Pensieri sull'educazione

La scuola oggi, pur essendosi molto aperta
rispetto al passato, risente ancora di una ancestrale connotazione. Lungi
dall’essere realmente un alveolo ovattato distaccato dal mondo circostante, così
come viene dipinta agli occhi offuscati da un illusorio “velo di Maya”, sotto certi
aspetti, essa si presenta, invece, come lo specchio fedele di una società alla
deriva. Il docente oggi è sottopagato, ma deve fare il factotum: sociologo,
psicologo, assistente sociale. Ma a parte la condizione del docente in Italia,
che è ridotta all’osso e di questo sarebbe giusto discutere in altro luogo, la
struttura della scuola non è per nulla cambiata dall’impostazione repressiva
che ne viene fatta anche dai regimi democratici. Guardate già alla struttura
esterna della maggior parte delle scuole: esse sono delle grandi caserme, o
fabbriche, o al peggio degli ospedali o carceri: immensi edifici con spazi inutili
e vuoti, che oggi non possono essere più riscaldati per mancanza di fondi. Dovrebbe
essere vero il contrario: il carcere deve diventare una scuola per rieducare i
detenuti e non la scuola continuare ad essere un carcere per detenere i liberi.
Giovani e vecchi sono il rifiuto di questa folle società: debbono essere
relegati in strutture minacciose per non dare più fastidio. Gli uni diventati
adulti poi debbono essere catapultati come gladiatori nel Colosseo del mondo
globale, gli altri, una volta che hanno combattuto debbono essere rottamati. Al
centro c’è sempre però una generazione di adulti adultera e degenere,
scandalosa, corrotta, perversa e pervertita, iperattivista, frenetica,
nevrotica. Ci sono le campanelle che scandiscono gli spazi-tempi. Ci sono le
sirene che richiamano sempre i deportati all’ordine. La scuola sotto sotto, con
tutto il rivestimento democratico, o libertario che appare al di fuori, è
ancora una scuola-lager ove viene sempre istillato il principio borghese-capitalistico
auschwitziano: Arbeit macht frei
(il lavoro rende liberi). Questo principio viene istillato nel giovane
soprattutto con le frequenti verifiche, che hanno reso la scuola un votificio,
ed il nostro pensiero va soprattutto ai licei. Ma può essere mai lo studio un
lavoro? La parola “scuola” in greco significa perdere tempo. E quale è lo
spipendio di questo immane lavoro? Il voto! Sempre il voto! Peccato però che le
valutazioni, che sono sempre relative, nonostante i tentativi di equiparazione
a test attitudinali, non possono misurare proprio niente, perché la sapienza è
incommensurabile, e d’altro canto fanno sorgere nei giovani differenze di
classe perniciose ed oscure tra più sapienti e meno sapienti. Il voto dovrebbe
interessare solo la prestazione, ma finisce per avvolgere la persona in fasce
di reddito culturale: più poveri e più ricchi. Non si tratta della promozione
meritocratica, magari fosse quella! Come ben sappiamo l’autonomizzazione degli
istituti scolastici ha portato inevitabilmente all’economizzazione
dell’istruzione ed al principio quantitativo: più numero di iscritti, più
soldi. Ciò significa che tutti vanno a scuola, quindi c’è una massificazione.
Questa d’altronde porta all’aurea mediocritas. Eppure lo stile è
sempre quello: la scuola deve inquadrare, deve selezionare. È lo stile che
accompagna sempre l’istruzione dall’antica Roma a Napoleone, dalla scuola
fascista a quella repubblicana. Non vi è, ma non vi è mai stato, se non nella
testa di pochi eletti pensatori pedagogisti, il puerocentrismo, ma c’è sempre
il docentocentrismo, o peggio il dirigentismo che domina sovrano in tutta la
pubblica amministrazione. Chi è che controlla i Dirigenti Scolastici? Hanno un
potere assoluto. O i professori universitari con tutte le loro lobby? Non ne
parliamo proprio! Così avviene che la scuola che dovrebbe aprirsi al mondo si
chiude e chiude anche l’animo del giovane che vi incappa e vi si parcheggia per
anni ed anni di vuota formazione, improntata al più rozzo nozionismo, prima di
finire per strada dopo master e master. Voi credete che il giovane dopo anni ed
anni di formazione impari veramente a pensare? La scuola continua di solito a
formare yes man: vuoti ripetitori, o portatori di cultura, non dei creatori di
cultura, non dei cervelli pensanti, ma dei pappagalli. Di costoro ha bisogno la
società, non di pensatori, non di intellettuali. Questi sono e sono stati
sempre scomodi. Ed il profeta Heidegger
diceva: l’uomo contemporaneo non pensa più! La tecnica, la tecnologia, il mondo
virtuale e mediatico distrugge l’uomo. Non c’è più spazio per l’uomo, per la
persona. Nonostante ciò si continua ad insegnare secondo i parametri
dell’umanesimo, ma di quale umanesimo? L’umanesimo delle macchine e dei cani. Sono
distrutti tutti i valori: morali, politici, economici, sociali, religiosi e la
tecnocrazia trionfa. Così ci ritroveremo ad avere una massa di ignoranti
laureati che è peggiore e più dominabile di una massa di analfabeti consapevoli
di essere ignoranti. Ecco perché il giovane oggi non ne vuole sapere più di
greco e di latino, di matematica o di geometria. Non si danno più risposte
concrete. Diremmo con Tolstoj: a che cosa serve? Il giovane è avvolto da
cinture di sicurezza e di protezionismo fino a trent’anni e poi è buttato in
una giungla dove invece vige il principio darvinista sociale del più forte. È
come allevare dei polli e poi buttarli in una foresta in balia delle volpi e
dei lupi. Ed è così per la gente comune, ad eccezione dei debolissimi, per i
quali vige invece il darvinismo sociale al contrario. E questo perché genitori
iperattivisti e superimpegnati non ne vogliono sapere di educare i giovani.
Educare significa stare col giovane, capirlo. Ma chi li capisce? Non significa
certo dare tutto materialmente ed abbandonare il giovane vicino ad una
televisione od ad un computer per ore e pretendere poi che la scuola faccia da
mamma e da papà. L’educazione mancata dovrebbe supplirla la scuola. Il dialogo
interrotto o mancato lo supplisce internet o i social network. Questo significa
l’alienazione totale dell’uomo, peggio del lavoro secondo Marx. La mania della
sicurezza, i test d’ingresso, il formalismo giuridico delle carte, le troppe
verifiche: questi sono soltanto alcuni degli aspetti della burocratizzazione
scolastica. Basta che sono apposto tutte le carte e poi la scuola può andare
anche allo sfascio. L’importante è che in caso di ricorso le virgole ed i punti
siano al posto giusto, perché gli avvocati vanno a guardare solo la grammatica
e l’analisi logica di tutti i costrutti scritti e reperibili, non vanno a
guardare alla condizione di fatiscenza umana e sociale dell’istituzione
scolastica. In altre parole questa pedagogia da paraculi, solo per difendere i
propri interessi e mantenere lo status quo, non aiuterà di certo il giovane ad
uscire dalla sua perenne condizione di dipendenza. Dall’umanesimo che si studia
solo sui libri si passa poi al disumanesimo totale, all’alienazione dell’uomo
dal genere umano stesso. Non riportiamo i soliti casi storici per capire la
l’assurdità delle sviste valutative: Verdi, Einstein, o Hitler. Immaginate un
po’ se Hitler fosse stato ammesso all’Accademia! Non sarebbe forse diventato un
ottimo artista? I test d’ingresso all’università servono a far passare due
generi di persone: i geni ed i raccomandati. Non è meglio invece fare la
selezione in cursu studiorum? Per una sana pedagogia allora che guardi
soprattutto alla crescita dell’allievo abbiamo rilevato alcuni principi, che ci
servano da guida: 1) Naturalismo. Ritorniamo a Rousseau: «Tutto ciò che esce
dalle mani dell’Autore delle cose è bene; tutto degenera nelle mani dell’uomo»
(Emilio, I). Quanto più l’uomo si allontana dalla natura, tanto più
diventa folle. Il progresso, la tecnologia dissennata ed ostile significano
questo: allontanamento dell’uomo dalla natura e propriamente dalla sua natura.
Qui riprendiamo gli Stoici: l’oicheiosi, l’essere a casa propria. La natura
dell’uomo è la razionalità, compito dell’educatore è favorire questo
adeguamento del giovane alla razionalità, che è già insita nella sua natura.
L’educatore non deve intervenire direttamente, non deve mai sostituirsi
all’allievo, ma fare in modo che egli ci arrivi, perché, come diceva Vico: «Gli
uomini prima sentono senza avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato
e commosso, finalmente riflettono con mente pura» (Scienza Nuova, I,
sez. II, Degnità 53). Questo principio vale sia ontogeneticamente che
filogeneticamente, perché anche la storia del mondo, nei suoi corsi e ricorsi
lo riflette: «Nella natura umana prima surgono immani e goffi, qual’i Polifemi,
poi magnanimi ed orgogliosi, quali gli Achilli; quindi valorosi e giusti, quali
gli Aristidi, gli Scipioni Affricani» e poi «gli Alessandri e i Cesari; più
oltre i tristi e i riflessivi, quali i Tiberi, finalmente i furiosi, i
dissoluti e gli sfacciati, qual’i Caligoli, i Neroni, i Domiziani» (Ivi,
Degnità 65 e sgg.). Adesso siamo di nuovo all’età dei dissoluti, dei pervertiti
e dei corrotti. 2) Non sapere. Ritorniamo a Socrate. Più che a mille saperi,
abilità, competenze fantasma che non servono a nulla, né in cielo né in terra,
occorre mirare al non sapere, non all’ignoranza in senso positivo, come assenza
di sapere, ma a quella in senso negativo, come coscienza del limite e ricerca
continua. Il motto di Socrate era: una vita senza ricerca non è degna di essere
vissuta. Ti trovi ragazzi che non sanno tradurre più latino, greco, e non sanno
far più di conti, non sanno fare una formula chimica, non sanno zappare, non
sanno avvitare neppure un bullone. Ma quali competenze, abilità e cretinate
varie andiamo a misurare? Noi misuriamo solo le conoscenze, ma le conoscenze
sono nozioni e noi misuriamo solo una labile capacità mnemonica, non la reale
sapienza dell’uomo che è incommensurabile. Dopo un giorno quelle nozioni già
saranno illanguidite, dopo un anno saranno del tutto sparite nel fiume Lete. Che
cosa resterà nella mente del giovane, se non il metodo, se non l’amore? Il
metodo è la strada da seguire, in greco metà odos significa attraverso la
strada. L’educatore deve dare metodo e non solo nozioni, rapporto e non solo
spersonalizzazione, derealizzazione, alienazione, frustrazione e via
discorrendo. Ora siccome tra qualità e quantità c’è un abisso, la conoscenza
non è quantificabile, matematizzabile, non stiamo misurando un chilo di pere o
un metro quadrato di terra. Con Cartesio diciamo: la res cogitans è inestesa,
quindi non può essere misurata, non può essere valutata. Il fine del maestro è
allora facilitare l’autoconsapevolezza, l’esame di coscienza, la confessione
intellettuale ed intima (Conosci te stesso!). Un uomo che conoscesse
tutte le scienze e non la propria anima sarebbe come uno sprovveduto, come
quello che possiede il mondo intero e perde la propria anima. L’Ecclesiaste
ammoniva: qui auget scientiam auget et dolorem. Non è la quantità di
sapere che rende libero l’uomo, ma il discernimento. Il sapere se non è guidato
può portare alla follia ed alla perdizione. Quando
chiesero al filosofo Menedemo come fosse la sua scuola, rispose: «è
meravigliosa! Ottengo sempre risultati straordinari. Gli scolari arrivano che
si credono sapienti; poi si accorgono di essere dei semplici studiosi e
terminano gli studi, convinti di essere dei grandi ignoranti». Questo deve
essere il fine della scuola, la cusaniana docta ignorantia, perché come
il povero privo di debiti è ricco nei confronti del povero che sia pieno di
debiti, così l’ignorante, che è consapevole della propria ignoranza è sapiente
nei confronti dell’ignorante che presume di possedere, nelle grossolane
apparenze, delle verità, anzi le uniche verità. Primo compito umano è dunque
l’autoconsapevolezza, questa ci offre la prima e fondamentale scienza di ciò
che veramente siamo. Se partiamo da tale fondamento, come osserva Platone, «O
troveremo quel che cerchiamo, o non crederemo di sapere ciò che ignoriamo del
tutto; e questo non sarà certo un vantaggio disprezzabile» (Teeteto, 187
B, C). Così secondo Laotze: «il saggio si occupa del non-agire, pratica
l’insegnamento senza parlare, lascia sviluppare gli esseri senza ostacolarli,
nascere senza accaparrarli, agire senza aiutarli» (Tao Te King, II). 3)
Metodo positivo, non repressivo. Il sistema repressivo o negativo, con tutte le
buone intenzioni è ancora vigente un po' dovunque; nei campi, nelle officine,
nelle fabbriche, negli uffici. Dappertutto dove un superiore, padrone, o direttore o dirigente, ha sotto di
sé degl'inferiori: apprendisti, operai, impiegati. Il metodo repressivo latente
e mascherato nella scuola abitua il ragazzo al sistema integrale repressivo
della società, dove se vuoi lavorare devi filare dritto. Nei campi ancora c’è
il caporalato, solo che questo viene esercitato verso i più deboli, gli
extracomunitari, ove prima era esercitato verso i contadini. Il metodo
repressivo ha potuto portare alla società fascista o nazista, come scrive W.
Reich: «i vergognosi eccessi dell’era capitalista degli ultimi trecento anni
(imperialismo rapace, privazione di qualsiasi diritto dei lavoratori,
repressione razziale, etc.) non sarebbero stati possibili senza la struttura
avida di sottomettersi ad un’autorità, incapace di libertà e mistica di milioni
di uomini che hanno sopportato tutto questo. Il fatto che questa struttura sia
stata prodotta sul piano sociale ed educativo e che non sia data naturalmente
non cambia nulla nei suoi effetti». (Psicologia di massa del fascismo,
Introduzione). Il metodo positivo invece favorisce la libera crescita del
giovane e la sua autonomia. Il metodo positivo deve essere incondizionato:
anche quando il ragazzo va male in una performance deve essere premiato, si
istillerà naturalmente in lui il desiderio di conoscere e di superare e
soprattutto di non sbagliare, perché crescerà nel giovane il senso di dignità
ed il sano orgoglio naturale. 4) Libertà e non ordine. Don Luigi Sturzo diceva:
«La libertà è come l'aria: si vive nell'aria; se l'aria è viziata, si soffre;
se l'aria è insufficiente, si soffoca;
se l'aria manca si muore». Il giovane che cresce nella libertà di
pensiero e di azione è maturo e si responsabilizza. La scuola paradossalmente
si muove ancora secondo il canone dell’ordine: occorre inquadrare e squadrare.
La dinamica è sempre quella dello squadrismo e del classismo, come volete, il
risultato non cambia. Dentro c’è sempre la lotta, la competizione borghese,
l’arrivismo, il principio naturalistico del più forte, anche se non è vero, perché
ci sono esempi in natura di solidarietà e di amore che non hanno nulla a che
vedere con questa visione distorta del mondo naturale. Così dipendiamo ancora
dalla visione hobbesiana fondata sulla paura: il bellum omnium contra omnes,
l’homo homini lupus. Guardate i lupi tra di loro: sono sempre così
feroci? O non si rincorrono affettuosamente? Ogni animale diventa feroce quando
vive nella paura e così è per l’uomo. Un processo educativo fondato sulla paura,
sull’odio, sulla competizione, sull’arrivismo, sul principio distruttivo, che
Freud delineava col nome greco di Thanatos e non di Eros, non potrà che portare
a odio e a timore. Riprendiamo le hobbesiane leggi di natura: A) Pax est
quaerenda. Ma quale pace si può raggiungere con la guerra totale? Questa pace
è solo illusoria, è solo una pausa nella grande guerra del mondo. La guerra
diviene così, riprendendo il grande Eraclito, la regina di tutte le cose.
Un’educazione fondata sulla guerra non porterà altro che a guerra e non si
raggiungerà mai la pace, tanto meno cedendo i diritti naturale ad un maestro,
chiunque egli sia. B) Ius in omnium non retinendum. Perché l’uomo
dovrebbe cedere tutti i suoi diritti ad un capo, od ad un re, od ad un maestro?
Si tende a vedere nel giovane allievo uno stato di natura bellicoso ed ostile
che va solo domato e dominato, e non invece, uno stato di natura pacifico e
benevolo, che può diventare, certo negativo, quando devia dalla sua originaria
destinazione. Il giovane deve essere aiutato ad assurgere, a levarsi in piedi,
a camminare a testa alta. Vedete forse far sempre guerra tra gli animali?
Distruggersi sterminarsi a vicenda come fa l’uomo? L’allievo cede al maestro
solo il diritto di essere aiutato a crescere ma non per uscire dal suo stato
naturale per entrare in uno stato civile che è invece, al contrario, il vero
stato bellicoso ed ostile. Freud ciò aveva additato nel disagio della civiltà
contemporanea. Hobbes aveva invertito i termini ed aveva inconsciamente
proiettato le sue paure, lo stato di guerra perenne tra popoli e tra uomini
perpetrato dalla sedicente civiltà e dal progresso, in un immaginario stato di
natura. C) Pacta servanda sunt. Vedete se è possibile che in natura
possano esistere dei contratti che debbano essere rispettati e se è possibile
che lo stato civile debba essere fondato su di un patto in cui tutti cedono a
tutti i loro diritti naturali per affidarsi ciecamente ad un capo. Questo è
nazismo puro, è esaltazione del fuhrerprinzip. Così siamo passati dagli
assolutismi ai totalitarismi, agli stermini di massa. In nessuna specie animale
sussiste un principio del genere. Tanto men può sussistere in una scuola, ove
gli allievi dovrebbero cedere tutti i loro diritti per affidarsi ad un maestro.
Siamo alla follia pedagogica. La scuola deve mirare invece alla libertà, non
all’ordine, all’anarchia, intesa nel senso più alto, ovvero ad un mondo ove
ognuno è capace di badare a sé stesso, ove ognuno è re di se stesso e non ha
bisogno di un re che gli dica cosa deve fare. La scuola in questo senso deve
favorire l’autonomia e l’autodominio e non l’autoritarismo, deve essere fondata
sulla non violenza. 5) L’amore. Quello che conta non è tanto la sapienza in sé,
quanto l’amore per la sapienza, questa è la vera filosofia. E la vera pedagogia
deve tendere a ciò. La pedagogia deve essere fondata sull’amore: amore per
l’allievo che deve far sorgere in lui l’amore verso la sapienza. È l’amore
verso la sapienza che porta alla sapienza. Se il giovane non si innamora delle
cose che sta studiando, ma studia solo perché è obbligato, è fallito il nostro
compito di insegnanti. La pedagogia deve partire dall’essere, non dal dover
essere, lo studio deve essere fondato sul piacere, oltre che sul dovere, anzi il
dovere deve scaturire dal piacere e non viceversa, per cui occorre sempre proporre
e mai imporre, incentrare la lezione sull’ascolto, oltre che sulla retorica
logorroica e sul cattedratismo. Si deve creare un’osmosi tale per cui vi è una
reciprocità formativa tra allievo e docente. Cicerone nelle Tusculane
(V,3) racconta il famoso fatto di Pitagora e del suo incontro con il re Leonte
di Fliunte. Fliunte ammirato dall’ingegno e dal sapere di Pitagora gli domandò
in quale arte o scienza fosse più esperto. Pitagora rispose che non possedeva
la sapienza, ma che ne sentiva in sé l’amore e ne andava in cerca; quindi di non
poter dire di avere sofia ma filosofia. In questo senso tutti avremmo il dovere
di amare la sapienza e di essere sapienti; e di fatto chi non vorrebbe esserlo?
Fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza. (Inf.
XXVI,119). E se il maestro non ama la sapienza e non indica la via dell’amore
della sapienza, come può amarla l’allievo? Concludiamo allora questi pensieri
sull’educazione con un finale auspicio: un metodo dogmatizzante in ogni campo
del sapere ed in ogni grado di cultura produce sempre una reazione che porta ad
un desiderio di libertà che può diventare sfrenata ed informe. Evitiamo di
porgere occasione a tali eccessi, che non solo scalzano il giusto concetto di
autorità, ma rovinano la pur sempre necessaria libertà. A scuola ancora vale il
principio di autorità, l’ipse dixit, ma questo deve confrontarsi
e favorire l’altro grande e più importante principio, quello della libertà, in
modo che ognuno possa diventare l’autorità di sé.
Vincenzo Capodiferro
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