26 gennaio 2016

Carmelo MUSUMECI, Andrea PUGIOTTO Gli ergastolani senza scampo. Fenomenologia e criticità costituzionali dell’ergastolo ostativo

Carmelo MUSUMECI, Andrea PUGIOTTO
Gli ergastolani senza scampo.
Fenomenologia e criticità costituzionali dell’ergastolo ostativo
Prefazione di Gaetano SILVESTRI
Appendice di Davide GALLIANI
Editoriale Scientifica, Napoli, 2016
pp. XIII-216, euro 16,50


            Nel discorso pubblico si ripete, monotona, la convinzione che in Italia l’ergastolo non esiste e che i condannati al carcere a vita, prima o poi, escono tutti di galera. La realtà rivela, invece, un dato esattamente capovolto: attualmente sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e, di questi, 1.174 (pari al 72,5% del totale) sono ergastolani ostativi, ai sensi dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario.
            Sconosciuto ai più, l’ergastolo ostativo è una pena destinata a coincidere, nella sua durata, con l’intera vita del condannato e, nelle sue modalità, con una detenzione integralmente intramuraria. Una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo collaborando utilmente con la giustizia.
            Il presente volume, nella sua Parte I (scritta da Carmelo Musumeci) narra con autenticità la giornata sempre uguale di un ergastolano senza scampo, scandita nei suoi ritmi esteriori e interiori – alba, mattino, pomeriggio, sera, notte – costringendo il lettore a immaginare l’inimmaginabile. Nella sua Parte II (scritta da Andrea Pugiotto), ripercorre criticamente la trama normativa dell’ergastolo ostativo, argomentandone i tanti profili di illegittimità costituzionale e convenzionale, in serrata dialettica con la giurisprudenza delle Corti, costituzionale e di Cassazione, ad oggi persuase del contrario.
            Il volume è impreziosito dall’eloquente Prefazione del Presidente Emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri, che rilegge il regime dell’art. 4-bis o.p. alla luce del principio supremo di dignità della persona. L’Appendice (curata da Davide Galliani) illustra i risultati di un’inedita ricerca empirica condotta tra circa 250 ergastolani, finalizzata a rilevare le materiali condizioni di salute, fisica e psichica, derivanti da un regime detentivo perpetuo, esclusivamente intramurario, frequentemente declinato nelle forme del c.d. carcere duro (ex art. 41-bis o.p.).
            Il volume (quarto della collana Diritto penitenziario e Costituzione, nata dall’esperienza dell’omonimo Master promosso da Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo di Roma Tre) è il risultato del primo progetto di ricerca UE dedicato al regime dell’ergastolo nel contesto europeo (www.lifeimprisonment.eu).
            

25 gennaio 2016

“Sulle tracce di Persefone, due volte rapita” dello storico Giuseppe F. Macrì,

“Sulle tracce di Persefone, due volte rapita” dello storico Giuseppe F. Macrì, edito da Laruffa Editore è un’analisi attenta e minuziosa su un mistero non ancora svelato. Un giallo archeologico che vede sullo sfondo possibili intrighi internazionali fra attività di spionaggio bellico e incredibili inefficienze dello Stato italiano.
Nel 1914, ad appena un mese dallo scoppio della Grande Guerra, fu esposto a Parigi, in una galleria privata, un capolavoro assoluto dell'arte antica, che, a causa della mancanza delle mani, che sicuramente dovevano recare attributi atti a identificarne con assoluta certezza la divinità destinataria del culto, fu chiamata la ”Dea in trono” (Thronende Göttingen).
La “Dea in trono” (480 a.C. circa) è unanimemente riconosciuta come uno dei più alti esempi dell'arte antica (”seconda soltanto all'arte di Fidia”, come si disse all'atto della sua esposizione pubblica) e, il cui valore storico-artistico è paragonabile a quello dei Bronzi di Riace.
A conflitto bellico ampiamente in corso, la statua fu rocambolescamente acquisita dal Museo Pergamon di Berlino, ed esposta per la prima volta il 15 dicembre del 1915.
Il successo e l'ammirazione per il capolavoro furono clamorosi ma, allo stesso tempo, l'incerta identificazione e le modalità di acquisizione, scatenarono una vera e propria ridda di ipotesi sulla sua origine, tuttora contesa fra le antiche colonie Magnogreche di Taranto e Locri Epizephyrii.
Giuseppe F. Macrì con “Sulle tracce di Persefone, due volte rapita” tenta di fare ordine in questa ingarbugliata vicenda sviluppando l’inchiesta attraverso tre direttrici: le fasi finali del trafugamento, con l'acquisizione da parte del prestigioso museo tedesco e le responsabilità delle autorità italiane, nella mancata vigilanza e nell'impalpabilità delle azioni di recupero legale; l'analisi approfondita delle circostanze probatorie che per oltre ottanta anni hanno ”ufficialmente” stabilito in Taranto la sede di provenienza del capolavoro; un riesame minuzioso delle prove note ma anche di quelle trascurate o sconosciute, che disegnano uno scenario dal quale emergono fondate motivazioni che legano, al contrario, al territorio dell'antica colonia magnogreca di Locri la più probabile origine del simulacro.
“Sulle tracce di Persefone, due volte rapita”, si sviluppa con un’avvincente narrazione, condotta da un ferreo rigore storico, grazie ad una corposa documentazione e a testimonianze di non facile reperimento, alla luce dei pesanti ostacoli opposti tanto dal tempo trascorso dall'epoca dei fatti, quanto della reticenza di personaggi e istituzioni direttamente coinvolte.

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12 gennaio 2016

Silvana Pampanini di marcello de santis

Silvana Pampanini di
marcello de santis




Era bellissima, e sfido chiunque a dichiarare - tra quelli della mia età - che nella sua ( e nostra) giovinezza non abbia ammirato desiderato ed amato l'attrice. 
Basti pensare al film che ricordiamo al di sopra degli altri, girato a fianco dell'altra stupenda ragazza che si chiamava Delia Scala, per andare con la mente alle due bellezze acqua e sapone, - il termine allora ancora non si usava - di cui lei forse era la "maggiorata" e la prima maggiorata del cinema italiano per le sue forme procaci. 
Ma quello che più è rimasto nei nostri occhi, di allora, è il suo viso pulito e paffuto con due labbra ineguagliabili a quei tempi; labbra che chiedevano baci baci e baci.
Silvana se n'è andata qualche giorno fa, il giorno dell'epifania. 
Non lo sapevo, ho visto per caso, girando tra i vari canali rai, in un programma dal titolo "attori e divi italiani" , un omaggio a..., e c'era lei, ospite di Tiberio Timperi, ma mai avrei immaginato...

E vedendola là con la sua molta età, ho gustato i vari filmati mostrati nel programma. Quant'era bella!
Era del '25, quindi era nel suo 91esimo anno di vita, certo, non era più la splendida ragazza che a 21 anni vinse il concorso di Miss Italia. Ma conservava nel viso un poco sfatto e nel suo modo di esprimersi tutta la grazia e l'avvenenza di allora.
Nella prima metà degli anni cinquanta era lei (insieme a Silvana Mangano di riso amaro) a rappresentare la bellezza italiana; la Loren e la Lollobrigida erano di là da venire. Aveva studiato musica al conservatorio, e questo le fu utile, ché le fecero incidere dei dischi, mai più riproposti in avvenire. 
Arrivò il 1951, e il suo film per eccellenza "Bellezze in bicicletta",  diretto da Carlo Campogalliani, con Totò e Carlo Croccolo e Aroldo Tieri, in cui pedalava con la sua amica Delia Scala, lei bruna e Delia bionda, lei statuaria, Delia più minuta ma vivacissima, tanto da diventare una delle più stimate e apprezzate soubrette del teatro italiano. 


Silvana Pampanini e Delia Scala

Non ricorderemo qui tutti i film che ha girato, sono circa una settantina, e Silvana appare a fianco dei più grandi attori dello schermo, anche stranieri. Pensate, quando lavorò in Francia veniva chiamata Nini Pampan.
Mentre leggete vi invito ad ascoltate la sua voce nella canzone bellezze in bicicletta che allora divenne un successo nazionale.

https://www.youtube.com/watch?v=FpIKPfj3Zro

Se n'è andata, sola, senza nessuno intorno, non un collega, non un amico, non un ammiratore. La camera allestita nella Protomoteca in Campidoglio a Roma, è restata sempre vuota, neppure un rappresentante delle autorità statali.



Peccato.
Addio cara silvana, mito per noi ragazzi che nel 1951 avevamo poco più di una decina d'anni.
Ti rendo omaggio io, con questo modesto saggio, al posto di chi ti ha dimenticato.
marcello de santis

08 gennaio 2016

IL CARNEFICE di Francesca Bertuzzi recensito da Miriam Ballerini

 IL CARNEFICE                         di Francesca Bertuzzi
© 2011 Newton e Compton editori – Gli insuperabili
ISBN 978-88-541-3766-0
Pag. 279  €5,90

La storia narra di Danny, una ragazza di origini africane. Una sera viene aggredita, ma il suo amico e datore di lavoro, Drug Machine, viene in suo soccorso.
D’improvviso la sua vita viene sconvolta da uno strano messaggio nel quale le viene detto che sua sorella, che lei credeva morta, in realtà non lo è.
Danny e l’amico, con l’aiuto del poliziotto Mariolino, cominciano a fare delle indagini private, imbattendosi in Bonnie, con la quale la ragazza avrà un’intensa relazione fisica, con scene erotiche davvero ben scritte.
La verità sconvolgerà il mondo ecclesiastico del luogo, portando a galla tanto marciume. Danny salverà sua sorella e libererà altre ragazze da una prigionia turpe.
Ero quasi tentata di non procedere nella lettura del libro. Quello che m’impediva il proseguimento, in sostanza, erano alcune scene assolutamente votate alla vendetta più pura e l’uso eccessivo di scurrilità.
È comprensibile che un personaggio di un romanzo possa usare un linguaggio volgare; così come lo usino coloro che appartengono al suo entourage. Ma che tutti i personaggi utilizzino questo modo per esprimersi, mi è sembrato eccessivo e ha frenato un poco la mia avidità di lettrice.
Devo però anche dire che, proseguendo nella lettura e non facendo caso a quanto mi infastidiva, ho trovato il romanzo scritto bene, con dei pregi che superavano i difetti.
Il libro è risultato vincitore del premio Roberto Rossellini, ed è un noir diverso dai soliti.
Da Il venerdì di Repubblica: Una storia abruzzese che viene dal Texas, con molte suggestioni pulp.

© Miriam Ballerini

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica