28 febbraio 2019

Visita a Poggioreale a cura di Eleonora Forenza


Domenica 24 febbraio mi sono recata in visita presso i padiglioni Firenze, Milano, Avellino e Genova del carcere di Poggioreale a Napoli. Ero assieme a Sandra Berardi, presidente dell’associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus, che da lungo tempo collabora con me nel percorso di visite delle strutture penitenziarie e denunce delle gravi carenze del sistema carcerario italiano. Abbiamo visitato Poggioreale dopo le tante segnalazioni del movimento Ex detenuti Organizzati, in particolare a seguito degli ultimi tragici eventi come l’assurda morte di Claudio Volpe e dopo le mobilitazioni dei detenuti del padiglione Firenze.
Dalla visita, sebbene parziale, abbiamo riscontrato condizioni strutturali assolutamente inadeguate, soprattutto sotto il profilo igienico-sanitario. Ad esempio, ad eccezione del padiglione Genova, che è stato oggetto di recente ristrutturazione ed adeguamento funzionale, con i servizi sanitari separati tra loro e dalla zona letto, nelle celle e cameroni degli altri padiglioni (che arrivano a contenere fino a 10 persone) le cucine sono ricavate in un spazio angusto, che in origine avrebbe dovuto rappresentare l’antibagno.
Attualmente a Poggioreale sono recluse circa 2.400 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 1659, prevalentemente in media sicurezza, di questi 180 detenuti in Alta Sicurezza 3 (padiglione Avellino).
Nel padiglione Firenze sono collocati i detenuti al primo reato e quelli che non sono entrati in carcere nei 10 anni precedenti al nuovo reato. I cameroni vanno da 4 a 10 posti letto, prevalentemente disposti su letti a castello, sovente fino a tre “piani”. Questa situazione, a nostro parere, non rispetta i parametri minimi di 3 mq a detenuto, stabiliti dalla sentenza Torreggiani della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nel caso di Poggioreale dovrebbe essere preso in considerazione un altro parametro vitale, ovvero la cubatura dei vani detentivi, che in questo caso non appare sempre rispettato.
I letti a castello a tre piani, per forza di cose, sono poggiati alla parete dove sono posizionate le finestre impedendone l’apertura e, di conseguenza, è impedita una corretta areazione, fondamentale in presenza di 8-10 persone in uno spazio che varia dai 18 ai 25 mq. Il corredo e il mobilio fornito appare visibilmente deteriorato, le pareti e i soffitti sono pieni di infiltrazioni e muffe.
Nelle scorse settimane i detenuti hanno portato avanti una battitura ad oltranza per denunciare la mancanza di acqua calda, le gravi carenze e ritardi sanitari, il caro vitto e il sovraffollamento ormai cronico. Dalle testimonianze raccolte, e dall’organizzazione dei cameroni riscontrata, emerge che la possibilità di usare l’acqua calda è assai limitata. In alternativa, i detenuti riscaldano l’acqua con fornellini da campeggio.
L’eccessiva promiscuità di soggetti con le più disparate patologie e disabilità, in assenza di condizioni igienico-sanitarie ottimali, fanno di Poggioreale un moderno lazzaretto.
Il ricorso massiccio alla custodia cautelare in carcere e la progressiva limitazione delle misure deflattive e alternative hanno determinato l’attuale stato di sovraffollamento. Al 31 gennaio scorso si contano oltre 60.000 persone detenute in Italia. Tale condizione è peggiorata anche per la mancata implementazione delle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) al posto degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) e dalle ultime leggi sulla “sicurezza” che hanno portato in carcere migliaia di persone per piccoli reati. A questi si affiancano le centinaia di persone che si ritrovano a scontare con la detenzione residui di pena o pene minime (al di sotto dei tre anni ma anche meno) a distanza di molti anni dalla commissione del reato, rendendo difficile immaginare un rischio di reiterazione del reato o di fuga.
Come spesso ci succede, purtroppo, abbiamo incontrato numerose persone con patologie psichiatriche e disabili. Queste categorie non sembrano ricevere l’assistenza adeguata e spesso sono affidati alle cure del “piantone”, che assiste senza sosta anche più di un disabile o anziano per 3/400 euro al mese. Il piantone, o “assistente alla persona”, viene letteralmente sfruttato per sopperire alle carenze croniche e strutturali del sistema carcerario.  
Ai detenuti con problemi psichiatrici, anche gravi e pertanto incapaci e/o a ridotta capacità di intendere e di volere, o con personalità tendente all’autolesionismo, le diverse terapie a dosaggio vengono consegnate in una unica soluzione, lasciando quindi nelle disponibilità del malato psichiatrico una quantità spropositata e pericolosa di farmaci.  
Tralascio in questa sede di elencare la criticità dei ritardi nell’erogazione delle prestazioni mediche specialistiche, del ruolo della magistratura di sorveglianza o dell’area educativa perché ormai le ritengo problemi strutturali del sistema penitenziario, riscontrati in praticamente tutte le strutture visitate sinora.
Per il carcere di Poggioreale tuttavia chiedo pubblicamente, e chiederò ufficialmente, che intervenga immediatamente il Garante Nazionale e il Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura e dei trattamenti inumani e degradanti, con una ispezione approfondita.

Eleonora Forenza  

27 febbraio 2019

Giuliano l’Apostata: l’ultimo pagano a cura di Angelo Ivan Leone

Giuliano l’Apostata: l’ultimo pagano
a cura di Angelo Ivan Leone


Giuliano vede nel cristianesimo una delle cause principali della decadenza dell’Impero: trova infatti riprovevole che una setta giudaica, emarginata dagli stessi giudei, si arroghi il diritto di disprezzare la cultura atavica, fautrice dell’unità del mondo classico e responsabile del buon funzionamento dell’Impero: la nuova religione ha permesso a Costantino e ai suoi discendenti di legittimare i loro omicidi, ha destabilizzato la classe aristocratica con la sua predicazione di povertà e ha introdotto il terrore e il senso di colpa nella vita quotidiana.
Giuliano è consapevole che l’antica religione non potrà tornare a prevalere su un’organizzazione come quella cristiana; la soluzione è imitarla.  I suoi proclami saranno sempre volti al contenimento pacifico del cristianesimo, a cui è fatto divieto di proselitismo.
Dimostra grande tolleranza, preoccupandosi spesso di controllare che non venga fatta violenza ai cristiani nelle province dell’impero. Lungi dal voler convertire i cristiani, chiarisce più volte il suo desiderio di lasciare ai cristiani libertà di coscienza.A Cirillo dobbiamo anche l’epiteto di ‘Apostata’ con cui Giuliano passò alla storia.

25 febbraio 2019

Hanno invaso la Svizzera di: Massimo Bernardi


ISBN: 978-88-6881-357-4

Hanno invaso la Svizzera

di: Massimo Bernardi

Introdotta da tre pagine scritte da nientedimeno che Dino Buzzati, direttamente dall’aldilà, questa singolare raccolta di racconti si divide in due parti: The bright side of the moon e The dark side of the moon, rispettivamente il lato luminoso e quello oscuro della luna. L’autore si lascia andare, avvolto dalla luce della luna, a racconti onirici in cui regnano un delizioso nonsense e una rassicurante assenza di nessi logici. Riflette, poi, sui modi assurdi nella loro banalità con cui le persone possono sparire senza lasciare tracce e sulla presunta casualità con cui la vita ci pone davanti a strani simboli, segnali o coincidenze. Il lato buio della luna, invece, porta l’autore ad abbandonarsi all’introspezione, lasciandosi sfuggire impressioni fugaci o abbagli, allucinazioni e urla silenziose, in un dialogo interiore intenso e confuso.
€ 15,00 



1951-1961: fu vero miracolo? A cura di Angelo IVan Leone

1951-1961: fu vero miracolo?


Il miracolo economico italiano del decennio 1951-1961: fu vero miracolo?


Negli anni che andiamo ad analizzare avvenne in Italia quello che è passato alla storia con l’espressione ridondante e ampiamente retorica di “miracolo economico”. Il processo storico inerente a questo supposto e ampiamente pubblicizzato “miracolo”, che comunque garantì l’impetuosa crescita del Paese tanto da spingerlo stabilmente nelle prime posizioni delle potenze industriali, è stato ampiamente studiato e dibattuto e non è certo questa la sede in cui ripercorrere le “mitiche” gesta di quegli anni.
Quello che, invece, ci interessa mettere in luce, perché riguarda il nostro oggetto di studio, è che nelle nostre contrade questo tanto decantato miracolo non avvenne. Esso si concentrò sostanzialmente nel famoso e, per certi versi, famigerato, triangolo industriale: Genova − Torino − Milano.
A Bari, infatti, “gli anni Cinquanta vedono l’economia cittadina ripiegare su stessa, estranea ai nuovi centri dell’economia internazionale – sempre più europei e meno mediterranei – e privata dalla guerra fredda dei familiari e più prossimi mercati adriatici e mediorientali”.
Le terre del sud furono il serbatoio della manovalanza che permise a questo triangolo industriale di crescere e svilupparsi così tanto da far sì che il Nord-ovest fosse, ancora più stabilmente, il cuore pulsante e produttivo del Paese.
La classe dirigente di allora, infatti, che quasi subì questo processo di enorme trasformazione sociopolitica oltre che economica, malgrado tutte le grandi opere messe in cantiere con roboanti annunci – dalla Cassa del Mezzogiorno, alle opere pubbliche per il sud, a tutti i piani che periodicamente venivano annunciati per il meridione, a cominciare dalla mitica e fallimentare “riforma agraria” – non ostacolò affatto l’enorme processo di emigrazione che avvenne in quegli anni. Questo avveniva anche perché gli stessi fondi destinati a questi progetti avevano cifre a mezzo tra l’essere inadeguate e l’essere irrisorie.

“Per tutti gli anni Cinquanta i finanziamenti pubblici, in Puglia, Basilicata e Calabria erano inferiori, in ciascuna di dette regioni, a quelli destinati al solo territorio comunale della città di Napoli”

Pertanto si assistette all’enorme fenomeno dell’immigrazione, dai caratteri quasi biblici, che perdurò fino alla fine degli anni Sessanta, assestandosi durante il decennio successivo e non trovando fine nemmeno dagli anni Ottanta ai nostri giorni, nostri giorni compresi. Ovviamente, il carattere dell’emigrazione meridionale ha subito e subisce delle trasformazioni necessarie e connaturate allo stesso processo storico.
Negli anni che stiamo analizzando, scappavano dal sud le braccia per rendere forte il “boom economico” del nord, oggi, invece, scappano via i cervelli che vanno ad arricchire e a rendere grandi non solo le città del nord Italia, ma quelle del nord Europa e del resto del mondo.
Alla nostra terra è dato, ora come allora, un solo grande e univoco destino: l’emigrazione. Il processo di emigrazione, parlando più specificatamente della nostra regione, fu tanto grande da rendere ancora oggi la capitale “morale”, oltre che economica d’Italia, ovverosia Milano, la più grande città pugliese della nazione. Un primato che il capoluogo lombardo detiene tuttora.


20 febbraio 2019

ARTE di Miriam Ballerini

ARTE di Miriam Ballerini

Ogni giorno scopro in rete nuove polemiche o nuovi metodi per far sì che le persone perdano tempo su chiacchiere sterili e inutili.
Una di questa è stata il fatto che, a quanto pare, chi fa l'operaio è un lavoratore, chi pratica una qualsiasi forma di arte, è uno che fa finta di lavorare.
Credo di essere la persona giusta per dipanare questa matassa: dal 1987 al 1992 ho lavorato in fabbrica come operaia tessile. Successivamente ho lavorato per sei anni in un bar come donna delle pulizie.
Ora, sono una scrittrice professionista, iscritta all'albo e continuo nel mio ruolo di casalinga.
Trovo che, adesso, sia nata questa nuova arte: quella di voler a ogni costo imbruttire la vita delle persone.
La differenza tra esseri umani e animali sta nella nostra creatività, nella nostra manualità, nella nostra fantasia.
Cosa sarebbe il nostro mondo senza quelle persone che hanno studiato filosofia, per riflettere sulle nostre azioni?
Oppure senza tutti coloro che hanno raccolto il materiale storico per farci sapere da dove arriviamo, facendo in modo che ci fosse uno strumento per evitare gli errori del passato?
Cosa sarebbe la nostra vita senza quei monumenti che sono rimasti a testimonianza del passato? I quadri come la Gioconda, solo per citarne uno? “La pietà” di Michelangelo?
Canzoni come “Imagine” di Jhon Lennon? Libri nei quali vivere storie, camminare su suoli diversi dal nostro?
Anche trasmissioni che sappiano riempire il nostro sacco vuoto di nozioni.
Dietro ogni penna, pennello, macchina da presa, macchina fotografica, scalpello... c'è un uomo che, con la sua arte, ha saputo rendere grande un momento.
Come un muratore che ci lascia la casa che ha costruito, anche un artista ci lascia un mattone, un piccolo forato che ha estratto dalla sua anima per abbellire il mondo.
Ognuno di noi nasce con un talento, il peccato mortale è non sfruttarlo. Anche un operaio, e io ne sono la testimonianza, può avere in sé il tocco per fare qualche cosa di diverso. Lavorare non è denigrarsi o valere meno. Ma non lo è nemmeno dare forma alle proprie passioni e metterle al servizio degli altri.
Non lasciamo che questo modo di pensare così svilente nei confronti dell'altro prenda piede. Perché la nostra vita, senza un qualcosa di unico, sarebbe davvero spenta.
Ci sono state date le mani per lavorare, per creare; il cervello per pensare, per riempirlo di ogni stimolo che questa vita ci offre. Chiudere i battenti alle possibilità ha come unico fine quello di fare del male a noi stessi.

© Miriam Ballerini

19 febbraio 2019

UN SOGNO NELLA STORIA: IL MOS MAIORUM a cura di Angelo Ivan Leone

UN SOGNO NELLA STORIA: IL MOS MAIORUM
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur
La prima crisi che fu la causa scatenante della fine dell’impero romano fu quella crisi della morale che Roma subì subito dopo la presa di Cartagine e che un libro di storia ultimamente da me utilizzato chiamava, molto pertinentemente: il prezzo dell’impero. Il mos maiorum latino che incontrò la cultura greca e ne venne travolto, di qui la famosa frase di Orazio: Graecia capta ferum victorem cepit.
Allo stesso modo adesso siamo e stiamo vivendo una crisi valoriale che data almeno dalla fine della seconda guerra mondiale e che ha portato all’americanizzazione della nostra società. Tutte le altre crisi: quella politica, religiosa, per finire con quella economica attuale sono da riportare a quella nostra primigenia crisi di valori, usi e costumi che l’immortale Rousseau, quello vero, non quello dei grillini, ci ammoniva essere, già secoli fa: “le più sacre delle leggi di un popolo”.

18 febbraio 2019

RICORDO DI DON ANTONIO GOLIA Nella biografia di Don Paolo Pataro: Un prete, un uomo, un dono! a cura di Giuseppe Domenico Nigro

RICORDO DI DON ANTONIO GOLIA
Nella biografia di Don Paolo Pataro: Un prete, un uomo, un dono!

È bello rileggere la biografia di Mons. Antonio Golia (1942-2003), redatta da Don Paolo Pataro, prete intellettuale; basti citare, tra le sue opere: “Poiesis” (2012) e “Più parola, meno parole”, una raccolta di sermoni. Don Paolo con occhio platonico si affaccia su questa figura di Don Antonio che si perde nelle reminiscenze infantili. La biografia (Un prete, un uomo, un dono! uscita a Lagonegro nel 2013), è un raccontarsi nell’anima, di quella figura che si erge nei mistici veli del cuore, come una figura che emerge, un Cristo velato. “Recordare” d'altronde significa riportare al cuore: si ricorda ciò che si è amato. È un giovane che guarda al padre. Don Antonio volle essere sacerdote, «Volle essere sacerdote e il suo sacerdozio fu martirio di testimonianza umile e amorosa alla Chiesa di Dio, intensamente vissuto per buona parte della sua vita a Rotonda, questa piccola porzione di mondo che ho il privilegio di poter chiamare: “mia casa, mia patria, mio tutto!”». E lo fu per ben 33 anni a Rotonda, centro della Lucania sconosciuta, tendente verso la Calabria. La vita di don Antonio è semplice, non ricca di avvenimenti esteriori, ma interiori. Don Paolo ripercorre la vita del parroco, la quale affonda le sue radici nella civiltà contadina, civiltà che è stata volutamente distrutta, ma che si ricorda sempre con profonda nostalgia: «Bastava un fico secco – quando c’era – mi raccontavano gli anziani, bastava magari solo una camminata con la propria innamorata (cosa a quei tempi molto ardua in verità …), sotto lo sguardo attento e vigile di un parente prossimo, mangiano castagne secche. Oggi invece – fateci caso – i nostri giovani paiono sempre più tristi, seri. a questo stato di cose non sfuggivano Vincenzo ed Angela Golia …, buoni genitori del “Nostro”». Leggete Levi, “Cristo si è fermato ad Eboli” e non vi scorgerete forse questa struggente nostalgia che si va perdendo nel Totalmente Altro, in quel Deus sive Natura di spinoziana memoria? Ed anche di questi tempi, così difficili quei tempi, invece, idilliaci dello stato di natura, tanto esaltato da Rousseau, quei tempi in cui Adamo passeggiava con Dio nell’Eden, il giardino del mondo, quei tempi … vengono sempre ricordati con illuministica nostalgia, come i Saturnia Regna. La Lucania sconosciuta dei viaggiatori del sette-ottocento ha avuto la fortuna di conservare queste arcadiche connotazioni ancestrali di questa civiltà primitiva. Non è un caso che gli antropologi, i sociologi, da De Martino a Banfield si recassero tutti qui. Il “familismo amorale” ci sembra però un conio diffamante. Non aveva capito che la famiglia è tutto! La tribù è tutto. uccidimi e gettami trai miei! Vedete oggi la società senza famiglia: che fine farà? Rileggiamo in Levi il desiderio di tornare sui luoghi del confino. Come tornare in un campo di concentramento? È forse frutto di una contorsione di un complesso attrattivo tra vittima e carnefice? Volete capire la vera natura di Matera? Non dovete guardarla oggi, che è nel trionfo di Capitale della Cultura, ma guardate al film di Pier Paolo Pasolini: “Il Vangelo secondo Matteo!” Quella è la vera Matera! E stranamente ancora sempre dietro appare un Cristo velato, come il Cristo di Carlo Levi e di tutti i confinati. La Lucania sconosciuta era quella giungla di Policoro, il gioiello del reame di Napoli. Ma la foresta antichissima di Policoro fu rasa al suolo con la riforma agraria. L’ultimo barone, Berlangieri, l’aveva preservata all’incuria dell’uomo. Ma non ci fu nulla da fare! La figura di Don Antonio, col cuore affaticato, per amore, è la figura del prete semplice e buono, del parroco che è padre di tutti. Non è la figura di un intellettualoide, o di un teologo, ma di un uomo concreto. Il vangelo è prassi, non per fare un torto a Marx, colla sua filosofia della prassi! La madre di Don Antonio, Angela “i Ciurlo”, faceva anche la spigolatrice per campare, come “la spigolatrice di Sapri”. Erano tempi duri. “Ciurlo” - annota Don Paolo - significa persona cui piace bere. Don Paolo è molto innamorato della cultura delle genti nostrane, infatti ha fatto una ricerca su tutti i soprannomi di Castelsaraceno: “Nomi sopra, nomi sotto. Soprattutto soprannomi”. Le nostre parrocchie erano dei seminari, in cui si respirava aria pura, non come oggi, inquinata dal petrolio, ma aria di pura devozione popolare. Pensate che fino al dopoguerra andavano a piedi in pellegrinaggio al santuario di Novi Velia, l’antica Elea, patria di Parmenide, il maestro venerando e terribile di Platone. Quella era la Lucania occidentale che si spingeva fino al Sele e ci è stata strappata! Poi c’era la Lucania meridionale, fino a Crotone: pure quella ci è stata strappata! In cambio ci è stato dato il lembo materano, che è più Puglia che Basilicata! Matera è collegata solo con la Puglia, non con la Basilicata! Don Antonio compiva gli studi prima a Trebisacce, poi al Seminario di Catanzaro, infine approdava presso la Prestigiosa facoltà teologica di Posillipo, retta dai Gesuiti. Don Antonio fu un convinto assertore del tomismo, e come annota il biografo nostro: «sul piano dell’agire, poi, egli realizzava esemplarmente la sintesi tra le virtù umane e le virtù cristiane o teologali». Don Antonio seppe reggere mirabilmente la parrocchia di Rotonda, amato ed odiato - e d'altronde non si può piacere a tutti – in anni difficili di transizione e nella tremenda situazione del terremoto dell’Ottanta e della ricostruzione. Non è facile reggere i nostri paesi, le nostre città. È più difficile fare il sindaco in un nostro paese, o a Potenza, che a Roma. ve lo posso garantire! Immaginate il parroco! Non a caso gli antichi dicevano: “meglio fesso che sindaco”! Vogliamo riportare in conclusione solo la bellissima dedica che il suo figlio spirituale e suo seguace nel ministero sacerdotale, don Paolo Pataro, gli dedica, nella biografia: «Insomma il prete è l’uomo della presenza, colui che – dirà commosso chiunque – c’era e c’è: quando è nato mio figlio, quando è morto mio padre, quando mi sono sposato e quando, immerso nell’azzurro del non senso, attanagliato dal vuoto di un futuro ingombro di cose inutili e di un futuro assolutamente buio, cercavo qualcuno con cui chiacchierar di questo e di quest’altro».

Giuseppe Domenico Nigro

BANKITALIA, L’ORO DI ZIO PAPERONE di Antonio Laurenzano

            
BANKITALIA, L’ORO DI ZIO PAPERONE
                   di  Antonio Laurenzano

In vendita l’oro di Bankitalia? Le riserve auree della Banca d’Italia tornano sotto i riflettori della politica e accendono suggestioni e polemiche. Di forte impatto mediatico la proposta di legge del leghista Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera per “chiarire che le riserve auree appartengono allo Stato, non a qualcun altro, perché non esiste una legge che lo affermi esplicitamente.” Una proposta che nasconde aspetti controversi.
La nostra banca centrale è il quarto detentore di riserve auree al mondo dopo la Fed, la Bundesbank e il Fondo monetario internazionale (FMI): un patrimonio di 2452 tonnellate di lingotti e monete d’oro, di cui solo 1100 tonnellate (poco più del 44%) è in Italia, nei caveau di Palazzo Koch di Via Nazionale, a Roma. Il resto è al sicuro altrove: il 43,29% negli Usa, il 6,09% in Svizzera, il 5,76% nel Regno Unito. Valore stimato a fine gennaio pari a 91,8 miliardi di euro. Un asset importante per la tenuta del sistema finanziario del Paese contro crisi valutarie e rischio sovrano. La sua gestione è vincolata agli indirizzi adottati dal Sistema europeo delle banche centrali (SEBC) e dalla Bce a salvaguardia della politica monetaria unica per la quale la Banca di Francoforte, in base al Trattato sul funzionamento dell’Ue, ha il compito di “detenere e gestire le riserve ufficiali” dei Paesi aderenti all’Eurozona che quindi non ne hanno la libera disponibilità.     
Una lettura del Trattato poco gradita a chi guarda alle riserve auree di Bankitalia come a una possibile soluzione di emergenza ai problemi dei conti pubblici. Usare cioè le riserve per evitare una manovra correttiva e scongiurare l’aumento dell’Iva nella Legge di bilancio del prossimo anno. Vendere parte dell’oro per incassare 15-20 miliardi di euro e allontanare i fantasmi di un pesante deficit di bilancio con i relativi problemi di mercato. La proposta di legge di Borghi, al vaglio del Governo, è generata dal rallentamento dell’economia che influirà sugli impegni della maggioranza di rispettare le stime crescita/deficit e le promesse sulla tenuta dei conti pubblici.
Nessuno assalto alla diligenza, assicurano a Palazzo Chigi, nessuno attacco a Bankitalia la cui governance è stata in questi giorni più volte delegittimata per la mancata vigilanza sui crac bancari degli ultimi anni. Ma cosa nasconde il richiesto azzeramento dei vertici della banca, la sua discontinuità di azione? Nasconde forse l’inquietante insofferenza della sua indipendenza, il disegno di un ritorno sotto l’ombrello del Tesoro per renderla funzionale al “piano B” dei sovranisti di casa nostra: uscire dall’euro, nazionalizzare il debito svalutandolo nella nuova moneta. Fantapolitica o, con gli scongiuri del caso, il folle disegno di riportare indietro nel tempo le lancette della storia economica italiana? Azzerare cioè gli effetti della moneta unica e quelli del divorzio fra Tesoro e Bankitalia, sottoscritto nel luglio 1981 da Andreatta e Ciampi, per avere mani libere nella politica monetaria. La Banca d’Italia, per contenere l’inflazione, fu liberata dall’obbligo di comprare i buoni del tesoro rimasti invenduti sul mercato per finanziare, con emissione di nuova moneta, il disavanzo. Si vuole ora replicare, fuori da ogni vincolo europeo, per garantire un “quantitative easing” alle finanze pubbliche, surrogando quello europeo di Draghi, in scadenza.
E’ il passato che ritorna … nel nome del cambiamento! Sarebbe un’operazione scellerata, espressione di una politica economica sull’orlo del precipizio che rischia di consegnare il futuro dell’Italia alle speculazioni del mercati e ai ricatti dei poteri forti.         

15 febbraio 2019

Il giorno dell’infamia. L’8 settembre del 1943, l’Italia firmò l’armistizio con gli Alleati di Angelo Ivan Leone



Il giorno dell’infamia. L’8 settembre del 1943, l’Italia firmò l’armistizio con gli Alleati

L’8 settembre del 1943, l’Italia firmò l’armistizio con gli Alleati e la notizia venne divulgata al popolo con il famoso proclama del maresciallo Badoglio:
“Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.
L’ultima frase rappresentava tutto ciò che quella monarchia con le ali ai piedi si lasciava alle spalle fuggendo da Roma. I tedeschi diventarono padroni quasi senza colpo ferire di tutta l’Italia centro-settentrionale, mentre il giorno 10 il tremebondo re Vittorio Emanuele III sbarcava a Brindisi, a bordo dell’incrociatore Scipione l’Africano, dal quale scese per interrogare lo stupefatto ammiraglio della base marina, con queste testuali parole: “Ci sono tedeschi a Brindisi?”. “No, maestà” gli rispose l’ammiraglio sbigottito. “Ci sono inglesi?” lo incalzò la reale voce. “No, maestà” gli ripeté il militare. “Chi comanda allora?” lo interrogò il sovrano. “Comando io” rispose l’ammiraglio. “Bene, andiamo” fu il laconico commento di Vittorio Emanuele III.
In quei giorni, il Paese, rappresentato purtroppo da siffatti personaggi, perse non solo la guerra, ma anche la faccia. Il crollo della credibilità delle istituzioni rappresentò un’insperata fortuna per lo strisciante separatismo siciliano, incarnato dal Mis, che ora si ergeva come vero governo siculo, pronto a trattare da pari a pari con chiunque e soprattutto con gli anglo-americani. In questo generale sfacelo, la mafia ebbe gioco facile ad attribuirsi molta più importanza e molti più “meriti” di quelli che in realtà aveva.
È bene ricordarlo, ma mai come nei momenti di generale marasma sociale, come appunto furono quelli che seguirono l’infausta data dell’8 settembre, molti cercano di appoggiarsi a chi deteneva un potere, qualunque esso fosse, pur di averne beneficio in termini di sicurezza. Nell’operazione Husky, così come venne definita in codice l’invasione della Sicilia da parte degli anglo-americani, la mafia giocò, malgrado le apparenze e le mitologie da essa stessa costruite, il solito ruolo infame e secondario fin dalla nascita assegnatole. Il problema non sta tanto, purtroppo, nello stabilire ciò che è vero e ciò che è verosimile, anche se questo ha un’indubbia importanza ai fini della ricerca storico-scientifica, ma quanto nel fatto che il popolo ha riconosciuto alla mafia un potere che è stato, in seguito, legittimato dalla classe politica non americana o anglo-americana, ma italiana. Scaricare la responsabilità che la mafia è diventata quello che sappiamo sulla miope, al massimo, amministrazione anglo-americana è un gioco meschino e vigliacco al quale non ci prestiamo.

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...