"Gli Indifferenti" di Alberto Moravia (1929)

di Roberta de Marco.

Il romanzo d’esordio di Moravia tratteggia in maniera impeccabile la parabola discendente della famiglia Ardengo, colpita dalla morte del capostipite e dal conseguente fallimento economico, in un periodo della storia di Italia dilaniato dal moralismo fascista. È un dardo che fa breccia nel cuore del problema sociale più preoccupante del momento: la decadenza morale dei ceti altolocati, in cui sembra non vigere più alcun tipo di legame affettuoso ma solo noia e distacco. Problema questo, che in altre nazioni, come l’Inghilterra, era stata riveduto e superato da cent’anni almeno.
La famiglia Ardengo consta di tre elementi, madre e due figli di sesso opposto, l’introverso Michele e la voluttuosa Carla. La signora di casa, Mariagrazia, non riesce a tenere salde le redini di una famiglia ormai allo sbaraglio, ossessionata com’è dall’essere impeccabile per il “cattivo” Leo Merumeci, che si fionderà nella gracile situazione di famiglia sfruttandone i punti deboli, come la brama di successo dei due rampolli e l’ingenuità della mamma. Approfitterà, infatti, dell’amore che la signora prova per lui al fine di procacciarsi le sue ultime proprietà, essendone creditore e inoltre si servirà dell'ingenuità di Carla per possederla fisicamente. Dopo aver saziato i suoi istinti, scomparirà, lasciando alla famiglia nient’altro che la sua ombra.
Lo stile è fluido e accattivante, la narrazione riesce a mantenere salda l’attenzione del lettore dall’inizio alla fine, merito di un’intercambiabilità continua di soggetti e punti di vista .
Moravia resta lì a spiare la situazione guardandola in un momento dalla toppa, poi da dietro le tende a un respiro dai due amanti, accompagnando come un regista, l’azione dei personaggi in ogni loro respiro. Vuole regalarci la verità, niente di più. E ci riesce. Il finale è quantomeno scontato e amarognolo un po’ alla Thakeray, quando in Vanity Fair ci dice tutto e niente di quel finale ricucito dalla perfida Becky Sharp.
In verità, gli indifferenti lasciano ben più che dei punti di sospensione; ci dicono che la realtà è malignamente scontata, che anzi, un giorno lo sarà a tal punto che lascerà in noi niente di più che l’indifferenza.

*Roberta de Marco ha vent'anni e studia lettere all'Università di Bari.
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