20 marzo 2018

SCHOPENHAUER E MAMMA VOLONTÀ Come le madri rovinano i figli … di Vincenzo Capodiferro


SCHOPENHAUER E MAMMA VOLONTÀ
Come le madri rovinano i figli …

Soffermiamoci solo su una data per argomentare il nostro discorso: 20 aprile 1805. Muore il padre di Arthur Schopenhauer Heinrich Floris: morte per incidente, ma si paventa l’ipotesi di un suicidio per l’insofferenza verso la moglie Johanna Henriette Trosiener. È una donna vivace, amante dei salotti, scrittrice di romanzi. Ha un carattere forte, energico: testarda verso il marito, possessiva verso il figlio. Probabilmente il giovane Arthur non le ha mai perdonato questo fatto. Litigava spesso con lei. Vero è che da buona salottiera è lei ad introdurlo negli ambienti romantici e ad avviarlo allo studio della filosofia, ma Arthur aveva fatto una promessa al padre, di seguire l’azienda. E lo fece per un po’. Aveva solo 17 anni: il fior fiore dell’adolescenza. Quale forte disagio dovette provocare questo evento traumatico sul cuore del giovane talento! Veniamo a noi: chi può rappresentare la Volontà se non la personificazione e la trasposizione di Henriette, la mamma di Schopenhauer? Una forza cieca ed irrefrenabile, deterministica, totalmente irrazionale: questa è un’immagine perfetta della madre. Un po’ come Leopardi: anche lì la Natura diviene la trasposizione della madre, come abbiamo sostenuto già in un piccolo saggio presentato appunto su Insubria Critica, alla quale siamo molto affezionati. La madre fa morire il padre, non guarda in faccia a nessuno. Carattere fondamentale di questa donna è proprio il vitalismo, “la brama di vivere”. Immaginate un giovane adolescente? Vede il padre morto! non sa come è morto! Forse suicida! Per problemi economici? Per problemi di insofferenza verso la sua amata? Quanto dolore ha dovuto subire il giovane Arthur! Tanto da fare del dolore l’essenza stessa della vita! «Tra il volere e il conseguire trascorre intera ogni vita umana. Il desiderio è, per sua natura, dolore; il conseguimento genera tosto sazietà; la meta era solo apparente: il possesso disperde l’attrazione, sotto una nuova forma si presenta il desiderio, il dolore; se no, ne segue monotonia, vuoto, noia, contro di lui la lotta è altrettanto penosa, quanto contro il bisogno» (“Il Mondo”, IV,57). È la famosa legge del pendolo: «Fra dolore e noia viene qua e là rimbalzata ogni vita umana». E chiedendosi da ove Dante avesse potuto trarre la materia del suo “Inferno”, Arthur risponde: - Donde? Se non da questo mondo? Guardate ai gradi di oggettivazione della Volontà: dalla Natura all’uomo, in pratica tutto! La Volontà è l’immagine della madre onnipossente, onniveggente. L’odio di questo giovane per la madre lo notiamo soprattutto in due aspetti: 1) il ripudio della procreazione. L’amore non fa altro che promulgare il dolore. Non fate figli. Li condannate al dolore! Beato chi nasce e muore! 2) Il rifiuto del suicidio. Chi si suicida fa il gioco della Volontà. Cioè in altri termini: fa il gioco della madre. Papà non suicidarti! Faresti il gioco della mamma! È Molto evidente la correlazione tra mamma e Volontà. Una madre impulsiva, aggressiva, invadente, non guarda in faccia a nessuno, una furia. Come liberarci da questa Volontà? Le vie di liberazione dal dolore, esposte nella seconda parte del “Mondo come Volontà e Rappresentazione”, altro non sono che vie di liberazione dalla madre. La Rappresentazione è il Padre, la parte razionale, ma un nulla, cioè un’illusione, un Velo di Maya rispetto alla Madre: «Ogni rappresentazione, di qualunque specie essa sia, è fenomeno. Cosa in sé, invece, Essa è l’intimo essere, il nocciolo di ogni singolo, e egualmente di tutto; essa appare in ogni cieca forza della natura; essa anche appare nella meditata condotta dell’uomo. La gran differenza tra la forza cieca e la meditata condotta tocca il grado della manifestazione, non l’essenza della Volontà che si manifesta» (“Il Mondo”, II,21). Tutte le vie di liberazione (arte, compassione, giustizia, ascesi) sono tutte vie di liberazione dalla madre, e il processo culmina nella Noluntas, cioè la negazione totale della madre, e quindi della propria essenza, proprio come accade nel processo negativo dell’ultra-oltre-umanesimo nietzschiano: «All’uomo non basta più di amare altri come sé stesso e fare per essi quanto fa per sé; ma sorge in lui un ribrezzo per l’essenza di cui è espressione il suo proprio fenomeno, per la volontà di vivere, per il nocciolo e l’essenza di quel mondo conosciuto come pieno di dolori» (“Il Mondo” IV,68). In Leopardi la madre è la Natura, in Schopenhauer è la Volontà. In entrambi i casi la madre provoca il dolore dei figli. In Leopardi ci si difende dal male colla social-catena dei figli contro la madre, in Schopenhauer con la castità assoluta, cioè con l’astensione da ogni rapporto sessuale colla donna, vista come simbolo del male. Le donne perpetuano colla maternità il dolore del mondo nella prosecuzione della specie. L’uomo non è l’animal politicum, o l’animal rationalis, ma l’animal dolens, l’homo homini lupus di Hobbes. L‘animale, pur provando dolore, non è cosciente di esso: «Giammai tedio non provi» poeta Leopardi, rivolgendosi al gregge. L’uomo, invece, è un animale particolare, l’unico, dove – dice Kierkegaard – il singolo è superiore alla specie. È questo il guaio. Egli è l’ultima creazione di questa crudele mamma Volontà: una creatura che è il dolore vivente. La Noluntas e chi la raggiunge? Non certo il giovane Arthur, che nella sua vita si abbandonò ai più sfrenati piaceri, per dimenticare la madre. Il Nirvana buddista non c’entra niente, è solo un appoggio per indicare un Limbo senza madri, l’unico paradiso che emerge nel chiaramente offuscato misticismo ateo schopenhaueriano.

Vincenzo Capodiferro

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