Tributo ad Alda Merini
Al Lucignolo Café di Brugherio,
gestito da Antonio e Maria, spesso si assiste a incontri culturali interessanti
e che fanno crescere dentro. Ritrovo di poeti e scrittori, di pittori e
fotografi, è un vero piccolo eden di incontri piacevoli.
Giovedì 18 aprile 2013 ero anche io presente all’incontro tributo ad
Alda Merini.
Si è parlato poco di poesia, ma si è detto molto della donna, della
persona, della sua straordinaria stravaganza.
A parlarci di Alda, Aldo Colonnello, direttore artistico del teatro
Villa Clerici, gallerista, amico della Poetessa e Vice Presidente del
comitato “Pro Nobel Alda Merini”.
Prima di cominciare, il dr. Colonnello ci ha sorpreso con la
frase: «Dietro a tutto quello che verrà detto stasera, c’è la regia di Alda, un
atto d’amore».
Dopodiché è un susseguirsi di ricordi, di aneddoti, di… Alda.
Lui l’ha conosciuta nel 2003, l’aveva contattata per partecipare a una serata
in teatro. La Merini aveva accettato, ma, purtroppo, non poté andare all’incontro
perché ricoverata in ospedale. Dopo circa un mese la richiamò e, dice, fu come
se fossero stati amici da anni e non fosse passato del tempo fra il loro primo
incontro e quell’attimo.
Alda, per quei pochi che ancora non lo sapessero, fu internata
in manicomio e, tra uscite e entrate, vi restò per quattordici anni. Lei
ricordava di aver subito 46 elettroshock. Ma la grandezza del personaggio è che
non si fece mai abbattere dal dolore, dal male fattole; lei risorse amando la
vita e le persone. Spesso diceva che le persone più trasparenti e più belle le
aveva conosciute proprio fra i malati coercitivi.
Ricordiamo Alda sempre con una sigaretta accesa fra le dita…
Colonnello ci svela che, mentre si trovava internata, la sigaretta costituiva
il premio che veniva dato ai malati. Ecco spiegato quel gesto, quel
gratificarsi, riuscendo addirittura a fumare in luoghi dove è assolutamente
proibito, come in un ospedale o sul palco di un teatro!
Sorprende come riuscisse a scrivere le sue poesie. Per lei non
era un momento di fatica artistica; mentre parlava d’altro, magari di un
argomento banale, i suoi occhi era come se vedessero un altro mondo. Quasi ci
fosse una regia occulta che la guidasse e allora lei dettava le sue poesie.
Spesso chiamava Aldo anche sette, otto volte al giorno e, senza giri di parole,
gli intimava: «Scrivi!»
Nella sua borsa portava sempre con sé il rossetto, perché lei ci
teneva a essere in ordine. Ed era lo stesso rossetto col quale scriveva i
numeri di telefono sul muro dietro la testata del letto. Un giaciglio che
faceva anche da poltrona col quale ricevere gli ospiti, sdraiata come una
Cleopatra di altri tempi.
Alda era una persona comunicativa, quasi un pifferaio magico al
femminile che sapeva parlare a tutte le generazioni.
Dispensava consigli, lei che aveva subito l’alienazione della
personalità in manicomio, dove si viveva in modo promiscuo. Ma che fuori,
rivendicava la propria femminilità e la sua identità.
Generosa, al punto da donare, estraendo i soldi dal reggiseno, circa
cinquecento euro a una ragazza dell’Equador che viveva facendo i mestieri. Una
sconosciuta. Perché lei amava la gente.
Certo, aveva come tutti, le proprie simpatie e antipatie, andava
molto a pelle. E questo a qualcuno dà fastidio. Io ritengo che avesse tutto il
sacrosanto diritto di scegliere. Perché, il suo disagio le aveva concesso di
essere una persona libera, più di quanto riusciamo a esserlo noi, imbrigliati
nel galateo del “questo non si fa”.
Aveva molti amici e li amava in modo particolare, quasi gelosa
di loro, tanto da fare in modo che fra loro non si conoscessero. Colonnello
pensa che questo atto fosse anche un gesto di protezione, per non far nascere
nessun tipo di competitività.
Non ottenne il nobel, anche se fu candidata. Alda diceva che non
le importava, che il suo nobel erano gli amici.
Di lei ha lasciato i meravigliosi testi che dicono tutto della
sua vita: un’esistenza dove c’è stato tutto e tanto. Un’antitesi di sentimenti
in una sola persona. Quattro figlie, la sua fede, la serenità, i forti
sentimenti nei quali non si risparmiava. La maledizione e la necessità di dover
parlare di quei quattordici anni che le avevano segnato la vita
irrimediabilmente, ma che le appartenevano in modo assoluto.
Il giorno prima della sua morte, ha voluto fumare ancora una
volta una sigaretta. E questa immagine ci racconta molto di lei, ci lascia la
sua figura così come l’abbiamo sempre vista.
Personalmente, nel 2006, ho avuto il grande onore di essere
inclusa, con lei, in un’antologia che raccoglieva i quaranta migliori poeti
lombardi. Ricordo che durante la serata non feci che aspettare il suo arrivo,
per poterla conoscere di persona. Purtroppo, non venne, perché indisposta. Mi
resta una poesia stampata vicino alla mia, che ritengo di una forza
inesprimibile. Il testo è intitolato “Fogli bianchi”.
A duecento metri dalla sua abitazione sui navigli milanesi, in
Via Magolfa, è stata aperta la casa museo di Alda Merini. Dove verrà a breve
esposto anche il muro, il suo
muro, con i numeri e i tanti disegni.
Leggere le parole che ci ha lasciato è fare un viaggio
straordinario nella vita di una persona che, di sé, ha dato a piene mani il suo
essere. Per alcuni era solo una persona misera, una barbona, una tizia stravagante.
Sono una minoranza, cuori piccoli che non sanno riconoscere l’altro al di là
dell’apparenza. Alda Merini era per gli ultimi, mai ultima, ma che sapeva cosa
significasse esserlo.
© Miriam Ballerini
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