19 febbraio 2016

Poesia civile. “Piangono i Mascheroni”, di Marcello De Santis



Poesia civile. “Piangono i Mascheroni”, di Marcello De Santis

Un mio amico tiburtino, Marcello De Santis, che nella curiosità intellettuale di cui nutre la sua letteratura (in prosa e poesia) ha avuto modo – mi dice – di sfogliare ed apprezzare anche … il Lunario di Vasto, mi ha inviato in lettura una sua composizione in versi elaborata alcuni anni fa, ma che per più motivi conserva una persistente attualità.
Il titolo è
 “Piangono i Mascheroni”, e con evidenza è ispirata al flusso e alla sonorità delle “cento cannelle”della sventurata città de L’Aquila, colpita da terremoto il 6 aprile del 2009, ma già precedentemente nel 1461 e nel 1703.


I detti Mascheroni costituiscono per così dire “le facce” di un sistema idraulico monumentale costruito nei pressi del fiume Aterno intorno al 1272, con aggiunte nel secoli successivi, in prossimità della chiesa-simbolo di Santa Maria di Collemaggio. Basilica architettonicamente originale e complessa, anch’essa nel tempo danneggiata dagli eventi sismici e più volte ricostruita, di valore spirituale particolare giacché strettamente legata alla vita e poi alla memoria di Pietro da Morrone, il Papa Celestino V del “gran rifiuto” e della “Bolla del perdono” (Perdonanza) dell’agosto 1294.
Nell’immaginifico versificare, che qui pubblichiamo, “i mascheroni piangono” in quanto, nel sentimento dolorante e civilmente etico dell’autore, divengono ‘figure’ interpreti di quella persistente “avventura d’un povero cristiano” di cui ci ha narrato lo scrittore Ignazio Silone. Strutturalmente invece, e per usi e costumi del tempo antico, i 93 mascheroni in pietra (più 6 cannelle singole), si narra che cantino (“ogni cannella un suono”) e “che, in ciascuna faccia, sia rappresentato un demone che è stato catturato ed intrappolato dai monaci che si occupavano di proteggere la città dagli influssi malefici”. Non meno, nella detta vulgata storica, la Fontana (detta anche La Rivera) nel suo complesso era luogo di “purificazione” per chi giungeva sul posto prima di poter entrare nell’attigua basilica celestiniana di Collemaggio.
Ma veniamo al meditativo, poetico e civile, che ci propone l’autore letterario tiburtino:


 PIANGONO I MASCHERONI
Piangono i mascheroni
alla fonte in affanno
e le cento cannelle
è un piangere ribelle
che l’antica città
versa oramai
ininterrottamente
il popolo dolente
grida… grida da allora
in lugubre silenzio
ancora e ancora e ancora
da quella trista notte
di quel lontano aprile
era dolce il dormire
per la gente felice
e là in un solo istante
non è rimasto niente
niente, se non l’amore
nell’anima e nel cuore
ed un sordo rancore
per una sorte ingrata
che nessuno al potere
ha voglia di cambiare
per ridare il respiro
alle case alle chiese
agli uffici alle imprese
per ridare il lavoro
alla gente smarrita
scordata abbandonata
senza più identità
per ridare il decoro
alla vecchia città
sepolta sotto i massi
a mucchi per le vie
solo polvere e sassi
e una specie di angoscia
un continuo soffrire
pel tempo indifferente
che passa e se ne va
e lascia le macerie
sotto un velo di niente
ed enormi rimpianti
e le carriole vuote
che sfilano impotenti
per vibrata protesta
a ipocriti silenzi
Tornerà la città
un giorno a fare festa?
a respirare al cielo
sotto il sole di maggio
nella piazza gioiosa
davanti a Collemaggio?
Sfila la perdonanza
di papa celestino
ma tornerà il destino
ad essere clemente
con la povera gente?
marcello de santis
Un poema, questo, da cantastorie: una narrazione che muovendo da orrore e disperazione, causati dal noto cataclisma tellurico, si fa voce di denuncia per l’opera in arte e di civiltà dell’uomo d’un tratto ridotta, una volta ancora, in macerie esiziali per alcuni, causa di sofferenza civile per il troppo lungo tempo della ricostruzione trascorso.
Una sorta di ‘filastrocca’ che , letteraria per forma, in cui il verso breve e il ritmo metrico incalzante spinge a inoltrarci nell’evidenza del “male”per il quale … “i mascheroni piangono”, si pone come voce che rivendica, per la città e i suoi abitanti, considerazione e rispetto; testimonia e invoca il bisogno di ‘riparazione’ e di riscatto, non solo nel ‘cariolare’ le macerie di “polvere e sassi”, quanto nello stabilire per il luogo e i suoi ‘cristiani’ nuove premesse di giustizia umana e sociale. 
Ci interroghiamo con lui se “Tornerà la città / un giorno a fare festa?”, se in virtù della “perdonanza / di papa celestino” il destino si farà “clemente / con la povera gente”, ma non solo – se posso annotarlo – giacché poveri e indifesi siamo tutti, quali che siano le ‘fortune’ di denaro, sia di fronte alle calamità naturali che alla insensatezza o alla ferocia dell’uomo sull’uomo, quali che siano i modi e i motivi dell’oppressione. Un buon motivo e modo, comunque, per riflettere da uomini liberi, anche se sovente mortificati, sulle vicende storiche passate e non meno su quelle che ci irretiscono oggi.
Giuseppe F. Pollutri

Articolo offerto da Marcello de Santis uscito su: 


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