24 marzo 2020

Le crudeli novelle di H.C. Andersen Marco Salvario


Le crudeli novelle di H.C. Andersen
Marco Salvario

Le ricordate tutti, le belle favole che ci raccontavano da bambini: la bella principessa, il principe azzurro, un bacio e vissero a lungo felici e contenti. Quanta dolcezza, amore e serenità! Erano così, vero?
No, proprio no! Ci veniva sbattuto sul muso ancora innocente un mondo di ingiustizie, di cattiverie, di orrori, di streghe, orchi, matrigne, sorellastre, lupi, dove il lieto fine era abbastanza raro e sempre amaro. Gli scrittori dell’infanzia molto spesso si sono dimostrati sadici e frustrati, che riversano le loro crudeli fantasie sui più piccoli, che dormivano zitti e buoni soltanto perché le paure nate dai racconti li inchiodavano terrorizzati nel loro lettino.

Che grande personaggio è stato Hans Christian Andersen, penso sia universalmente noto.
Danese, nato nel 1805, nelle foto che lo ritraggono mi ha sempre impressionato per la fronte stempiata e l’imponenza del naso. Scrittore e poeta incredibilmente fecondo, ci ha lasciato sei romanzi, molte raccolte di poesie e lettere, una cinquantina di opere teatrali, scritti satirici, diari di viaggio, biografie e autobiografie; uno di quegli autori che ha scritto molto di più di quanto troppi lettori leggano nella loro vita.
La sua infanzia trascorre in un quartiere povero della città di Odense, con un padre ciabattino e una madre analfabeta, di quindici anni più anziana del marito. La donna resterà comunque vedova, si risposerà e scivolerà nell’alcolismo. Chissà, questa può essere anche la tragica chiave di lettura di molte fiabe di Andersen.

È piena estate. Verde e vasta è la campagna battuta dal sole, qua e là gialla di frumento maturo. Sui prati appena falciati volano basse le rondini a catturare col becco le cavallette.
Nell’aria l’afa è appena temprata nell’ombra dei boschi.
Nel cielo, alte alte, trillano le allodole.”
Come vi sembra questo incipit? L’avete riconosciuto?
Poche righe più avanti avremmo incontrato un’anatra che cova. Tutte le uova si aprono tranne quella più grossa da dove nascerà, dopo una lunga attesa, un esserino grosso e sgradevole, il brutto anatroccolo. Questa è una delle poche novelle dove il nostro autore ci concede un lieto fine, ma attraverso quante amare tribolazioni! Mamma anatra difende il suo ultimo nato anche se con disillusione e pietà, mentre per tutta la fattoria, il diverso diventa oggetto di scherno e perfidie.
Sarebbe stata una fortuna se il tuo uovo non si fosse aperto.”
Spero che il gatto ti mangerà, tanto sei brutto.”
Lo beccano le anatre, lo beccano i polli e anche il tacchino, che quanto a bruttezza ha pochi rivali.
Il poveretto fugge per la disperazione e due anatre selvatiche gli propongono di venire con loro per spaventare con la sua mostruosità le altre anatre, ma saranno uccise dai cacciatori. Il pulcino prova a rifugiarsi da una vecchina, ma viene presto cacciato perché non sa fare le uova, non sa fare le fusa e non sa dare la caccia i topi. Ancora in fuga da solo e con il gelo dell’inverno sempre più brutale, fino a quando stremato è raccolto da un contadino che lo porta alla moglie. Sarà la salvezza? No, i tre figli della coppia vogliono usarlo come un giocattolo e il poveretto terrorizzato finisce subito cacciato da casa.
Insomma, un bambino cui i genitori leggono una storia simile, a questo punto sta piangendo e soffrendo, oppure è un piccolo De Sade e gode a sentire trionfare il male.
Come anticipato, Andersen si rende conto di avere esagerato e ci regala una conclusione felice.
Il povero anatroccolo vede tre bianchissimi cigni, li raggiunge rassegnato a farsi uccidere a beccate, invece scopre di essere diventato cigno anche lui e si monta subito la testa.
Valeva la pena di soffrire quello che ho sofferto quando tutti mi ritenevano un brutto anatroccolo!”
La morale è dubbia, non vi pare?

L’essere diverso dagli altri, emarginato, messo da parte, è una caratteristica ricorrente dei personaggi dell’Autore che con dolore ricorda momenti della sua infanzia.
Pensiamo a “Il soldatino di stagno”, il poveretto ha una gamba sola e quindi non può essere schierato con gli altri ventiquattro commilitoni; loro si esercitano e lui resta da solo a far la guardia al castello, silenziosamente innamorandosi della ballerina di cartone che piroetta su una gamba sola e che ingenuamente il soldatino crede uguale a sé.
A questo punto cominciano le peripezie del nostro involontario eroe, che da un davanzale cade nella strada fangosa e dopo mille sofferenze sarà mangiato da un pesce e tornerà proprio nella stessa casa, dove ci sono gli altri soldatini e la ballerina. Lieto fine? No, non ce lo meritiamo! Il soldatino viene scaraventato nella stufa e fonde vivo. Non so quanto per lui e per noi sia consolante che un soffio di vento faccia volare nella stufa anche la ballerina di cartone, bruciandola insieme. Mal comune mezzo gaudio?
Meno male che i bambini sono molto solidi, perché è una scena di una crudezza devastante.

Altre favole tristi?
La margherita e l’allodola” muoiono entrambe nella gabbia dove sono prigioniere, perché nessuno si ricorda di dare loro da bere.
L’abete” dopo essere strappato al suo bosco e avere gioito dell’effimera gioia degli addobbi con cui è trasformato in un bellissimo albero di Natale, sarà prima dimenticato in solaio, quindi bruciato in cucina “con crepiti e con soffi, che parevano lamenti”.
Tuttavia la tristezza più profonda me la regala quel poetico e tragico capolavoro che è “La piccola fiammiferaia”. Perse le scarpe, cammina nella neve “con i piedi arrossati e, qua e là, fatti bluastri dal gran freddo”; non vuole tornare a casa, dove la aspetta un padre alcolizzato, pronto a picchiarla e ad abusare di lei. La fanciulletta in quel rifiuto ha già accettato la propria morte senza rimpianti. Le luci dei fiammiferi sono i passi allucinati di una creatura ormai in delirio, forse alcolizzata, forse tossica di qualche droga povera; chissà, ci si può sballare respirando la testa degli zolfanelli? Le immagini si succedono in un crescendo di desiderio e meraviglia per subito svanire un attimo prima che la fiammiferaia possa assaporarne la gioia, fino all’ultimo fantasma, quando la nonna morta viene a portarla via con sé.
La mattina dopo, ed è l’inizio di un nuovo anno, il cadaverino abbandonato genera al massimo un veloce commento di compassione e nulla più.
E vissero a lungo felici e contenti?

Dove la morte non domina il finale, la morale è comunque amara.
Chi non ricorda “I vestiti dell’Imperatore”, dove la credulità degli uomini è superata solo dalla loro ipocrisia e piaggeria? Un crescendo di magistrale arte che si spezza nel momento in cui, alla parata trionfale dell’imperatore che crede di essere vestito di un abito così raffinato da avere la proprietà di essere invisibile agli stupidi e agli inetti e che quindi nessuno osa ammettere di non vedere, un bambino alza il suo grido innocente e senza vergogna: “Il Re è nudo!” Eppure, anche davanti all’evidenza l’Imperatore mantiene il suo cipiglio fiero e non ammette di essere stato ingannato.

Morale della favola, queste novelle sono belle perché parlano a noi con la voce di quello stesso fanciullo. Il Re è nudo. Perché ai bambini non regaliamo invece la gioia, la fiducia nel mondo?
Lo so, il mondo è un brutto posto ed è abituato da una razza stupida, la natura è matrigna come una strega cattiva, noi siamo soli e spesso ci sentiamo diversi dagli altri, però, almeno ai più piccoli, prima di andare a dormire, non possiamo donare un momento di serenità?

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