01 marzo 2017

GIACOMO ED ADELAIDE L’interpretazione della Natura leopardiana come personificazione della madre- a cura di Vincenzo Capodiferro

GIACOMO ED ADELAIDE
L’interpretazione della Natura leopardiana come personificazione della madre

La Natura madre e matrigna non è altro che la personificazione della madre di Giacomo Leopardi, Adelaide Antici. La condizione familiare infuisce variamente sulla formazione del giovane Leopardi. Il padre, Monaldo è un erudito, possiede una ricchissima biblioteca. La madre, la marchesa Adelaide Antici, con un marito scialacquatore, prende in mano l’amministrazione familiare, che conduce con una marcata rigidezza. Lo zio Carlo Antici, era uomo colto, ma reazionario. A 15 anni il ragazzino aveva già studiato un sacco di libri, imparato lingue, avviato gli studi in filologia. Perché? Il giovane cercava una risposta al profondo dramma familiare. Il pessimismo cosmico e storico di Leopardi in verità non è altro che il riflesso del pessimismo e dell’angoscia della sua infanzia. La vita dell’universo è un continuo ciclo di produzione e di distruzione. A nulla vale rimproverare la Natura, madre e matrigna. A nulla vale chiedersi il perché dell’infelice vita dell’universo. L’essere delle cose ha come unico obiettivo il morire, mentre la Natura rimane intatta, indifferente alla sorte dei singoli. Sul fondo di questo assoluto pessimismo è vana la pretesa dell’uomo di poter sfuggire all’infelicità: «piacer figlio di affanno». Il fondo naturale dell’umore del giovane è il dolore: gli unici momenti di piacere derivano dalla fatica, cioè da uno sforzo. Si rivela un giovane depresso, angosciato. Nel “Dialogo della Natura e di un islandese” l’abitatore delle regioni ghiacciate, alla vana ricerca di un luogo più confortevole, deve constatare l’indifferenza della Natura alla vita dell’uomo e l’irragionevolezza delle proprie rimostranze. Come non vedere nell’abitatore dei ghiacci Giacomo e nella Natura la madre Adelaide? Il ghiaccio è sinonimo di freddo di un amore glaciale, di un odio covato dalla madre nei confronti del figlio. Nello “Zibaldone” abbiamo una testimonianza indiretta della madre. Non è il caso di riportarla. È una madre possessiva che odia i figli. Voi immaginate cosa il povero Giacomo avesse dovuto subire da questa madre-padrona, donna-domina, sadica, una Medea, che esclama, come in Euripide: «non consegnerò mai i miei figli al ludibrio dei miei nemici. Devono assolutamente morire: e se è così, sarò io, che li ho messi al mondo, ad ucciderli». Così in quella descrizione la madre odia talmente i figli che preferisce che muoiano, pur di non farli cadere tra le mani dei nemici, cioè tra le tentazioni del mondo, che dannano l’anima. La madre esalta il figlio malformato: il “gobbo di Nôtre Dame”!. Meglio nascere malformato che cadere tra le grinfie del mondo. O secondo il canone giansenista: beato chi nasce e muore! C’è un risvolto quasi comico del tragico destino dell’uomo: di essere vittima della sua stessa aspirazione alla felicità. La stoltezza ti porta ad abbandonare le belle immaginazioni della fanciullezza ed ad accogliere le vanità dell’intelletto. Un altro esempio del dialogo interiore tra Giacomo e la madre lo ritroviamo nel “Dialogo della Natura e di un’anima”: qui la Natura rimprovera l’anima: sii grande ed infelice! - rivelando la contraddizione tra grandezza ed infelicità. È la madre che rimprovera il figlio di essere famoso, grande. Prova quasi un senso di invidia verso di lui, che pur essendo malformato è riuscito con la poesia e l’arte a diventare un grande. Pensate che questa madre vieta al figlio perfino di scriverla. Riprendendo i testi si avverte profondo sotto le righe questo senso di angoscia che prova il giovane Giacomo, oppresso dalla madre. Lo ritroviamo ne “Il passero solitario”, dove il poeta echeggia: «quanto somiglia/ al tuo costume il mio!», molto diversamente dal nido pascoliano. Sollazzo e riso, cioè divertimento e piacere sono lontani da lui. Non a caso il poeta usa il termine “famiglia”: «Dolce famiglia dell’età novella» e si sente quasi «romito e strano» al suo luogo natio, cioè alla sua famiglia stessa. Lo rivediamo ne “L’infinito” ove l’”ermo colle” rappresenta il seno materno che occlude lo sguardo. Anche qui la dolcezza del naufragio, indica l’angoscia traumatica del rapporto materno che si protrae all’infinito come un mare che circonda la sua anima e lo annega. Il bambino prova una terribile sofferenza già venendo al mondo, in quanto deve uscire dal grembo materno con molti sforzi e questa situazione traumatica, che si profila all’inizio della vita extra-uterina, imprime il suo sigillo proprio nell’esperienza dell’ansia. La radice indoeuropea di questo termine non a caso è “ang” - in latino “angustia” - ed indica appunto un posto stretto, una porta stretta. Lo dice lo stesso poeta in “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: «Nasce l’uomo a fatica,/ ed è rischio di morte il nascimento./ Prova pena e tormento/ per prima cosa: e in sul principio stesso/ la madre e il genitore/ il prende a consolar dell’esser nato». Il bambino odia il genitore dello stesso sesso e questo finisce per generare il sentimento di colpa. La noia è il sentimento dominante. Il poeta trasferisce la propria esperienza nella situazione del pastore che percorre i deserti, mentre la Luna, cioè la madre, è sempre là, nel suo io, a tormentarlo. Questo poeta-pastore passa infatti sempre in giro, da Recanati, a Roma, da Firenze a Napoli. La descrizione della Luna, “silenziosa”, “pensosa”, etc. è quella della madre triste, depressa, malata. La luna, come la madre è impenetrabile, di qui la domanda senza risposta: «Che fai tu luna in ciel? Dimmi che fai». Sarebbe come dire: perché mamma sei così, sempre triste, perché? Che hai? Il pastore invidia il gregge, perché “giammai tedio non provi”. Meglio sarebbe stato nascere come un animale, che come un uomo! La colpa edipica in Giacomo la possiamo avvertire in “A Silvia”, l’emblema dell’amore morto, incompiuto, impossibile. Si sa che il giovane si innamora di figure simil-materne. E ne “La quiete dopo la tempesta” si scorge ancora la breve calma dopo gli attacchi isterici della madre: «Pene tu spargi a larga mano; il duolo/ spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto/ che per mostro e miracolo talvolta/ nasce d’affanno». Questo è il miracolo della gioia, che può spuntar fuori dal dolore. Quindi c’è uno stato di dolore, e angoscia permanente. Questo tableu umorale così tetro del giovane Leopardi è intervallato da brevi spazi di gioia. Un fenomeno simile avviene nella sublimazione filosofica di Schopenhauer, ma questo merita uno studio a parte. E ancora ne “Il sabato del villaggio”: «Questo di sette è il più gradito giorno,/ pien di speme e di gioia:/ diman tristezza e noia/ recheran l’ore, ed al travaglio usato …». Il “travaglio usato” è l’angoscia quotidiana. La domenica è la giornata che si svolge in famiglia. Anche in questo idillio c’è una rievocazione paterna, quella dell’artigiano lavoratore. Il padre, grande Artigiano, correlato con la madre Natura è presente in vari idilli. Un altro esempio lo abbiamo, ne “La sera del dì di festa”: «Odo non lunge il solitario canto/ dell’artigian, che riede a tarda notte/, dopo i sollazzi al suo povero ostello». La fuga del giorno festivo si ricollega alla longevità del sabato. La correlazione Natura-madre, è presente, ad esempio, in “Alla Primavera o delle favole antiche”: «Vivi tu, vivi, o santa/ natura? Vivi e il dissueto orecchio/ della materna voce il suono accoglie?». Il poeta chiaramente paragona il suono della Natura alla voce materna. E pure nell’”Ultimo canto di Saffo”, il poeta esclama: «Negletta prole/ nascemmo al pianto, e la ragione in grembo/ de celesti si posa». In altri termini: siamo figli nati per piangere, per soffrire a causa di nostra madre. Perche tutto questo? Perché ci è accaduto questo destino? La ragione è trascendente: cioè non riusciamo a spiegarcelo. Ma il carme più significativo, ove si prefigura il rapporto figlio-madre è “La ginestra o il fiore del deserto”. Anche qui è molto chiaro il simbolismo: lo “Sterminator Vesevo” è la madre isterica, la “ginestra” è il figlio che resiste, la social catena, o socialismo contro la Natura è l’unione dei figli contro la madre. Il caso di Leopardi è uno strano caso, come “Lo strano caso di Benjamin Button”, e la madre sarebbe come un “Terminator”. Il fiore del deserto è Leopardi che resiste all’aridità della madre, intervallata da eruzioni di ira. L’arte nasce dal dolore. La poesia nasce dal dolore. Il pessimismo di Leopardi nasce dalla sua vita, dalla sua infanzia perduta, oltraggiata. Così si spiega un giovane ateo, materialista, meccanicista, contro i genitori, invece, religiosi e cristiani. L’unica speranza è la social-catena, nata dalla generalizzazione del dolore. Siamo tutti figli di una madre malefica, che non ha cuore, non ha pietà di nessuno. Anche Kant vede la Natura nello stesso modo e stranamente Kant ha una madre pietista. Giacomo Leopardi, bambino inerme, indifeso, ama la madre, che lo odia, però la sua condizione infantile lo poneva in una situazione di abbandono tra le braccia della madre, che a volta pone il figlio in una situazione di abbandono. La visione della Natura madre, cioè accogliente, e matrigna, respingente è la sublimazione del complesso materno. Il giovane perde ogni fiducia e cerca nello studio la risoluzione dei suoi problemi. Si perde nella biblioteca paterna, è un bambino prodigio. Si rifugia nella filologia, nel materialismo settecentesco: qui trova le sue risposte. È il meccanicismo freddo, insensibile della madre odiante. Poi la poesia diventa il canto del dolore, l’universalizzazione del sentimento ed in questo funge da catarsi: rivelare simbolicamente il proprio tormento libera dai complessi antichi. Solo un giovane così oltraggiato, violentato, può capire appieno il senso della vita. Questo senso gli viene dato da un dolore psicologico che viene universalizzato: diventa il dolore cosmico. Il dolore interiore viene esternato fino al massimo grado. Però da questo male estremo Dio ha potuto trarre il più gran bene: la poesia, l’arte. Leopardi vive in un’atmosfera polare: l’odio è mancanza di amore, il freddo è mancanza di caldo. Torniamo un attimo a questa emblematica figura dell’”islandese”.cosa ha potuto indurre una ,madre ad odiare talmente il figlio? Può capitare - Dio non voglia - o che una donna cade in depressione post partum, o perché odia il partner. Adelaide d'altronde aveva avuto morti premature di infanti, aveva subito il dolore della perdita. Il padre Monaldo è generoso, cioè prodigo, intelligente, disponibile con tutti, un patriota, un buon cittadino. La madre è avara, fredda, acida. Il padre è assente, la madre è onnipresente, la quale aggredisce, divora. Adelaide non sopporta l’atteggiamento scialacquatore di Monaldo. Prende in mano il potere della casa, diventa una matriarca. Giacomo è un figlio che non doveva nascere, che magari avrebbe abortito. È un aborto mancato. L’odio che la madre riversa sul figlio diventa autodistruzione, rinnegamento, disprezzo: non sono più una madre. Cade l’equilibrio felice del rapporto genitore-figlio. Molte madri arrivano a buttare i figli appena nati. D'altronde lo stesso Leopardi nella descrizione di una madre dello “Zibaldone”, riporta una nota molto pungente: i figli costano! Perciò è meglio non averne proprio! Il prototipo padre-madre rappresenta così un dualismo tra due fedi diverse, una improntata alla carità, l’altra al dogmatismo. Contro questo dogmatismo si ribellò lo stesso Kant. Il microcosmo leopardiano passa dal deserto di fuoco, tipico della “Ginestra”, al deserto di gelo, tipico della figura dell’islandese. Il fiume d’arte che sgorga dalle mani di questo giovane è come il filo della tessitrice che dal telaio tira la trama e l’ordito. L’arte è trasfigurazione della Passione. Questa passione del giovane umiliato, crocifisso tutti i giorni, si trasfigura così nell’espressione del sentimento. La Natura è madre e matrigna, cioè madre e non-madre. Giacomo non riconosce più l’identità della madre. Ma la matrigna è colei che fa i figli con un padre diverso: ci sono i figli e i figliastri. Giacomo è simbolicamente un figliastro, cioè non è il vero figlio della madre, non perché non lo è, ma perché, psicologicamente non si riconosce come vero figlio. C’è un’ambiguità profonda nella Natura leopardiana: è la stessa che esprime la doppiezza del rapporto materno. Sfuggono ai lacci della natura solo i figli ribelli, come sfuggono alla madre i figli ribelli: di qui c’è l’esaltazione di Prometeo, anche se “La scommessa di Prometeo” smantella sarcasticamente l’illusione della perfezione del genere umano. Il pensiero leopardiano sembra oscillare tra queste due visioni della madre che lo tormentano: la Natura ora appare benigna, perché fornisce all’uomo l’immaginazione, o perché lo colloca originariamente in un luogo beato, come Dio nell’Eden, o perché essa stessa offre l’inganno, come il velo di Maya di Schopenhauer, ora è maligna, perché indifferente alla sorte dell’uomo. Questa provvede solo alla conservazione della specie, se ne frega della felicità dei singoli. Questa Dea, la Natura, è la personificazione della madre. La colpa della Natura si riversa nella civiltà: qui l’uomo si allontana dalla natura per creare una nuova natura: la Ragione, già celebrata nei Lumi del Settecento. Questa crea infelicità, perché smantella le favole dell’immaginazione. Il piacere, impossibile come realtà attuale, diventa così sempre virtuale, ma fonte di dolore. Il senso dell’abbandono provoca ritrosia, indegnità, indecisione, sconcerto, dinanzi questa madre natura, aspra, selvaggia e forte. C’è in Leopardi questa illusione, già illuministica, una tesi provvidenzialistica per cui Dio, o La Natura, che è la Dea Madre in cui crede Leopardi, pur attraverso l’infelicità dei singoli individui, conseguirebbe la felicità dell’umanità. Questa variante la troviamo nel mito positivo della civiltà moderna, che assicura, se non la felicità degli individui, quella delle masse. Ma è una vana illusione. In Leopardi non c’è la “mano invisibile” di Smith. Anzi questa mano invisibile della natura in Leopardi porta all’infelicità, perché da un lato porta alla conservazione della specie, per cui la Natura sempre tende a questa attraverso l’istinto, per cui il piacere è il mezzo illusorio attraverso cui la Natura propaga la specie, dall’altro lato è stesso la Natura che produce la civiltà, come illusione. Ma la lotta contro la Natura è disperata. Non c’è speranza. L’illusione del piacere come mezzo di propagazione istintiva della specie, cioè come mezzo della Natura, altro non è altro che la condanna mascherata del rapporto sessuale genitoriale. Il figlio condanna l’amore, maledice il rapporto sessuale trai genitori: perché mi avete generato? Perché mi avete condannato all’infelicità? Ma la Natura non se ne frega: il suo scopo è quello di fare i figli. Questi figli sono generati per dovere, non per amore! Questo è il dramma di Leopardi. Anche il mito dell’età dell’oro, cioè della prima infanzia cade: lo vediamo nella filosofia della storia leopardiana, espressa, ad esempio, nella “Storia del genere umano”. Gli uomini prima come fanciulli si pascono di speranze, poi si annoiano per la sazietà della vita e chiedono a Giove la morte. Poi vengono rianimati per volontà di Giove, che li culla con inganni dell’immaginazione. Poi nasce la storia attuale, dominata dal “male di vivere”, dall’incontentabilità, l’infelicità e il fantasma dell’amore. Concludiamo riportando un passo meno noto in cui il poeta paragona gli hegeliani eroi cosmici a pedine della Natura: «Alessandro e cento altri tali sono, secondo la Natura e la fama grandi, secondo la ragione pazzi, e la pazzia, secondo la ragione è sempre piccolezza; che appena può succedere che altri sia grande e faccia cose grandi, s’ei non è signoreggiato dalle illusioni, e che sia stimato grande, se le illusioni non hanno forza in altrui; che quando crescerà l’imperio della ragione, tanto, snervate e diradate le illusioni, mancherà la grandezza degli uomini e dei pensieri e dei fatti» (Dai “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”). All’età degli dei e degli eroi, come crede Vico, succede poi sempre quella degli uomini. Ma poi la storia sempre si ripete. Ma la storia è pura illusione rispetto alla Natura: gli eroi muoiono, ma fanno sempre il gioco della Natura, che è duplice: l’immortalità della specie e l’illusione della civiltà e della ragione, che produce il perenne velo di Maia. La Natura madre e matrigna è la personificazione della madre, Adelaide Antici.


Vincenzo Capodiferro

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