Gli intellettuali e la prosa in età comunale
E'
più facile scrivere sulla prosa del Duecento e del primo Trecento
italiano se ci si sforza di comprendere, almeno schematicamente,
quale tipologia di intellettuali operarono nell'età comunale, cioè
in quel periodo della storia d'Italia che inizia simbolicamente con
la battaglia di Legnano del 1176, quando i comuni della Lega lombarda
sconfissero il Barbarossa, e si conclude nella seconda metà del XIV
secolo con il lento ma progressivo e definitivo affermarsi delle
signorie.
Il
Duecento è dunque anche il secolo dei comuni autonomi e del
decentramento politico, che non mancherà di condizionare fortemente
la produzione letteraria; è il secolo nel quale emerge la 'ragione'
(cioè la contabilità) sia come strumento operativo sia come misura
della ricchezza della nuova classe mercantile, la quale vorrà poi
emanciparsi anche sul piano politico e culturale, e che troverà
nell'istituzione comunale il terreno più adatto al proprio sviluppo.
Il
centro comunale più importante per la letteratura in prosa del XIII
secolo fu, non ce ne voglia Guido Guinizzelli, soprattutto Bologna,
dove già da oltre un secolo era attiva l'università fondata dal
giurista Irnerio.
Facciamo
tuttavia un passo indietro e dedichiamo due parole alla figura
dell'intellettuale perché in questo modo possiamo meglio
comprendere, per ogni categoria di autori, le ragioni dello scrivere
in un'epoca di così forte transizione politica, sociale e
linguistica: in questo periodo dobbiamo dunque ricordare innanzitutto
il personaggio dello 'scrittore ecclesiastico', che è l'uomo di
cultura più comune se non altro per ragioni di sostentamento
personale: più avanti si vedrà di Petrarca (che prese i voti
sostanzialmente per amore dello studio), ma tra i maggiori vedremo
anche il frate laico Guittone d'Arezzo. Poi ancora viene la nuova e
importante figura dello 'scrittore cittadino', appartenente alla
classe mercantile o comunque legato alle corporazioni comunali: il
ruolo più importante qui lo svolgeranno i giuristi ed in particolare
i notai, ma non mancheranno i politici come il giovane Dante
Alighieri e Dino Compagni. Più tarda sarà poi la personalità dello
'scrittore di corte' (e siamo nel Trecento), la cui opera è votata
al prestigio della signoria: celebre ed esemplificativa di questa
letteratura sarà la dedica del “Paradiso” di Dante a Cangrande
della Scala, il quale all'epoca manteneva e proteggeva l'esule
fiorentino.
Vale
la pena di sottolineare come la laicizzazione della cultura, che è
diretta ratio di quanto appena sopra accennato, avrà anche
conseguenze importanti sul processo di 'secolarizzazione della
storia' e mi spiego: nel Medioevo e fino proprio alla metà del
Duecento la storia era percepita dagli uomini come prodotto esclusivo
della provvidenza divina, ma da ora in poi gradatamente non sarà più
così; i libri di ricordi come il “Milione” del veneziano Marco
Polo e le “Cronache” di storia comunale diffuse a cavallo fra Due
e Trecento, come quelle di Salimbene da Parma o del citato Compagni e
di Giovanni Villani a Firenze, contribuiranno ad un graduale e sia
pur primigenio sviluppo della storiografia come oggi la conosciamo,
cioè come una scrittura della storia che ha nell'uomo un
protagonista attivo e consapevole.
Si
è detto di Bologna, che per bocca del cattedratico fiorentino
Boncompagno da Signa fu “caput exercitii literalis”, cioè
riferimento per i letterati del tempo: qui operarono Accursio
Bolognese (autore della “Glossa magna”, testo fondamentale di
pratica giuridica), nonché il notaio retore ed epistolografo Guido
Faba.
Un
posto di spicco spetta però al “De ecclesiastica potestate” di
Egidio Romano, più che altro per la forte dipendenza da quest'ultima
opera della celeberrima bolla pontificia “Unam Sanctam”, firmata
da Bonifacio VIII nel 1302; mentre una citazione è dovuta al
“Liber consolationis et consilii”, opera morale e filosofica
scritta da Albertano da Brescia, dalla cui edizione francese attinse
Chaucer per i suoi ben più celebri “Racconti di Canterbury”.
All'interno
di questa vastissima e varia produzione letteraria vanno infine
marcatamente distinte due autentiche pietre miliari: il “Novellino”,
una raccolta di aneddoti in volgare fiorentino che andranno a
costituire l'inizio di un genere, quello della novella appunto,
destinato a lunga e larga fortuna fino ai nostri giorni; ultimo poi,
ma non in importanza, il “Liber abbaci” del pisano Fibonacci, che
introdurrà invece le cifre arabiche e l'algebra nella cultura
occidentale.
Antonio
di Biase
Bibliografia:
- “Forme della prosa del Duecento”, da pag. 131 a 159 de “La letteratura”, Vol 1, Baldi Giusso Razetti Zaccaria , Paravia, 2006. Dello stesso volume inoltre “La figura dell'intellettuale nell'età comunale” da pag 186 a 207.
- “Storia della letteratura italiana” di E. Cecchi e N. Sapegno, Garzanti, 2001 (Ed. per Corriere).
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