è l’Esserci per eccellenza. Questa lezione di Heidegger l’aveva
capita una delle sue più brillanti discepole: Stein. Il movimento
proposizionale, il Discorso, il Logos riflette lo stesso scorrere degli eventi:
il pan-reismo eracliteo. L’essere è stato incatenato nel tempo, non può
esistere senza tempo. I raggi della ruota del tempo scorrono sempre, ma il
fulcro è immobile da sempre: il motore immobile di Aristotele. In qualsiasi
dimensione della temporalità, anche in quella relativistica einsteniana, è
libero solo chi è fuori del tempo, e questo non può essere altro che il fulcro,
l’Assoluto. La pro-gettatezza è un tentativo di superare la prigione delle
pagine del tempo. Ma questo progettarsi avviene nell’essere gettato. L’Essere è
incatenato al Ci. Il prigioniero del tempo deve liberarsi. In Heidegger questa
liberazione avviene nel nulla, attraverso il passaggio della morte
autenticatrice dell’esistenza. Ma il nulla è già trascendenza, uscita fuori dal
campo dell’esistenza verso non si sa cosa, forse verso l’eternità. La
liberazione dalla gettatezza costituisce il vero atto di libertà dell’esserci
stesso. L’accettazione della gettatezza è l’aderenza al progetto generale
dell’Esserci. L’essere gettato è progetto della Provvidenza intramondana. Il
vero ed autentico progettarsi deve essere aderenza al progetto universale
dell’Esserci. Non aderire alla gettatezza universale significa vivere il dramma
della spezzatura e dell’angoscia, della banalità, della nausea sartriana, della
disperazione e della dispersione. L’accettazione della gettatezza significa
liberazione, consolazione. È la croce dell’esistenza. Kierkegaard la chiama
peccato. L’esistenza è peccato. La colpa di esistere richiede una pena. Il malum
culpae richiede il malum poenae. L’esistenza è la pena della colpa
di esistere. La morte è l’espiazione del peccato originario di esistere. Il
nulla è la tomba dell’esserci. Stipendium peccati mors: la morte è lo
stipendio del peccato. L’essere per la morte è l’essere destinato al sacrificio
della vita. Tutti gi esserci sono destinati a questo supremo sacrificio. La
gettatezza è l’altare del sacrificio. Il progettarsi è il volersi liberare. Ma
non è la morte in sé a raggiungere questo scopo. L’esserci sarebbe l’apparire
dell’essere nel nulla. Ma come è possibile cio? Ex nihilo nihil. Dal
nulla nulla procede. Ma Heidegger risponde: ex nihilo omne ens qua ens fit:
«L’anticiparsi nella possibilità dell’essere per la morte svela all’esistente
la sua dispersione nel “si” e, togliendogli l’appoggio originario dell’aver
cura delle cose e degli altri, gli offre la possibilità di essere se stesso in
quanto libertà per la morte, sciolta da tutte le illusioni del vivere mondano, effettiva,
certa a se stessa e angosciantesi». Così l’ultima parola sarebbe: l’essere è
niente. Eppure solo un atto di creazione originaria dal nulla potrebbe
permettere ciò, cioè l’apparizione di un essere nel non-essere. C’è solo un
Esserci capace di creare dal nulla e questi è l’Assoluto. L’Assoluto è il primo
Esserci, è il primo che si è auto-creato. Come dicono Cartesio e Spinoza, è Causa
sui, Causa di sé stesso. Gli altri esserci non sono autocausali, ecco
perché vivono il dramma della gettatezza. Se fosse il nulla il fondamento
dell’esserci potremmo obiettare: donde proviene la gettatezza, cioè il letto
del fiume dove scorre il tempo? Ma come dicevamo: nihil est sine ratione cur
potius sit quam non sit. L’Esserci è l’apparire dell’Assoluto nel Nulla.
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